Maurilio Barozzi e la scrittura come mezzo di denuncia

Maurilio Barozzi

Maurilio Barozzi

Nasce a Rovereto nel 1967 e vive in Trentino da anni.

I suoi interessi si modulano già dai tempi dell’Università, sulle tematiche sociali e sullo sport.

Viaggia, scrive, vive il mondo a trecentosessanta gradi e racconta le voci della gente che incontra e la sua passione sportiva, attraverso la collaborazione con vari quotidiani.

Giornalista, saggista e sociologo, Maurilio Barozzi collabora con prestigiose riviste di geopolitica come Limes, narrando l’anima del popolo altoatesino e gli attriti storici che la caratterizzano da sempre.

Vive per anni in Brasile, esaudendo un desiderio che esprimiamo in tanti: con due soci gestisce un baretto sulla spiaggia di Salvador de Bahia fino al 2010.

Tra saggi, articoli sportivi, teatro e Relazioni Internazionali, nel poliedrico curriculum di Maurilio Barozzi troviamo anche diversi romanzi, tra cui l’ultimo – Il Samba di Priscilla – letto e recensito QUI da Claudia Pieri per Thriller Life.

Una storia di riscatto ma anche una presa di coscienza nell’accogliere un destino ineluttabile, un thriller col ritmo di un poliziesco e la tensione emotiva di un noir, ma anche e soprattutto un libro di denuncia dei giochi di potere e della corruzione che sporcano la bellezza di un paese e della sua gente.

Maurilio Barozzi ha gentilmente risposto ad alcune nostre domande.

1. Dal Trentino Alto Adige, tua terra di origine, al Brasile, passando per altre latitudini. Cosa ti ha spinto a viaggiare così tanto e perché fermarti così a lungo proprio in Brasile, paese sicuramente molto diverso dalla tua regione ?

Viaggiare è il miglior dissetante per la mia curiosità ma non ho mai considerato il viaggio come una fuga da casa, ciò che cerco è un punto di vista differente sul mondo.

E soprattutto su me stesso, le abitudini che mi sono state inculcate da quando ero piccolo, la mia comfort zone.

Per quanto riguarda il Brasile, ci sono arrivato grazie a un amico brasiliano.

E poi vi sono rimasto per diversi motivi, alcuni anche imperscrutabili. Subito mi hanno colpito le bellezze naturali, effettivamente molto diverse rispetto a quelle di casa mia: spiagge con le palme verdissime a pochi metri dall’acqua cristallina, il paesaggio di Rio de Janeiro, con le colline – i morros – che circondano la baia di Guanabara ma anche l’architettura coloniale di Salvador de Bahia, Ouro Preto, Lençois.

Tutto questo però non basterebbe a dire del fascino magnetico del Brasile, che sgorga soprattutto dalla capacità di coinvolgere dei brasiliani, dal loro senso teatrale spinto quasi al melodramma, dalla loro voglia di prendere la vita con levità.

Nessuno può restare indifferente alla contagiosa allegria di questa gente che ha nel sangue il ritmo, la musica, la danza, il calcio: tutte arti collettive, trascinanti, coinvolgenti.

Poi il mio amico mi ha chiesto di dargli una mano con il suo bar sulla spiaggia.

Era l’occasione per fare un ulteriore scatto sulla scala turista-viaggiatore-migrante, approfondire le mie conoscenze, assaggiare la burocrazia del luogo…

Potevo lasciarmi sfuggire una simile esperienza?

2. “Giornalismo è opposizione” è il motto cui si ispira Priscilla nel suo lavoro perché “se un giornalista non fa opposizione sta solo spacciando mercanzia da quattro soldi, buona per ogni stagione. Come i generi vari.” Il giornalismo viene visto quasi come una missione e un mezzo di riscatto per la nostra protagonista, che dovrà superare diversi ostacoli, a partire dal suo stesso ambiente di lavoro. Anche tu come Priscilla consideri il giornalismo alla stregua di una missione ?

Sì. E dirò di più: anche il peggiore dei giornalisti, il più prezzolato, il meno coraggioso, all’inizio era spinto da motivazioni nobili: raccontare un mondo cercando di coglierne gli aspetti più critici così da aiutare chi di dovere a correggerli.

Poi il contatto con la realtà, la tempesta di pressioni più o meno raffinate in cui un reporter si trova a navigare possono fargli perdere la bussola.

E accade più facilmente se l’ambizione personale deborda. In tal caso, chi ambiva a essere un buon giornalista si trova ad usare la professione per scalare l’ascensore sociale e far carriera con nomine politiche o cariche istituzionali.

Per carità, tutto legittimo.

Ma deve essere chiaro che tali incarichi non arrivano mai per capacità professionali.

Sono sempre moneta di scambio.

3. Come giudichi il livello di informazione che abbiamo in Italia e, mettendolo a confronto con quello degli altri paesi che hai visitato, in cosa è simile e in cosa si discosta ? 

Hei tu, vuoi cacciarmi in un mare di guai?

A parte gli scherzi, questo è un argomento che rischia di portarci molto in là.

Diciamo che Reporters sans frontieres ha collocato l’Italia al 58° posto al mondo per la libertà di stampa: il livello è dunque molto scadente.

Temo che il principale problema che inficia la qualità dell’informazione nel nostro Paese sia la mancanza quasi assoluta di editori puri, cioè di figure che investono esclusivamente nel giornalismo.

Quasi tutti gli editori italiani hanno interessi anche in altri campi e spesso sono proprio questi altri interessi ad aver maggior rilevanza nel loro bilancio consolidato.

Stando così le cose, quelle pressioni più o meno evidenti di cui parlavo prima diventano determinanti.

Purtroppo però non è una prerogativa italiana.

Pensiamo agli Stati Uniti, la patria del Premio Pulitzer: i medesimi intrecci di proprietà si stanno facendo sempre più intricati e Reporters sans frontieres colloca gli Usa al 42° posto per libertà di stampa. Del Brasile nemmeno parliamo: 110° posto con la cronaca che racconta ancora di reporter assassinati: è di quest’estate la notizia della scomparsa di Dom Phillips e Bruno Pereira che stavano indagando sull’Amazzonia.

Credo che il tema di fondo sia sempre lo stesso a ogni latitudine: il rapporto con il potere.

Chi riesce a restarne immune forse non sarà il giornalista migliore, di certo è intellettualmente onesto.

Sarebbe già parecchio in un panorama di sottile corruzione, reso ancor più rancido dalla fluida permeabilità alla malafede dei social media.

4. Nel romanzo l’eroina, il modello positivo è Priscilla, determinata e ambiziosa, è lei che indaga senza farsi piegare, né intimorire dalle difficoltà che incontra. Ultimamente assistiamo ad un incremento esponenziale nel ruolo che rivestono le protagoniste donne nella narrativa. Come hai scelto Priscilla? Quali elementi fondamentali incarna?

Nonostante i fatti mi abbiano talvolta smentito, continuo a pensare che le donne siano meno inclini al compromesso col potere.

Con qualche deplorevole eccezione, le ritengo meno spregiudicate e, per tanto arriviste che possano essere, secondo me mantengono un più nitido rigore morale.

Credo che ciò sia dovuto al senso materno, al generare direttamente la vita e dunque il futuro. Non è un caso che se una donna deve scegliere tra la maternità e il lavoro, spesso sceglie la prima. Cosa che quasi mai accade agli uomini.

Dunque era giusto che l’unico personaggio in grado di costruirsi una via di fuga dalla perdizione raccontata nel romanzo fosse una donna.

Priscilla è però un personaggio molto complesso.

È una donna emancipata e determinata.

Una donna che ha cercato la sua strada fin da bambina e per intraprenderla ha lasciato la sua famiglia, in Amazzonia.

Priscilla è anche una donna scaltra, non certo moralista.

Sa usare l’alcova quando serve, tuttavia sa riconoscere da sola il proprio opportunismo e sa darsi un limite.

Nei suoi comportamenti non sempre è ortodossa (è lei che spinge Camerini a registrare a letto le confessioni della prostituta Eva: non esiste il peccato al sud dell’Equatore) però è motivata da alti ideali di fondo e anche forse da un certo tradizionalismo: alla fine le pesa aver abbandonato la famiglia – in particolare il padre, denotando forse una visione patriarcale – e anni dopo rimugina ancora su quell’addio.

Proprio per questo Priscilla è anche una donna tormentata.

La sua ambizione professionale ogni tanto la porta a scartare dalla strada che pensava di percorrere. Il giornalismo è opposizione, pensava.

Invece deve fronteggiare la fallacia di tale convinzione.

Così come deve fare i conti con la mancanza di una vita privata, sacrificata sull’altare della carriera.

Alla fine, penso che la principale dote di Priscilla sia quella della consapevolezza: non è perfetta ma riconosce di sbagliare e non indulge sui suoi errori.

Come ho già avuto modo di dire, è in certo modo un personaggio shakespeariano che origlia se stessa e decide di cambiare.

Dunque è artefice del proprio destino.

Diversamente da Renato Marconi, l’altro personaggio cardine del romanzo.

5. Infatti. Se Priscilla è il modello positivo, al suo opposto si colloca Renato Marconi,  avvocato al servizio di una delle famiglie più potenti del Brasile, i Pineira, boss della Federcalcio. I due sono accomunati dalle origini povere e dal desiderio di riscatto, ma sono agli antipodi per l’uso che fanno della loro ambizione. Parlaci di Renato, come è nato, a chi ti sei ispirato per la sua figura, è un personaggio totalmente di fantasia ?

Eh dannazione! Proprio tutti i segreti devo raccontarti… 

Renato Marconi è ispirato a un tale che faceva affari con il mio socio al bar sulla spiaggia. Quando lo vidi per la prima volta, con i suoi capelli neri, abbronzato e in camicia nera, pensai che poteva essere un playboy, o un trafficante, o un ricattatore che veniva a chiedere il pizzo. Così rimasi colpito quando me lo presentarono: era un avvocato e gestiva la commercializzazione di una delle marche di birra più importanti del Brasile.

Mi pareva affascinante, ingannevole e oscuro, perfetto per un ruolo da bel tenebroso. E gli ho cucito addosso un passato parallelo a quello di Priscilla.

Anche lui ha abbandonato la sua terra povera – Amazzonia per Priscilla e il sertão per Renato – in cerca di successo.

Entrambi sono svegli e rapidi, molto brasiliani. Entrambi hanno studiato e si sono preparati a fondo per avere successo.

Però a differenza di Priscilla, Renato recide le sue radici col sertão, disconosce la sua terra e la sua famiglia.

Si immedesima completamente nel suo lavoro e nel suo boss, infischiandosene delle sue scelte morali.

Ogni tanto i dubbi lo assalgono, ma li risolve in fretta, convincendosi di non avere ormai altra scelta. Solo che, così facendo, si lega ulteriormente al destino del suo capo e rinuncia all’autonomia. Priscilla viceversa rimane sempre ancorata ai suoi valori di fondo, alle sue radici.

6. In queste pagine vengono messi a nudo, senza sconti, due mondi che spesso si intrecciano: il mondo della moda e quello del calcio. Maurilio Barozzi che rapporto hai con questi due universi così strettamente correlati? Conoscere la dissolutezza e la corruzione che si nascondono dietro la ribalta, smorza il loro fascino oppure ritieni che ci sia comunque qualcosa da salvare?

Conosco meglio il calcio che il mondo della moda.

E nel calcio c’è da salvare tutta la componente ludica. Una volta un giornalista chiese a una teologa: «Come spiegherebbe cos’è la felicità a un bambino?» Risposta: «Non glielo spiegherei, gli darei un pallone per farlo giocare».

Ecco, questa parte del calcio non solo va salvata, ma anche incoraggiata: la sua capacità di generare gioia, di aggregare, di fare squadra, di trovare soluzioni per arrivare all’obiettivo – il gol – in un quadro di regole precise.

Viceversa, a mio avviso andrebbe rasa al suolo tutta la sovrastruttura diciamo “politica” per ricostruirla su basi meno dipendenti dal potere e dal denaro.

Temo purtroppo che non accadrà mai.

7. Il romanzo, che prende spunto da fatti realmente accaduti, dalla scomparsa in Brasile nel 2012 del milanese Mario Bergamaschi, ai fatti legati al “Dossier ISL”, appare come un libro denuncia vestito da thriller, perché hai scelto questa forma narrativa? Quale criterio soddisfa maggiormente questo genere piuttosto che un altro?

Il thriller, ma più precisamente il noir, è un genere che mi si addice perché ho una visione del mondo piuttosto cupa.

Non mi riesce di distinguere con chiarezza i buoni dai cattivi, i santi dai demoni.

Sono portato a ritenere che siamo talvolta crudeli mentre altre volte abbiamo slanci di generosità. Fa parte della natura animalesca dell’uomo.

Si tratta di capire come riusciamo a miscelare tali componenti.

Qualcuno è stato educato dalla famiglia (o si educa da solo) al rispetto dell’altro e a far prevalere i sentimenti di socialità, tuttavia molti rimangono guidati dal primordiale senso di egoismo e la loro evoluzione sociale consiste essenzialmente nel mascherare il proprio egoismo.

Il noir è perfetto per descrivere questa mia concezione.

E i libri, alla fine, sono tutti una specie di giallo con un mistero da indagare e approfondire.

C’è qualcosa di più oscuro dell’animo umano?

8. Come si pone questo libro nel panorama narrativo? È solo intrattenimento o c’è sotto una morale? La realtà supera la fantasia o i fatti da cui prende spunto lo superano in atrocità?

Penso che lo hai descritto bene definendolo un libro di denuncia vestito da thriller.

Non penso di essere adatto a far morale ma non mi interessa scrivere per puro intrattenimento. Vale per «Il samba di Priscilla» ma anche per tutti gli altri miei romanzi.

In «Maracanã» la denuncia è rivolta al potere dei giornali che si alimenta grazie alla sfrenata ambizione di diversi reporter.

In «Seme di metallo» il potere è rappresentato dall’industria Montecatini che a inizio ‘900 s’insedia in un borgo agricolo e bigotto, stravolgendolo.

Con i grami paesani disposti a scendere a patti con i potenti mentre puntano l’indice della loro rabbia su un forestiero…

Insomma, nei miei libri cerco di scandagliare il rapporto uomo-potere intrecciando realtà e fantasia.

Certo è che, osservandola, la realtà non si fa mancare nulla in quanto a livello di atrocità. Per superarla serve davvero uno sforzo ciclopico.

9. Passando alle domande più leggere, vuoi raccontarti a noi con tre aggettivi che ti contraddistinguono?

Ribelle. Frizzante. Irascibile.

10. Se dovessi scegliere tre cose di cui non potresti mai fare a meno, ovviamente escludendo la scrittura, quali sarebbero?

La lettura: romanzi, saggi, quotidiani, riviste…

Poi le cene con gli amici e sulla tavola una buona bottiglia di Cabernet Franc lavorato nelle cantine delle mie zone.

Ultimo ma non ultimo, le passeggiate nel bosco con mia moglie e il cane, magari in autunno, circondati dalle foglie che ingialliscono.

11. Prima di salutarci quale messaggio o augurio ti piacerebbe lasciare ai nostri lettori?

Di essere il più possibile come Priscilla: non perfetti ma capaci di imparare dai propri errori.

Non è cosa da poco.

È un augurio che vale soprattutto per me.

Thriller Life ringrazia Maurilio Barozzi per la disponibilità

a cura di Claudia Pieri

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