Marco Attena: la lotta tra il Bene e il Male ne La quinta vittima

Nato a Roma nel 1987, diplomato in ragioneria, sposato, Marco Attena lavora dal 2008 nel settore della ristorazione. Nel 2014 ha frequentato la scuola di recitazione di Isabella Del Bianco ottenendo il diploma in Arte drammatica. È appassionato di letture di ogni genere: testi classici, saggi, opere teatrali, poesie, romanzi classici e contemporanei. Nel 2023, con Echos Edizioni, ha pubblicato il suo primo libro, La quinta vittima (puoi leggere QUI la recensione).

Marco ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande.

Thriller Life: Il tuo romanzo è ambientato a Velletri, la cittadina in cui attualmente vivi. Tra le pagine del libro emergono vari riferimenti e brevi descrizioni di questa località, in parte ancora legata alla tradizione, in parte aperta alla modernità, nella quale, cioè, convivono passato e presente. Cosa ha determinato la scelta di questa particolare ambientazione? E quanto ha influito sulla trama del romanzo il fatto che Velletri sia una cittadina piuttosto grande, ma ancora dalla dimensione un po’ “paesana”?

Marco Attena: La scelta dell’ambientazione è stata un fattore determinante a mio avviso per la realizzazione del libro. Ho vissuto per trent’anni in una borgata di Roma tra palazzoni di cemento e piccoli parchi malridotti. Non c’era nulla in quel contesto che mi avrebbe fatto pensare di raccontare una storia. Quando sono arrivato a Velletri, invece, è come se mi fossi catapultato in una dimensione totalmente nuova: le montagne che avvolgono il paese, le vaste campagne che si estendono per chilometri, gli stretti vicoli del borgo antico, il dialetto stretto e il modo di fare e di approcciarsi delle vecchie generazioni veliterne.

C’è qualcosa in questo paese che riuscirebbe a far vivere qualsiasi personaggio, sostenendo perfettamente la sua storia. Qui ho trovato semplicemente un’anima. Un qualcosa di puro, autentico nella sua positività tanto quanto nella sua negatività. La dimensione “paesana”, per così dire, di Velletri, può avere influito più che sul romanzo, sul personaggio di Lucius Porto. In determinati contesti più che in altri ci vuole una vita per arrivare in alto e farsi una reputazione, e pochissimi secondi per precipitare a terra. Il mormorio della gente e il passaparola negativo in una situazione di paese può essere sicuramente più aggressivo, rendendo un personaggio positivo, un nemico…

T.L: Il protagonista del tuo libro, l’ispettore Lucius Porto, è un uomo tormentato, dalla personalità complessa. Sembra nato “per scovare il male e debellarlo”, ama lavorare in solitudine per la sua maniacalità nel perseguire i criminali, sente quasi di essere investito da una missione, ma, allo stesso tempo, è un uomo fragile e timoroso al punto da avere bisogno di trovare conforto e rassicurazione nella più forte figura paterna. Cosa hai voluto comunicare attraverso queste criticità? Pensi che il lettore possa, almeno in parte, riconoscersi in queste contraddizioni?

M. A:  Il bisogno di Lucius di rapportarsi spesso con il padre penso sia un bisogno comune che in alcuni casi può essere assecondato, in altri purtroppo no. Avere i genitori, o almeno un genitore la cui presenza e opinione ci rende più sicuri di agire o comunque più lucidi nel comprendere, è una fortuna senza pari. Il fatto che Porto sia un combattente ed abbia ben chiara quale sia la sua missione non può prescindere dalla fragilità e dai dubbi che spesso vanno a fargli visita. Qualsiasi persona con uno scopo ha bisogno di farsi domande, di mettere in dubbio se stesso e le proprie scelte, anche di crollare qualora ne avesse bisogno. Una figura accanto che ti supporta e ti stimola è solo un punto di forza da poter sfruttare per perseguire i propri obiettivi.

T. L: “…E’ questo che fanno le persone buone. Chi sceglie strade diverse, chi si perde tra le strade oscure della malvagità, lo fa solo perché dentro di sé è marcio”. Lucius sembra avere una visione manichea del bene e del male, dei buoni e dei cattivi. E’ il pensiero del tuo personaggio o è anche il tuo? La linea di demarcazione tra il bene e il male è così netta o è più sfumata?

M. A: Non so dire se è anche il mio pensiero. È un discorso veramente tanto complesso che implicherebbe molte considerazioni. Ho voluto che Lucius avesse questa visione per renderlo più drastico nelle sue decisioni, sicuro e determinato nel suo agire. Ma anche lì, alla fine, qualcosa lo ha frenato e costretto a riflettere.

Tra il bene e il male ci sono tante sfumature, forse troppe. Mi sono interrogato spesso sul fatto che proprio queste sfumature possano spesso divenire alibi che usiamo per rimanere sospesi nel mezzo senza mai schierarci in maniera netta. Può essere giusto perché ci porta a riflettere costantemente sulle nostre azioni, ma la decisione finale deve avere una sua identità precisa ed essere collocata in uno dei due mondi. Bene o male?

T. L: Al centro del tuo romanzo troviamo alcune tematiche di grande attualità, in particolare la violenza di genere (le vittime sono tutte donne). Mentre progettavi e/o scrivevi il tuo libro, hai avuto presente un caso di cronaca particolare o la vicenda di uno specifico serial killer? Più in generale, in che termini la cronaca nera ha influenzato le tue scelte narrative? 

M. A: Mentre scrivevo il libro non sono stato influenzato da nessun fatto di cronaca in particolare. La violenza di genere, specie in questo particolare periodo storico, è un problema sociale di una gravità assoluta che riguarda l’evoluzione della cultura e dell’educazione che stiamo subendo in maniera negativa. La violenza in generale sta diventando l’arma più comune che usiamo per risolvere i nostri problemi andando a causare tragedie enormi nonché una regressione a livello umano e morale nelle nostre vite. Io ho voluto solo usare questo tipo di violenza per descrivere un personaggio che, come accade nella realtà, tenta di giustificare le sue azioni insulse spostando l’attenzione sulle scelte legittime di altre persone che lo hanno investito facendo crollare le sue sicurezze.

T. L: Altro argomento di rilievo nel libro è quello della famiglia: quella di Lucius soprattutto, ma anche quelle delle vittime, che sono tutte mogli e madri “poco devote”, quasi sempre negligenti nei confronti dei propri figli. Quali motivazioni ti hanno indirizzato verso questo tema tanto delicato? Qual è il peso della famiglia nel mondo del crimine? 

M. A: Il tema delle madri e mogli “poco devote” è stata semplicemente una scelta casuale che è servita ad accentuare ancora di più la pazzia di un uomo che non vuole accettare la realtà. In generale però penso che la famiglia, nel suo complesso, possa influire in modo determinante sulla vita di ognuno di noi. Il nostro vissuto, le esperienze fatte durante la crescita, l’educazione ricevuta, il contesto familiare e sociale, vanno a formare la personalità di un soggetto e influenzano in negativo o in positivo le sue azioni future. 

T. L: La quinta vittima è il tuo primo libro. Quali autori e opere hanno influenzato o addirittura determinato il tuo desiderio di scrivere? E di scrivere thriller?

M. A: Ho iniziato a leggere seriamente in tarda età quando ho frequentato per qualche anno una scuola di recitazione. Lì ho scoperto autori come Tennessee Williams, Beckett, Moliere, Goldoni, Shakespeare, Ibsen e tanti altri. Poi ho voluto ampliare le mie letture e mi sono imbattuto in Bukowsky, mi ha molto affascinato il suo modo di scrivere.

Un giorno mi capita tra le mani un libro: Il Quinto Giorno, di Frank Shätzing. Da quel momento in poi è esploso il mio amore per il genere thriller. Ho letto tutto quello che potevo scoprendo autori fantastici come Carrisi, Lars Kepler, Sebastian Fitzek, Costantini, Dazieri, Anne Holt, Wulf Dorn e tanti altri. Ogni cosa che ho letto nei loro libri ha generato in me il desiderio e la passione che mi ha portato a scrivere la mia storia. 

T. L: Le “avventure” di Lucius Porto si concludono con questo primo romanzo o pensi di dare loro un seguito?

M. A: Sto scrivendo qualcosa, non riguarda direttamente il libro La quinta vittima, ma ha comunque un legame profondo con esso. Devo capire ancora come sfruttare questo legame, se vale la pena mantenerlo o tagliarlo in maniera netta.

T. L: Il thriller è ormai uno dei generi più letti e amati dal pubblico. Perché siamo così attratti dal “Male” e dalle sue varie manifestazioni?

M. A: Il male affascina e spaventa da sempre. Come quando da bambini o da adolescenti ci veniva vietato di fare qualcosa perché sbagliata, quella cosa diventava come la mela proibita acquisendo fascino e stimolando la nostra curiosità. Non so se è l’attrattiva che il male esercita o la speranza che venga debellato a renderci così legati ad esso. Potrebbe essere il bisogno di comprenderlo per poterlo poi combattere, o forse la paura perenne di essere assorbiti al suo interno che tiene in vita quel legame quasi indissolubile tra noi e lui.

Per uno scrittore, soprattutto di thriller, è sicuramente un compagno di viaggio obbligatorio. Non possiamo fare a meno di lui per i nostri libri, e più quel male di cui parliamo è grande, invincibile, perverso e profondo, più la storia sarà interessante e incuriosirà il lettore.

T. L: Prima di lasciarci, con quale messaggio o augurio vuoi salutare i lettori di Thriller life?

M. A: Per prima cosa li ringrazio sinceramente, perché le storie prendono vita solo se qualcuno le legge. La mia passione per la lettura, come quella che muove ogni singolo lettore, mi ha permesso, nel mio piccolo, di realizzare il sogno di scrivere un thriller. Una mia storia.

L’augurio più grande è che questa passione rimanga viva e che non si smetta mai di leggere e di amare i libri perché sono il dono più grande che l’umanità ha fatto a se stessa, e va mantenuto e preservato per sempre. Ringrazio anche voi di ThrillerLife che avete dato ad uno scrittore sconosciuto e alle prime armi come me la possibilità di parlare del proprio libro e del pensiero che c’è stato dietro, è stato molto importante per me e ne sono onorato. Ciao a tutti e al prossimo libro!