Aldo Pagano “Costruisco trame verosimili, calate nella realtà”

Sul sito della casa editrice Piemme, con la quale pubblica i suoi thriller, si legge che rivendica con orgoglio “il lancio di un fighissimo chiosco da spiaggia”.

Nato a Palermo nel 1966, Aldo Pagano ha vissuto in varie città d’Italia, tra cui Bari; proprio a Bari sono ambientati i libri della sua serie dedicata a Emma Bonsanti. Nel 2016 ha pubblicato il primo, La trappola dei ricordi, cui sono seguiti Motivi di famiglia, Caramelle dai conosciuti e, nello scorso mese di settembre, Erba d’annata (QUI la recensione).

Aldo Pagano ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande sul suo ultimo lavoro.

Thriller Life: “Quante litigate sulla famiglia. Gio sosteneva che la nostra generazione pensa solo a se stessa, al proprio successo personale, infischiandosene dei figli. E forse aveva ragione”. Queste, tra le altre, le parole pronunciate da Elvira De Santis, madre della vittima, di fronte agli inquirenti che lo interrogano circa i rapporti con suo figlio. Sei d’accordo con questa affermazione? I tanti problemi dei ragazzi protagonisti del tuo libro sono dovuti, a tuo avviso, anche ad una diffusa mancanza di sostegno psicologico da parte della famiglia?

Aldo Pagano: Sì, condivido le parole di Elvira De Santis ma più che di una mancanza di sostegno psicologico credo si tratti di un sostegno psicologico sbagliato. Oltre a leggere una quantità di saggi e interviste sugli e agli adolescenti, ho sentito per due anni trentadue ragazzi sparsi in giro per l’Italia, di differente estrazione sociale, economica e culturale: molti di loro, fra dubbi e certezze e sogni e delusioni e rabbia e empatia, lamentavano una mancanza di no, no ovviamente motivati ma netti e decisi; alcuni di loro mi dicevano di sentirsi iperprotetti dai genitori, sempre pronti a schierarsi dallo loro parte ancor prima di capire quale fosse il problema. Ecco il genere di sostegno psicologico sbagliato a cui mi riferisco. 

T. L: Giorgio De Santis, la giovane vittima sulla cui morte indagano Bonsanti e Lorusso, è descritto molto coerentemente da tutte le persone che lo conoscevano e frequentavano. Benché non sia ‘fisicamente’ presente (la sua morte è descritta sin dal primo capitolo), la sua personalità è ricostruita nei minimi dettagli: intelligentissimo, ma insoddisfatto; annoiato, ma sempre concentrato su progetti nuovi e nuove sfide; depresso, dall’umore altalenante, animato da istinti suicidi; un “superamico” con un “caratteraccio”. Come è nato questo personaggio così ricco di chiaroscuri? Quale messaggio hai voluto comunicare attraverso di lui?

A. P: In Giorgio vorrei rappresentare da una parte il caos creativo che si agita in ogni giovane, con le sue drammatiche dinamiche fra il voler essere e la realtà data, e dall’altra l’incomunicabilità fra individui, in particolare quella fra individui di generazioni diverse. Ma in Giorgio agisce soprattutto una parte di me – come del resto in ognuno dei miei personaggi – e pure una parte tratta dai ragazzi che ho ascoltato negli ultimi due anni; è per questa ragione che, oltre te, molte fra lettrici e lettori trovano particolarmente vivo un protagonista che pure muore dopo poche pagine.

Ognuno riconosce in lui un qualche Giorgio che ha fra gli amici; di più, ognuno di loro riconosce dentro di sé qualcosa di Giorgio.

T. L: Per certi versi, il sostituto procuratore Emma Bonsanti somiglia a Giorgio De Santis: sembra, infatti, rispecchiarsi perfettamente in questa “altalena orribile di up and down”. Rigorosa nel lavoro, tormentata nella vita privata, fragile e forte nello stesso tempo, desiderosa di vivere il presente, ma ancora incastrata nei ricordi dolorosi del passato. I tuoi lettori la conoscono bene, visto che è la protagonista di una serie di (per ora) quattro romanzi. Come si è sviluppato questo personaggio? Le esperienze fortissime che affronta l’hanno trasformata rispetto a come era nei libri precedenti della serie?

A. P: Intanto, mi fa piacere che tu abbia notato la somiglianza fra Emma e Giorgio: entrambi in qualche modo riflettono lo spirito del nostro tempo, un tempo velocissimo che mastica la vita delle persone e frustra coloro che vorrebbero sottrarsi a questo ritmo massacrante che si impossessa sempre più del nostro tempo libero rendendolo merce, o ampliando quello dedicato al lavoro o trasformandolo a fini consumistici nelle maniere più svariate.

Poi, venendo alla tua domanda, ti rispondo che Emma è sicuramente cambiata nell’arco degli anni ma non si è trasformata. Come accade a tutte le persone che credono in ciò che fanno, ha avuto delusioni e ha affrontato pure il crollo di alcuni dei suoi ideali, ma alla luce della realtà prova a adattarsi e adattare le proprie idee ai cambiamenti che la vita impone. Seguendo questo suo adattamento, si è costruita una corazza via via sempre più cinica, quindi, ma è il riflesso esteriore dietro il quale prova a nascondere fragilità estreme le quali, tuttavia, ogni tanto riemergono mostrandola per quello che è: una donna troppo intelligente per non accorgersi di quanto possa essere ingiusta e insensata la vita.

T. L: Abbastanza sfortunata nelle relazioni con gli uomini, Emma è però circondata da un certo numero di amiche più o meno strette, più o meno di vecchia data. Dirette e sincere, anche a costo di essere brutali, Carla, Elena, Scintilla la ascoltano, la capiscono, la confortano. Hai scelto di rappresentare un mondo accogliente, al femminile. Ritieni che le donne, in generale, siano più capaci di essere empatiche rispetto agli uomini, e che questa loro qualità le renda più affidabili nelle relazioni?

A. P: Rifiuto per formazione ogni tipo di generalizzazione e quindi mi tocca risponderti che no, le donne non sono più empatiche degli uomini. Aggiungo, tuttavia, che sicuramente nei miei romanzi sono più le figure femminili a emergere per le loro doti pratiche, intellettuali e di sensibilità. È un tema tanto complesso che preferisco affrontarlo esclusivamente sulla base delle mie esperienze personali e, beh, ti dico che non c’è confronto fra lo spessore umano e la profondità di analisi che apprezzo in molte delle donne che conosco e che non trovo in quasi tutti gli uomini che frequento.

Sono secoli che declino qualsiasi invito a trascorrere serate con soli uomini, tipo calcetto e simili, perché li trovo di una noia mortale sia per gli argomenti che si trattano abitualmente sia perché sono attratto dalle novità, da un modo diverso di guardare le cose, dalla volontà di fare piuttosto che dalla iattanza nel rivendicare; sono attratto, in altre parole, da ciò che spesso trovo nelle donne.

Trovo talmente affascinante l’essere donna da provare fastidio verso quel tipo di donna che per affermarsi sceglie di seguire un modello maschile, privilegiando una metrica comunicativa basica alla complessa analisi dei dettagli e delle differenze.

Non so, in conclusione e sempre secondo la mia esperienza, se le donne siano più affidabili nelle relazioni ma, del resto, non è l’affidabilità che mi interessa in una relazione. In una relazione mi interessa la vita, l’energia, l’imprevedibilità; il che, alla fine, è ciò che assai più spesso è presente in una donna piuttosto che in un uomo.

T. L: Meticoloso, pragmatico, preparatissimo, coloratissimo, tifoso de “la Bari”: Michele Lorusso è il sovrintendente capo della polizia, per Emma collaboratore insostituibile sin dai tempi del primo romanzo, La trappola dei ricordi. Ci vuoi parlare del rapporto sia personale sia professionale che li lega, pur nella loro diversità?

A. P: Sono due persone diametralmente diverse che potrebbero odiarsi e invece riconoscono reciprocamente nell’altro individuo qualcosa che a lei o a lui manca. Emma è milanese di nascita, di sinistra, chiusa e spigolosa mentre Lorusso è barese, di destra, solare e capace di essere concavo o convesso a seconda della situazione. Indagano assieme e funzionano perfettamente perché il senso pratico e la perfetta conoscenza del mondo barese da parte del poliziotto incontrano l’intuito e la profondità di analisi della magistrata.

Detto in altro modo, osservano la realtà e vivono l’esistenza in modo opposto e sfruttano la circostanza per condividere i loro punti di vista anziché erigere barriere di incomunicabilità: il mondo sarebbe un posto migliore, in effetti, se avessimo la forza di opporci a chi ci vuole sempre in lotta e divisi fra noi e scegliessimo invece di condividere le differenze. Emma e Lorusso, invece, anche nel rapporto personale si completano a vicenda e hanno ormai sviluppato un’amicizia che li rende complici anche in vicende tutt’altro che legittime e regolari.

T. L: Hai scelto di ambientare il tuo romanzo in parte nella Bari della periferia, in parte nella Bari bene, accennando anche alla trasformazione subita negli ultimi quarant’anni dalla Bari vecchia, divenuta ormai un “bazar per turisti”.  In che modo questa scelta ha favorito lo svolgimento della narrazione e la creazione della suspence nel romanzo?

A. P: Io ho fra l’altro un passato da giornalista, sono naturalmente portato a scrivere ciò che vedo e mi sforzo di tenere da parte le mie opinioni. Questo per dire che non si è trattato di una scelta, è il mio modo di narrare. L’amore viscerale che provo per la città non mi impedisce, perciò, di rilevare assieme il bello e il brutto.

Quando vivevo a Bari, tanti anni fa purtroppo, la città vecchia era un territorio fatiscente abbandonato al dominio della criminalità mentre oggi è diventata di una bellezza sconvolgente che attira turisti da tutto il mondo, ci puoi girare tranquillamente anche a notte fonda e non corri rischi: bello assai, direbbe Lorusso, e oggettivamente avrebbe ragione.

Tuttavia, dietro le luci di questo spettacolo c’è un mucchio di domande, alcune delle quali riguarda proprio quella criminalità che all’apparenza è stata spazzata via: ci sono forse attività aperte con i soldi della camorra? c’è un giro di droga che rifornisce queste attività e, se sì, chi ci sta dietro? Il mio mestiere è quello di costruire domande, non ho da fornire risposte certe, ma le mie fonti baresi mi assicurano che c’è un mercato fiorente di erba e cocaina che serve la città, e c’è un posto migliore delle “fabbriche” di divertimento dove spacciare?

T. L: A quali esigenze espressive è dovuta la scelta di ricorrere al dialetto (quello barese) nelle parti dialogate del romanzo? Sono le stesse esigenze che ti hanno spinto, almeno in parte, a connotare anche il linguaggio adoperato dai giovani rispetto a quello degli adulti (questi ragazzi dicono spesso “atomico”, “depre”, “situa”, “un botto”…)?

A. P: Ti dicevo prima che io cerco di tratteggiare ciò che vedo, lo stesso discorso vale per quello che ascolto.

Io voglio costruire una trama verosimile calandola nella realtà e nella realtà le persone non parlano seguendo le regole della Crusca.

Sono piuttosto maniaco, in questo, anzi sono maniaco verso i dettagli in generale. Riscrivo mille volte ogni singolo dialogo perché alla fine corrisponda a quel personaggio, a quello e non a un altro perché un altro parlerà in modo diverso.

Perciò sì, sto molto attento a come comunicano i miei personaggi perché ogni loro parola trasmette al lettore notizie importanti sull’età, la provenienza geografica, il livello di istruzione e tanto altro ancora; è una scelta che contribuisce a creare l’ambiente e la circostanza senza rallentare la narrazione con spiegoni noiosi e incisi per me insopportabili.

T.L: “Scaffali carichi di libri […], pile di libri spuntano qui e là sul parquet, alla rinfusa e un paio fungono da comodino”. Perquisendo la stanza della vittima, Emma trova “migliaia di volumi” di tutti i tipi. Cosa troveremmo, invece, nella tua biblioteca personale?

A. P: Questa è facile, me la cavo con poco: scaffali carichi di libri, pile di libri qui e là sulla moquette, alla rinfusa e una decina di volumi sul comodino.

T.L: In Erba d’annata emergono tematiche numerose e rilevanti: il disagio delle giovani generazioni, i rapporti familiari, le dinamiche di coppia, ma anche lo spaccio di stupefacenti e i giri d’affari della criminalità organizzata. Possiamo dire di essere entrati in una nuova fase del giallo, inteso non più solo come romanzo d’evasione, ma anche come strumento di denuncia?

A. P: Secondo me, da tempo un certo giallo non fa parte dei romanzi di evasione. Ti dirò di più: escludendo i miei libri, il noir è oggi non solo una forma di denuncia ma è spesso anche lo strumento più adeguato per indagare la realtà dei fatti, sia nella loro dimensione sociale sia in quella individuale.

Don Winslow, per fare solo il primo esempio che mi viene in mente, conosce talmente a fondo i cartelli messicani della droga che è diventato consulente di istituzioni americane che indagano sul narcotraffico; davvero esiste qualcuno che possa pensarlo ancora un autore di romanzi di evasione? Indubbiamente, c’è in giro una quantità di gialli scritti per essere letti come passatempo – non c’è niente di male in questo, per carità, riguarda anche diversi titoli di cosiddetta letteratura impegnata… – ma ce ne sono pure di straordinari che scavano a fondo l’umanità e ti imprimono dentro personaggi memorabili e argomenti che desideri approfondire.

Soprattutto, ci sono noir in grado di lasciarti in testa il dubbio, le domande esistenziali. E le domande sono spesso assai più interessanti delle risposte, oltre a rappresentare, come ti dicevo prima, il compito di uno scrittore.

T.L: Prima di salutarci, quale messaggio vuoi lasciare ai lettori di Thriller life?

A. P: Intanto, ti ringrazio per queste tue puntuali domande. Poi, sembrerà pleonastico, ma mi sento di ribadire la cosa più importante anche a persone che già leggono.

Leggete, leggete di tutto, leggete e parlate ai vostri amici di ciò che leggete, fatene argomento di confronto e trasferite a loro la vostra passione; leggete libri, immergetevi in essi, fateli vivere perché, se sono buoni libri, in ognuno di essi troverete decine di vite da vivere attraverso la lettura, decine di punti di vista che non sono il vostro.

Leggete, infine, per incontrare fra le pagine domande nuove. E le domande nuove sono il nutrimento delle donne e degli uomini liberi. 

Grazie da tutto lo staff di Thriller Life

a cura di Ba, Ros e Edy