Quando la vittima diventa carnefice: il lato oscuro del dolore

Marta Casà Perricone

Intervista a Marta Casà Perricone

DOMANDE DI: Barbara Casavecchia

SPAZIO CURATO DA: Ilaria Ambrosi

Serial Killer: le origini traumatiche della violenza

Buongiorno cari lettori, la graditissima ospite del nostro spazio interviste di oggi è Marta Casà Perricone con il suo nuovo libro Serial killer: le origini traumatiche della violenza (Poderosa Edizioni, 2025) letto e recensito dalla nostra Barbara (Qui potete leggere la sua recensione).

Marta Casà Perricone nasce a Caltanissetta il 4 gennaio 1995, ma ha sempre vissuto a Sciacca. A 19 anni si diploma al Liceo Classico e prosegue gli studi in Giurisprudenza a Modena. Nel 2019 si trasferisce a Foggia dove, ripartendo da zero, si laurea nel 2024 in Scienze Investigative. Oggi condivide la sua passione attraverso Mente Criminale, il suo canale di cronaca nera.

THRILLER LIFE: Uno dei punti più volte evidenziati all’interno del libro è che il trauma non giustifica la violenza, ma ne rivela le radici. Come hai gestito narrativamente il rischio di empatia verso il carnefice, mantenendo una posizione etica chiara?

MARTA CASÀ PERRICONE: Questo è il punto su cui ho voluto insistere maggiormente, proprio per il timore che il lettore si mettesse nei panni dei protagonisti delle storie che ho scelto – nonostante io abbia dovuto farlo, a tratti. Ammetto che non è stato sempre facile, soprattutto riguardo la quinta storia. Non ho provato vera empatia o senso di giustificazione, ma un lieve senso di pena mi ha attraversata.

In effetti, credo sia la storia con cui i lettori hanno fatto più fatica a porsi in una posizione di totale distacco a causa delle molteplici sventure accadute alla protagonista: tuttavia, come dico sempre, nonostante gli eventi traumatici siano destabilizzanti e ci possano condurre verso l’oblio, se non adeguatamente aiutati, l’azione di uccidere è prima di tutto una scelta.

Magari non la prima volta, che può essere dettata da un senso di perdizione, inquietudine, rabbia, disperazione e malessere insostenibile (che, attenzione, non dobbiamo fare l’errore di giustificare, ma solo di comprendere), ma decidere di brandire un’arma piuttosto che lasciarsi aiutare, è comunque una scelta (escludendo chiaramente delle condizioni patologiche di cui l’assassino non ha contezza o non si rende conto).

TL: Al contrario, avendo avuto accesso alle trascrizioni degli interrogatori, come sei riuscita ad assumere un atteggiamento distaccato rispetto ad alcune confessioni?

MARTA CASÀ PERRICONE: Beh, in questo mi ha aiutato indubbiamente il metodo universitario. Durante gli studi, e poi la mia attività di divulgazione online, ho naturalizzato alcuni approcci che, per i non “addetti ai lavori”, possono essere duri da affrontare. Leggendo le c.d. “carte”, le confessioni, le testimonianze non mi è mai capitato di provare emozioni pervasive di natura emozionale, mai. Curiosità, bisogno di capire, ragionamento e il tentativo di scavare all’interno delle intenzioni e dei moti d’animo dei protagonisti, sì, assolutamente.

Ci vuole quindi molto allenamento e un atteggiamento di professionalità: è crudo e può suonare apatico, ma è lavoro a tutti gli effetti e come tale va fatto al meglio delle nostre capacità, intellettuali e non, per offrire a chi poi valuterà quel lavoro una visione quanto più onesta possibile dei fatti narrati, in modo da fare le sue conclusioni, non le mie.

Tuttavia, è giusto dire, che per comprendere a pieno la figura che stavo trattando ho dovuto “mettermi nei suoi panni”, in parte in senso umano, per così dire, e in parte mantenendo un atteggiamento analitico per inquadrare le sue ragioni d’agire così come comunicate dalla persona, spesso non comprensibili, e metterle a disposizione del lettore in modo da poter trarre le proprie conclusioni.

TL: Alcuni profili sembrano più dettagliati e immersivi di altri: questa scelta è stata dettata da una maggiore disponibilità di fonti o da una volontà precisa di accentuare certi archetipi criminali?

MARTA CASÀ PERRICONE: La prima storia che troviamo all’interno del libro è senza dubbio la più lunga e la più impegnativa, a mio parere. La scelta di metterla all’inizio è stata, in realtà, voluta e simbolica, volendo far intendere al lettore che attraversando quella storia, il resto avrebbe acquisito un sapore diverso e le altre storie sarebbero parse più scorrevoli da leggere e metabolizzare.

Mettere una storia del genere alla fine non mi sembrava il caso: volevo chiudere infatti con una storia più malinconica, meno cruda, se così si può dire, focalizzata sull’animo della protagonista e non tanto su ciò che ha fatto o su chi ha ucciso, lasciando anche spazio a un accenno, benché minuscolo, di malessere e mestizia.

Inoltre, la prima storia è più densa di per sé, le vittime sono tantissime rispetto alle altre storie e io non volevo togliere dignità a nessuna di loro cercando di accorciare la narrazione perché sarebbe risultata più lunga. So bene che è così, ma poi ho pensato: se qualcuno mi uccidesse e la storia del mio assassino fosse contenuta in un libro, io meriterei di esserci, meriterei una parte in quel libro perché ho pari dignità di tutte le altre vittime contenute in quelle pagine. E così ho inserito tutte quelle povere vittime che hanno perso la vita per mano di un crudele assassino.

TL: Hai scelto le storie da inserire all’interno del libro in base agli archetipi criminali e ai profili psicologici o, al contrario, avevi già in mente di cosa parlare e, in modo del tutto casuale hai finito per raccontare i fatti che hanno coinvolto persone con disturbi diversi tra loro (borderline, antisociale, narcisistico, dissociativo, schizoide, paranoide, PTDS con delirio di giustizia, ecc)?

MARTA CASÀ PERRICONE: La selezione che ho fatto è stata in base ad alcune caratteristiche che, in realtà, non hanno nulla a che fare con la loro personalità in termini patologici o disturbi della personalità o inerenti, anche perché non ho alcuna competenza per trattare queste condizioni nello specifico, se non riportare dei fatti dai quali, tutt’al più, trarre delle riflessioni. Ho scelto individui con infanzia tragica, destabilizzante, che li ha distrutti dentro e poi fuori.

Ho scelto queste storie perché tutti i miei protagonisti hanno avuto famiglie orribili, genitori anaffettivi, inconsistenti, riprovevoli, mostruosi che li hanno masticati, sputati nel mondo e poi abbandonati e fatti sentire in colpa per com’erano diventati, senza porgere loro neanche un dito prima che sprofondassero in un buco nero dal quale non hanno più fatto ritorno.

Li ho scelti in base a quanto tutto questo ha inciso sulla costruzione della loro persona e della loro vita, del loro comportamento e su come, nel caso della quarta storia, una persona già problematica non tragga alcun beneficio, anzi tutt’altro, dall’influenza e la vicinanza di genitori disfunzionali e astenici. Poi da questo mix letale è venuto fuori di tutto, sintomi su due gambe di ciò che hanno patito da piccoli e, adesso, doppiamente vittime di se stessi.

TL: In linea più generale, quali criteri hai adottato per selezionare i cinque casi trattati nel libro? Hai privilegiato la risonanza mediatica, la complessità psicologica o la disponibilità di fonti affidabili?

MARTA CASÀ PERRICONE: La disponibilità delle fonti ha fatto una grandissima parte. Ho dovuto scartare molti “candidati” perché non avevo modo di reperire il materiale necessario, oppure una parte di esso, che però era funzionale allo scopo. La risonanza mediatica non mi interessava affatto, io pensavo solo alla qualità delle storie, a cosa potessero trasmettere al lettore e se fossero idonee a comunicare ciò che volevo fosse il messaggio principale.

Sono tutti individui complessi… ma chi non lo è? Se pensiamo che solo un assassino lo sia, pensiamo davvero male. Il cervello umano è talmente complesso, e lo sono anche tutte le sue “arterie”, come la personalità, il pensiero, il comportamento e l’elaborazione delle esperienze, che rendono questa parte di noi estremamente affascinante e misteriosa.

TL: Nel profilo dell’ultimo caso, quello della vittima che è diventata carnefice, la protagonista agisce spinta da un senso di giustizia personale. Ho percepito un’empatia diversa rispetto alle altre storie narrate e anche una critica implicita all’assenza di riconoscimento istituzionale del trauma. Perché hai deciso di chiudere il libro con questo caso?

MARTA CASÀ PERRICONE: Forse perché volevo lasciarmi andare un po’ di più e spostare l’attenzione non solo su l’assassina, in questo caso, ma anche sulla fallibilità del sistema assistenziale: lei è stata l’unica a chiedere aiuto rispetto a tutti i protagonisti inseriti. L’unica che ha chiesto aiuto ai genitori e al sistema medico, riconoscendo di avere difficoltà e bisogno di risollevarsi. Certo, quando ha avuto l’occasione, non ha confessato subito il suo primo delitto, è vero. Però alla fine il suo senso di disperazione l’ha divorata a tal punto da avere fatto una fine ben diversa e più “umana” rispetto agli altri protagonisti.

Teneva immensamente ai suoi figli, che poi le hanno voltato le spalle, è stata picchiata pure durante la gravidanza, mentre aveva la sua bambina in grembo, dal secondo marito e, aspettandosi la violenza, ha reagito per difendersi, purtroppo anche sopravvalutando il pericolo, per certi versi. Tuttavia, rispetto all’altra protagonista femminile contenuta nel libro che ha ucciso anche per derubare le sue vittime maschili, nonostante lei abbia sempre sostenuto che fosse stato per legittima difesa, Milena ha maturato il terrore di essere attaccata, umiliata e uccisa se non avesse risposto prontamente. Ma ripeto, la sua è una storia molto complessa e non posso fare l’errore di riassumerla in così poco spazio. Merita di essere letta e analizzata, seppur non giustificata.

TL: Tra tutte le figure trattate, quale, secondo te, incarna più delle altre il nodo centrale del tuo progetto narrativo, cioè, quella del dolore non riconosciuto e della mancanza di amore?

MARTA CASÀ PERRICONE: Tutte le figure che ho scelto di rappresentare incarnano in modo centrale il fulcro del progetto, a mio avviso. Sono persone molto diverse che hanno vissuto il dolore in modo diverso seppur spaventosamente simile, ma sostenere che una di queste, in particolar modo, rispecchi maggiormente delle altre il progetto narrativo, sarebbe come mancare di rispetto al personale vissuto di queste dinamiche; il dolore, l’angoscia, la paura, il senso di impotenza, la desolazione e la disperazione, come anche tutte le condizioni che ne derivano, sono esperienze elaborate in modo estremamente intimo e personale e non si può seguire un parametro di peso per stabilire chi di loro primeggi.

Ognuno vive queste esperienze a modo proprio e le elabora filtrandole attraverso la propria sensibilità di percepire e percepirsi. Anzi, è la loro diversità che permette di offrire al lettore una visione più ampia di come viene vissuta la stessa sofferenza quando subita e affrontata da un soggetto diverso, con un bagaglio diverso e, a mio avviso, il vero arricchimento è proprio questo, soprattutto nel contesto dei nostri giorni, dove sentiamo la necessità spasmodica di misurare e mettere in competizione anche i sentimenti e le emozioni provate da un essere umano e questo è inaccettabile.

TL: Infine, non posso che chiederti se hai in progetto altre cinque storie da analizzare o quale sarà l’eventuale tema centrale che vorresti analizzare in tuo prossimo lavoro.

MARTA CASÀ PERRICONE: Beh, posso dirti che attualmente non mi lascerei tentare dallo scrivere un progetto similare, mettendo su carta cinque storie, ma semplicemente per due motivi: il primo è per ragioni di spazio: dovendo spartire il tutto tra cinque figure diverse e molto complesse non potrei approfondire quanto desidero ogni figura trattata e di questo me ne dispiaccio tutt’ora; in secondo luogo, lavorare a cinque storie non è come lavorare a una, in modo viscerale e con un’immersione continuativa che ti permettere di entrare, via via, nelle trame di ciò che stai scrivendo.

Il lavoro è quintuplicato, i documenti su cui lavorare lo sono a maggior ragione e saltare, durante la fase di scrittura, da una figura all’altra, talvolta, è stato un po’ destabilizzante per me perché una volta conclusa una storia dovevo necessariamente “ripulire” il mio cervello dalla sensazione di stare ancora calzando le scarpe del mio protagonista e finché non uscivo totalmente da quello schema di lavoro non potevo buttarmi nel racconto successivo. Mi auguro di cuore di avere la possibilità di tornare a scrivere e pubblicare, ho in cantiere molti progetti interessanti, ma sono in attesa di un treno, al momento, che prima o poi passerà.

La redazione di Thriller Life ringrazia Marta Casà Perricone per la collaborazione.

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