Manuela Fanti: la scrittrice che esplora le ombre dell’animo umano

Manuela Fanti nasce a Bologna nel 1976. Nel 2014 si trasferisce ad Arezzo per lavorare come retail manager per una multinazionale americana, e nel 2017 si sposta in Sicilia, luogo in cui vive tutt’ora, occupandosi di retail per un’azienda tessile.

Inizia a scrivere da ragazzina, principalmente diari – come sfogo al dolore per la malattia della madre – che con il tempo trasforma in versi. Trova nella scrittura una forma di autocura, che diventa una necessità quotidiana. Scopre con gli anni di avere una enorme passione per la scrittura e l’affina con corsi di scrittura creativa. Si dedica con trasporto anche alla lettura, quale parte integrante delle sue giornate: narrativa, thriller e horror, storie forti dai risvolti inquietanti che lasciano senza fiato, diventano il suo pane quotidiano.

Il primo romanzo lo scrive tutto a mano, come se fosse un diario, su un quaderno a matita. Quando si rende conto di avere tra le mani una sorta di storia, che potrebbe essere chiamata “libro”, lo riscrive a PC, per presentarlo a una Casa Editrice. Sarà poi pubblicato nel 2014.

Grazie allo zio pittore, Atos Ragni, sin da bambina si appassiona alla pittura, respirandone ogni sfumatura e trasformandola in pratica amatoriale tutt’ora in uso.

Il suo romanzo d’esordio nel 2014 è “Semplicemente complicato”, edito da Edizioni Creativa, “Ciatu miu”, edizioni Nulla Die (2018), “Eco dall’inferno”, Words edizioni (2022).

Per Bertoni Editore pubblica “L’odore della paura” 2023. letto e recensito per Thriller Life da Claudia Pieri Qui

Manuela Fanti ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande.

Thrillerlife: Rispetto ai tuoi primi romanzi, se da una parte non hai mai abbandonato l’approfondimento psicologico dei personaggi, concentrandoti in particolare sui più fragili e dolenti, nei tuoi ultimi scritti assistiamo ad una virata decisa verso il thriller psicologico, passando anche attraverso l’horror e il paranormale, strizzando sempre l’occhio al noir:

“Sono pezzi degli arti, mezza testa e parte di un polpaccio. Il cranio è stato tranciato a metà, il taglio netto ha spappolato la fronte e l’occhio sarà balzato fuori dall’orbita… La carne sembra essere stata strappata… i brandelli lasciano pensare a una pressa che li schiaccia, e tirandoli, li lacera “:

A cosa o a chi è dovuta questa evoluzione ?

Manuela Fanti: Inizierei dicendo che i personaggi che troviamo, in qualsiasi storia sono il fulcro delle vicende che leggiamo, che scriviamo o che guardiamo. Un personaggio, che sia protagonista o che sia secondario, a mio avviso, deve essere ricco di sfumature.

I protagonisti, nel caso di “L’odore della paura”, ho cercato di renderli trasparenti, volevo che il lettore li conoscesse come accadrebbe con il vicino di casa, la cugina o la compagna di classe. Il fatto che io abbia virato maggiormente sul lato psicologico in questo romanzo era doveroso perché non c’è nulla di sovrannaturale a strizzare l’occhio alla storia, da una parte la caccia spietata all’assassino con tutto quello che ne deriva, e dall’altra una famiglia come potrebbe essere quella di chiunque.

Per fare appassionare il lettore alle vicende ho attirato la sua attenzione sull’animo umano dei personaggi: entrare in empatia con loro, soffrire con loro scoprendo innanzitutto i loro lati oscuri. L’ingrediente che non manca mai, a prescindere dal genere, che possa essere più psicologico e meno horror, è l’introspezione nei miei personaggi. Di certo le letture che faccio influenzano inevitabilmente i miei scritti, le serie tv che guardo, le persone che incontro, diciamo che tutto quello che mi attrae nella quotidianità lo approfondisco e cerco di plasmarlo e farlo mio.

TL: C’è un autore o un libro in particolare che ti ha guidata o ispirata?

MF: Autori che amo leggere sono diversi, non leggo solo thriller o horror, amo in particolare la narrativa americana. La mia prima passione letteraria è stato Fitzgerald, il romanziere per eccellenza, ho letto tutto quello che ho trovato in commercio, anche il libro che scrisse la moglie in manicomio. Poi Dostoevskij, Poe, Lovecraft fino ad arrivare a King. Diciamo che ogni lettura aiuta a comprendere meglio anche il nostro modo di scrivere, perché un autore, prima di tutto, è un lettore appassionato.

TL: Nel romanzo c’è spazio anche per l’umanità e la fragilità dei protagonisti, in particolare le figure femminili rivestono ognuna caratteristiche ben definite in tal senso, come Sonia: ““Tu non ci sei mai, neanche quando sei in casa, mamma!” Un altro schiaffo in faccia. Sentiva i segni della mano bruciarle sulla pelle. Si lasciò cadere in ginocchio , non poteva trattenere le lacrime e non poteva contraddire suo figlio. Aveva ragione, era una fottuta madre del cazzo.”

Quando inizi a scrivere una storia, i tuoi personaggi sono esclusivamente frutto di fantasia o trai ispirazione dalla vita reale: ti capita o ti è mai capitato di conoscere una persona e trasformarla nella tua mente in un ipotetico personaggio? Nel romanzo ti è successo con qualcuno dei protagonisti? E se sì, chi?

MF: Nei miei personaggi, sia femminili che maschili, c’è sempre qualcosa di me, o qualche caratteristica che mi ha colpito di qualcuno che ho incontrato, amato, detestato, la vita è un pozzo infinito di ingredienti. Io sono una persona molto attenta ai dettagli, anche quando incontro qualcuno per la prima volta, faccio attenzione agli atteggiamenti, dicono molto delle persone. In ognuno c’è qualcosa di unico che spesso in stesura faccio mio e modello sul personaggio che in quel momento sto caratterizzando.

In questo romanzo, per esempio, Anita non è solo il nome che mi ispirava da scegliere perché si addiceva a quel personaggio che stavo creando, per Anita avevo già in mente tutto il suo iter ispirata da un incontro reale, qualcosa che trovavo carino ricordare, dedicandole nero su bianco il mio pensiero. Poi, per chi ha letto o leggerà il romanzo, comprenderà che tipo di incontro è stato.

TL: “Tutto era immobile, esangue, a parte i rami, che fremevano e ondeggiavano al ritmo del vento che li animava come fantasmi” Per l’ambientazione hai scelto un luogo di fantasia, Ezzano, ma le descrizioni sono estremamente reali, sembra proprio che tu conosca i posti in cui fai muovere i tuoi personaggi. Quando ti accingi a scrivere una storia, come scegli l’ambientazione ? Preferisci affidarti solo alla tua immaginazione o a posti che già conosci?

MF: Dipende dalla storia. Per “L’odore della paura” avevo già bene in mente l’ambientazione prima ancora del completamento della trama. Gli ho cucito addosso su misura un racconto che si sposasse con quei luoghi, che sottolineiamolo, esistono davvero. La mia immaginazione mi ha aiutato a inserirci eventi e personaggi.

TL: E perché nel romanzo, per il paese in cui si svolgono i fatti scegli un nome di fantasia?

MF: Perché così posso anche spaziare, esiste sì, ma se voglio cambiare qualcosa sono libera di farlo senza vincoli. I luoghi esistono, alcuni sono descritti alla lettera, altri sono come li immaginavo io mentre descrivevo ciò che stava accadendo.  

TL: Quanta importanza riveste per te l’ambientazione nell’economia di una storia?

MF: Moltissima. L’ambientazione rafforza la storia, la rende anche più credibile, e spesso riesce a fare immergere il lettore completamente nelle atmosfere che l’autore vuole creare. Una scena a ritmo incalzante, con la giusta ambientazione che avvolge il lettore, rende tutto il conteso molto più vivido.

TL: Il commissario Serra è un personaggio complesso, un misto di cinismo, di distacco: “La gente soffre, tutti, nessuno escluso. Per qualsiasi motivo del cazzo, crudele o triste, dipende, resta il fatto che la gente soffre in questo mondo di merda. Noi siamo testimoni fi una tra le peggiori sofferenze, ma non possiamo accollarci il dolore di tutti… “

e umana fragilità, dovuta alle sue vicende personali:

“A volte mi sembra di rivedere mio figlio. Lo sento ridere, parlare, chiamarmi  da qualche parte dentro di me. Non esiste tempo, ricordo o terapia che sia d’aiuto”,

…nel complesso un personaggio positivo, con il quale empatizzare. Mentre scrivevi era già così o è frutto di una maturazione in corso d’opera?  Potrebbe diventare il protagonista di una serie di thriller ?

MF: Mizio è sempre stato presente nella mia testa. Il primo, messo nero su bianco: cinico, a volte quasi apatico, con delle virate di introspezione da fare commuovere il lettore e perdonargli così quel suo lato quasi disumano. Mi è piaciuto moltissimo caratterizzarlo, per Mizio avrei in mente un sequel davvero raccapricciante, ma per il momento è solo un’idea. I riscontri dei lettori sono stati tutti molto positivi su questo personaggio e quasi tutti mi hanno fatto la stessa domanda. “Troveremo Mizio in altre storie?” e io sorrido, perché attualmente non è in cantiere, è solo nella mia testa, ma nella mia testa, diciamolo, non c’è solo Mizio.

TL: La tua biografia indica che coltivi molteplici interessi, dalla pittura all’arte, all’amore per gli animali. L’eterogeneità di queste esperienze ti agevola nel creare i tuoi romanzi, e se sì, come?

MF: Attingo sempre, come già detto, dalla vita reale. Le esperienze personali, positive o negative che siano, influiscono quando si tratta di scrivere; quindi, anche l’insieme di ciò che ci affascina e che ci appassiona, come può essere la pittura, mi aiuta nella fase creativa. Anche se per me dipingere è convergere le mie emozioni su una tela, trasmetterle attraverso dei colori che trasformeranno delle linee in un quadro, creare qualcosa che ha un valore interpretativo. Un libro non lo è e non è uno sfogo così immediato come stendere del colore su una superficie…

TL: Ti descrivi come una persona che ama la solitudine. Poter contare sulla capacità di stare anche da sola, non è scontato nella nostra società in cui il lato “social” tende ad essere sopravvalutato. È possibile rintracciare una connessione tra questa tua inclinazione e la capacità di creare storie tanto avvincenti?

MF: Io ho bisogno di stare sola. Devo ritagliarmi degli spazi quotidiani.

Per me è una necessità che devo assolutamente assecondare. Non so se ci sia una connessione con la mia capacità di creare storie e il bisogno di isolarmi, a volte escono senza cercare ispirazione, altre volte, invece, non contano nemmeno le tante ore di solitudine. Però, di una cosa sono certa, il mio futuro lo pianifico in un luogo isolato con tanto verde che strizzi l’occhio al mare.

TL: La letteratura thriller è in cima alle liste di gradimento dei lettori, secondo te perché le persone sono così attratte da storie che hanno per protagonista “il male”, rappresentative dei crimini più efferati che, purtroppo, troviamo quotidianamente anche nelle pagine di cronaca nera?

MF: Rispondo per me. Per quanto mi riguarda, scrivere una storia ricca di suspence, di adrenalina, di follia umana è molto divertente, perché alla fine, come hai anticipato tu, la cronaca nera ci offre storie thriller ogni giorno. Quindi, la realtà che magari invento io, è inventata solo perché non l’ho mai vissuta e non l’hanno vissuta la maggior parte dei lettori. Ma non significa che non esista, ed è questo forse che stuzzica di più: la realtà davvero può arrivare a tanto? Il pericolo attira, l’inconscio affascina e la follia è un ingrediente che ognuno di noi conserva dentro di sé, poi, alcuni fingono di non ascoltare e soffocano meglio di altri.

L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è. Paul Klee

Thriller Life ringrazia Manuela Fanti per la gentilezza.

a cura di Claudia, Rosaria e Edy