Sal Costa e il suo romanzo noir, strumento di memoria e di coscienza sociale

Sal Costa è nato vive a Catania. È autore di romanzi: Un du’e tre. La vera storia di Johnny il pompiere (1997), Visioni di Jack (1999), Bollito duro (2014), Il mercante di Dio (2018). Presente in riviste e antologie nazionali ed estere con racconti e poesie. Tradotto in polacco nel volume Mòj dziadek to Atlas ojciec Czlowiek-Ryba.

Ha scritto un testo di teatrodanza, I frutti di Pomo Pusillo, due monologhi teatrali, Nine Steps e, in vernacolo, U sceccu do Signuri, e la commedia Il segreto di Audrey Hepburn.

Nel 2005 è stato selezionatore, per la sezione Letteratura, alla Biennale Giovani Napoli.

Ha fatto parte della Giuria Tecnica all’EtnaBook 2019 e 2020.

Per Morellini Editore ha scritto il racconto per l’antologia a cura di Gabriella Kuruvilla Sicilia d’autore (2019) e i romanzi Come ammazzare il tempo quando sei morto (2021) e Saravà (2022).

Anche il suo ultimo romanzo, L’istinto del lupo, è edito da Morellini (2023), letto e recensito per Thriller Life da Rosaria Sorgato Qui

Sal Costa ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande.

Thrillerlife: Il tema delle connivenze tra criminalità organizzata, mafia e apparati dello stato è centrale nel tuo romanzo. Credi che gli eventi degli anni ’80 in Sicilia abbiano avuto un impatto duraturo sulla società italiana?

Sal Costa: La mafia, per come la conosciamo oggi, è figlia del piano Marshall, fu, per così dire, reimpiantata in Sicilia nel ’43, le fu data forza, connessioni col potere statale e ultrastatale. Faceva e fa parte di un disegno politico globale. Niente svastiche o falci e martello. Solo soldi. Affari. Gli affari non sempre sono puliti e occorre chi faccia il lavoro sporco. Ed eccoti la mafia. Ci casca a fagiolo. È prevista dal sistema.

Il sistema le delega pure di dar da mangiare a quella parte di popolazione che altrimenti non avrebbe di che vivere: piccoli spacciatori, usurai, prostitute, criminali di basso cabotaggio, nulla facenti, ludopatici, drogati, bambini di strada e anziani sconfitti. Interi quartieri. Dovunque, a Catania, Roma, Napoli, Palermo, Milano. Nell’89 il piano Marshall non ebbe più motivo d’esistere, cadde il muro di Berlino. Ma rimase in piedi l’idea di base, e cioè che l’economia potesse e dovesse guidare il mondo. Quindi, sì. Quegli anni sono stati parte di un percorso ancora in cammino.

TL: Quali sono i tuoi pensieri sull’evoluzione odierna del quadro in Italia?

SL: Non c’è l’Italia. C’è un vasto territorio di caccia grande quanto il mondo. Tutto è mercato globalizzato. Chi si credeva di poter cambiare le cose nel proprio Stato, può scordarselo. Tutto è interconnesso. Il mostro ha tre teste. Di più: è invisibile.

TL: Nel tuo romanzo sei riuscito a ricostruire con precisione gli ambienti mafiosi siciliani dei primi anni ’80 caratterizzati anche dalla guerra tra clan per il controllo del narcotraffico. Qual è stato il processo di ricerca e documentazione condotto per descrivere il contesto storico e sociale in cui si svolge la vicenda?

SL: Le carte del processo al clan di Santapaola, L’orsa maggiore, da lì ho tratto storia e soprattutto personaggi. Misfatti e crimini raccapriccianti. Avessi raccontato per intero determinate imprese mi si sarebbe preso per contaballe. La realtà, macabra, va oltre l’immaginazione. Potevo non scriverci un libro? Metti pure che il protagonista del romanzo ha la mia età. Quindi descrivo cose, atmosfere, luoghi che ho vissuto di persona. Anche nella parte londinese del racconto.

TL: Quali sono state le difficoltà incontrate nel ricostruire fatti e personaggi al confine tra realtà e narrazione?

SL: Certo, tutto sarebbe stato più semplice se non avessi dovuto avere a che fare con personaggi veri e ingombranti, per quello, finché ho potuto, li ho trattati come personaggi di pura invenzione. Mi sono dovuto ripulire da luoghi comuni e cultura da tg ed entrare nel cuore della mia cultura, cultura geografica, siciliana, i modi caratteristici di pensare, i sentimenti, le reazioni. Ho sfruttato anni di vita scapestrata e saccheggiato i ricordi di gente vera, conosciuta, rapinatori di banche, drogati, piccoli boss di quartiere, spacciatori, terroristi veri o presunti. Compagni di strada. A volte amici.

TL: Come questi elementi hanno contribuito a definire la trama e a sviluppare i diversi personaggi del tuo romanzo?

SL: sono stati strumenti utilissimi. Hanno costituito l’ossatura del romanzo. La trama, sai, dipende spesso dal carattere dei personaggi. Loro si evolvono, prendono corpo e poi vanno da soli. Per la loro strada. E a te non resta che assecondarli. A poco vale l’idea di partenza che avevi sul romanzo. “Scrivi e non rompere la minchia”, pare che ti dicano. O almeno, questo è quello che mi dicevano Agatino e Liborio. Ma in generale, tutti i personaggi dei miei romanzi si comportano così. Li costruisco, li gestisco per un po’, poi vanno a parare dove gli piace. Posso solo citare uno dei miei scrittori preferiti, Jorge Amado: “Se avessi un’idea di come vanno a finire i miei romanzi, semplicemente non li scriverei”.

TL: Quali sono stati i processi attivati e le difficoltà incontrate nell’elaborazione delle ambientazioni, sia quelle siciliane che quelle londinesi, tenendo conto delle dinamiche tipiche dei diversi contesti?

SL: nessuna difficoltà. I processi attivati sono quelli della memoria. Negli anni trattati nel libro, ho vissuto fra Catania e Londra. Mi sono mosso con disinvoltura, ho giocato in casa per così dire. I luoghi, ma anche le persone, sono reali. Solo le vicende sono inventate. Vicende in qualche modo scaturite dal mio vissuto, dalla storia di quegli anni.

TL: Qual è la distanza tra la rappresentazione dei mafiosi nella cultura popolare, e quella che tu hai voluto offrire ai lettori? Per quali aspetti si differenziano e per quali si assomigliano?

SL: Nella cultura popolare, il mafioso è ancora quello coi baffetti e la lupara, una via di mezzo fra Robin Hood e Pinochet. Il mafioso è sicuramente presente, nel bene o nel male. Spesso ti dà da mangiare. E questo, purtroppo è vero. E spiega perché uno come Matteo Messina Denaro si potesse muovere con disinvoltura nel suo paese, nel profondo sud: lui c’era. Lo Stato no. O meglio, lo Stato, nella percezione dei locali, non era migliore di lui.

Anche qui, mi tocca ricorrere a una citazione. Don Winslow, il famoso scrittore americano, dice che “l’unica differenza fra un boss e un uomo d’affari è la laurea in una prestigiosa università”. L’istinto predatorio è uguale. Quindi, il mio mafioso è uno che sa fare bene il suo mestiere senza troppe implicazioni morali. Quando ammazzi qualcuno che ti è stato vicino, ti dispiace, ma come qualsiasi bravo professionista non ti fai influenzare dai sentimenti. Ci stai male ma porti avanti il lavoro. Non sei un mostro, o forse sei un mostro come chiunque altro. Come tutti hai un fardello di sentimenti da tenere a bada se vuoi sopravvivere.

TL: La psicologia dei tuoi personaggi è ben delineata e sfaccettata, da Agatino, a Liborio, a Nitto Santapaola, ad altri ancora, tutti appaiono reali e autentici, immersi in un mondo credibile, in cui la competizione tra gang rivali, la finta lealtà tra affiliati e i giochi di potere, la fanno da padrone. Quali sono gli elementi narrativi che contribuiscono a far emergere l’emozionalità dei protagonisti, rendendoli personaggi intensi?

SL: sono quelli in cui ti riconosci, ricordi del passato, sentimenti come amicizia e lealtà. Ho inventato apposta l’espediente delle Foto Ricordo, per potermi addentrare nel passato dei miei personaggi, a volte risalendo all’infanzia, e poter dire: guarda, quel che sono è figlio di ciò che son stato, sono il prossimo tuo. Se solo avessi avuto una situazione agiata, una famiglia normale, sarei come te. E probabilmente tu, se avessi avuto i miei trascorsi, saresti come me. Si crea empatia. Ci si affeziona a personaggi negativi, gli si vuole bene, si tifa per loro. Pura magia.

TL: Per quanto riguarda il protagonista Agatino Cutispoti, pupillo del boss Nitto Santapaola, la narrazione evidenzia una importante evoluzione del personaggio. Perché mai hai scelto proprio lui come centro della storia? Tramite la sua crescita, quali aspetti hai potuto evidenziare?

SL: mi serviva carne giovane, un ragazzo di quartiere sui vent’anni che potesse cavalcare un’impresa epica. L’ignoranza lo rende libero da sovrastrutture. Semplifica, Agatino, va sempre al centro della questione e l’affronta senza pregiudizi. È sveglio, reattivo, e sa far tesoro degli insegnamenti. Quei pochi che accetta, quasi malvolentieri.

TL: Quali sono le riflessioni che emergono dalle vicende narrate nel tuo libro sulla natura umana e sulla lotta tra l’istinto e la razionalità?

SL: Sopraffazione e sottomissione, la natura umana, animale più in generale, è quella. Non a caso uso la metafora del lupo. Il resto è cultura, educazione, il vecchio tema freudiano dell’es e l’io, la difficoltà di obbedire all’uno che ti vuole animale o all’altro che ti detta regole di comportamento, filosofie, religioni, al solo scopo di tenerti buono, di creare nuove gerarchie che non dipendano dal furore e dalla forza fisica. Quindi, lo scontro è piuttosto fra istinto e cultura, più che razionalità. La razionalità è un’arma a disposizione di tutti.

Ci vuole razionalità anche per uccidere e farla franca, ci vuole razionalità per rapinare una banca o per gestire un traffico di droga o armi. L’ignoranza è centrale. Se vuoi ascoltare l’istinto, devi ignorare le voci che ti soffiano attorno: Gesù, Gandhi, Socrate, far quello che devi fare, e farlo in fretta.

TL: Prima di salutarci, quale messaggio o augurio ti piacerebbe lasciare ai nostri lettori?

SL: dato il periodo, buon Natale. Love and peace. Il messaggio, invece, è quello di non abboccare alle verità preconfezionate. Sentire sempre le ragioni della pecora e del lupo, mediare e scegliere. Cito De André: “Se avete preso per buone le verità della televisione, anche se allora vi siete assolti, siete lo stesso coinvolti”. E comunque, Buona Lettura. Baci.

Thriller Life ringrazia Sal Costa per la gentilezza.

a cura di Rosaria e Edy