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True Detective è una serie della HBO, network di notevole caratura che ha sfornato successi del calibro di Il trono di spade, i Soprano, Westworld, Watchman, solo per citarne alcuni. Siamo ormai abituati ai prodotti di questa emittente televisiva americana, forse una delle migliori per quanto riguarda i serial, ma in questo caso possiamo affermare che il lavoro svolto ha raggiunto un livello superiore a ogni aspettativa, aggiudicandosi un BAFTA nel 2015 più altri premi di prestigio.

Il produttore, sceneggiatore e showrunner della serie è Nick Pizzolatto, un romanziere multitasking di origini italiane con un curriculum che annovera lavori di pregio. Il regista è Cary Jogi Fukunaga, credo basti citare 007 No time to die per farvi capire di chi stiamo parlando, senza aggiungere altro.

La sigla iniziale della prima stagione

Si, è vero, è un po’ datata, dato che le riprese sono state effettuate nel 2013 ed è stata mandata in onda nel 2014, quindi non possiamo annoverarla tra le novità del mercato. Eppure, mi sembrava doveroso spendere qualche minuto per approfondire le tematiche che tocca, dato che ha rivoluzionato il genere poliziesco al quale ci siamo abituati (e adeguati) negli ultimi anni.

Partiamo dalla nota tecnica: la trama ruota attorno allo stesso cardine narrativo in tutte e tre le stagioni e le storie sono autoconclusive.

Matthew McConaughey, coprotagonista con Woody Harrelson della prima stagione

Questa impostazione che da un lato la rende unica, dall’altro può essere penalizzante, perché rientra in una categoria di prodotti che non sono stati creati a tavolino, il suo scopo non è quello di per far presa sul pubblico grazie a facili e rassicuranti soluzioni. In genere, quando seguiamo una trama, sappiamo già cosa ci attenderà, in questo caso invece gli eventi sono totalmente spiazzanti, sia per l’ordine nel quale sono stati inseriti sia per le modalità adottate. Infatti, lo sceneggiatore procede utilizzando diversi piani temporali, con flashback che possono destabilizzare ma al tempo stesso obbligano lo spettatore a una maggiore attenzione.

Nonostante questo, è una serie ipnotica. Forse perché la sua peculiarità è quella di racchiudere in un unico tessuto narrativo tre generi che spesso si intersecano fra loro: il giallo, il thriller e il noir. Mi correggo, in questo caso parliamo di stili che racchiudono un mood particolare. È possibile assaporarne l’atmosfera dimessa, la studiata lentezza, quell’aria torbida e cupa che avvolge come una patina opaca i protagonisti, fino all’epilogo.

Gli elementi del giallo classico sono forniti dalla trama, almeno nella prima e nella terza stagione: qualcuno ha commesso un crimine e due detective inseguono labili indizi per scoprire il colpevole. La contaminazione noir invece proviene dall’ambientazione: in tutte le stagioni sembra di respirare lo zolfo di un inferno che non riesce mai a sublimarsi in purgatorio. I protagonisti sono eroi riluttanti che vengono travolti, loro malgrado, in una serie di eventi che li spogliano dei loro segreti e delle loro certezze.

In particolare, la seconda stagione possiede le dinamiche del noir nudo e crudo. Nichilista quanto basta, racconta in modo disilluso un dramma che corrode lentamente i protagonisti, una masnada di personaggi che convivono con disturbanti demoni interiori. Anche le scenografie risentono di questo tipo di narrazione. Sono plumbee, con una cura per la ricostruzione storica maledettamente disturbante.

Inoltre, la prima stagione, che a mio avviso è la migliore, è quella che evidenzia in modo affilato, la patina diabolica tipica del thriller. Ha un sapore a tratti surreale, misterico. Anche se è lenta, la tensione non molla mai la presa grazie ai colpi di scena e alla suspence sapientemente distribuite lungo la trama.

Scarlett

Mi sono permesso di aggiungere due note in coda alla splendida recensione di Scarlett perché True Detective è forse la serie che più di tutte ho amato, in questi anni.

La prima nota riguarda l’atmosfera nichilista che permea in particolare la prima stagione e che ha portato ad un dibattito sulla influenza delle opere di Thomas Ligotti sulla sceneggiatura di Nic Pizzolatto, diatriba che è sfociata in velate accuse di plagio e furibonde discussioni sui forum.

La sceneggiatura, va detto, è assolutamente originale e le influenze dell’opera di Ligotti sono state onestamente riconosciute dall’autore per quello che sono: ispirazioni e niente più. Tuttavia a chi volesse ritrovare quel gusto tra le pagine di un libro, possiamo sicuramente consigliare un salto in libreria, a partire dal formidabile La cospirazione contro la razza umana.

Anche Carcosa, che nella prima serie dà forma e nome ad un immaginario esoterico, è una citazione: luogo letterario del fantastico inventato da Ambrose Bierce, è stata poi ripresa anche da Chambers nel suo Re in Giallo e ha ispirato un saggio come Carcosa svelata. Appunti per una lettura esoterica di True Detective di Marco Maculotti.

Personalmente ho trovato molto noir, ma poco in tema, la seconda stagione, che infatti non ha beneficiato della sceneggiatura di Pizzolatto, all’epoca impegnato a scrivere e quindi dirigere Galveston, un buon film noir tratto dal suo romanzo d’esordio e reperibile sulle piattaforme di streaming.

La terza stagione, infine, è forse quella che ho trovato più poetica anche se probabilmente la più complessa da seguire per i continui salti temporali.

I protagonisiti infatti sono ripresi nelle tre fasi della loro vita sia professionale che privata: giovani e pieni di ambizioni, nel pieno della maturità e infine anziani, senili, ancora alle prese col mistero che ha segnato le loro vite.

Mahershala Ali, protagonista della terza stagione

Un finale poetico, che chiude un mistero meno cruento di quanto sembri e restituisce leggerezza e senso al protagonista e allo spettatore.

Giovanni

True Detective
Concludendo
La serie definitiva per chi ama il noir.
Pro
Sceneggiatura impeccabile
Attori in stato di grazia
Pessimismo cosmico
Regia, fotografia e musica
Contro
Sono solo tre serie
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