Paul Cialdini contro le ombre di Bologna: intervista a Roberto Carboni sul suo nuovo romanzo

Roberto Carboni

Intervista a Roberto Carboni

DOMANDE DI: Ilaria Ambrosi

SPAZIO CURATO DA: Ilaria Ambrosi

Il palazzo delle ombre

Buongiorno cari lettori, il graditissimo ospite del nostro spazio interviste di oggi è Roberto Carboni con il suo nuovo libro “Il palazzo delle ombre” (Newton Compton Editori, 2025) letto e recensito dalla nostra Ilaria (QUI).

Roberto Carboni, classe 1968, è nato a Bologna e vive sulle colline di Sasso Marconi. È autore di numerosi romanzi e docente di Scrittura creativa a tempo pieno. Nel 2015 è stato premiato con il Nettuno d’Oro, nel 2016 con il premio speciale Fondazione Marconi Radio Days. Nel 2017 ha vinto il Garfagnana in Giallo, nella sezione Romanzo Classic. Nel 2018 è stato vincitore del SalerNoir Festival di Salerno. Con la Newton Compton ha pubblicato con successo Il giallo di Villa Nebbia, La collina dei delitti, Il segreto dell’antiquario, Il mistero di Villa Lamento e Il palazzo delle ombre.

THRILLER LIFE: Nella costruzione del “Palazzo della Morte” o della “Madre dei dimenticati”, hai preso ispirazione da luoghi reali di Bologna o hai preferito creare spazi letterari che diventano simboli?

ROBERTO CARBONI: Il Palazzo della Morte esiste, è un luogo storico pregno di simbolismo e ricco di leggende e di fatti inquietanti e documentati. Lì, ha operato per quattro secoli l’Arciconfraternita della Morte, curando gli infermi, assistendo i condannati a morte e perfino gli appestati. Il Palazzo della Morte era un ospedale, ma anche un luogo magico, dove sono state riconosciute guarigioni miracolose, e, si dice, teatro di apparizioni sovrannaturali. Negli anni ’60 in molti si recavano lì, di notte, in cerca di brividi e sperando di assistere a qualche apparizione spettrale

La Madre dei Dimenticati invece, così per come l’ho descritta, è un luogo di fantasia. Ma non si può escludere che nella Bologna sotterranea esista. I sotterranei di Bologna sono un dedalo di cunicoli e passaggi segreti.

TL: Nel corso della scrittura, hai mai modificato la simbologia religiosa o cambiato uno dei rituali/dettagli chiave per renderli più coerenti narrativamente?

ROBERTO CARBONI: Non ne ho avuto bisogno perché una volta scelto il Tema (fondamentale in una storia: in questo caso LA MADRE) il dipanarsi della trama e della simbologia segue il tema stesso, che ci guiderà fino alla fine (e guai a tradirlo). Il tema di questa storia è la duplice ombra junghiana legata all’archetipo della Madre.

La madre che non ti voleva ti ha gettato dal nido prima che tu imparassi a volare (morale: non hai imparato a volare ma hai imparato a cadere. Anche se poi ti fracassi ogni volta le ossa, letteralmente). Per contro, la madre che non ti ha mai permesso di lasciare il nido non ti ha insegnato né a volare, né a cadere (quindi, se cadi, soccombi). Giusto?

TL: Paul Cialdini porta la dimensione psicologica nel suo approccio investigativo: come hai progettato l’evoluzione interiore di questa figura, in relazione al tema del male che riaffiora dal passato?

ROBERTO CARBONI: Cialdini è laureato in psicologia in America, perché nel ’68 da noi questa laurea ancora non esisteva. E, sempre in America, si è avvicinato allo studio delle personalità criminali. In Italia fa il giornalista e indaga sui casi più misteriosi e intricati, spesso dove il sovrannaturale sembra apparire, almeno a un primo esame.

La serie di Cialdini è una trilogia, che si perfezionerà con il terzo episodio.

Di fatto, Tesi, Antitesi e Sintesi aristoteliane si definiscono con il primo, il secondo e il terzo atto, in questo caso con i tre romanzi. 1: Affetti perduti (la morte della sua fidanzata incinta). 2: Affetti mancati (l’indifferenza materna). 3: Gli spettri che ci portiamo dentro e con cui dobbiamo fare i conti. Spettri che esistono solo perché noi li nutriamo.

TL: Alcune descrizioni, come odori, suoni, ombre, risultano molto forti e immersive: hai seguito un metodo particolare per “costruire” queste sensazioni nel testo?

ROBERTO CARBONI: Come tutti i lavori, la scrittura richiede esperienza e sensibilità (oltre che predisposizione). Per “esperienza” intendo dire anche tanto studio: scrittura creativa, retorica della scrittura, sceneggiatura, drammaturgia… Scrivere è un lavoro, se sai farlo il risultato è efficace, e regali al lettore grandi emozioni (e lui ti ricompensa con il suo affetto e con le preziose ore della sua vita che dedica ai tuoi romanzi), altrimenti è uno strazio.

La scrittura è un po’ come un computer. Tu guardi il monitor e puoi vedere un film, ascoltare musica o giocare a scacchi con un’interfaccia accattivante, ma se apri il guscio ti accorgi che all’interno nasconde diavolerie incomprensibili, riservate agli esperti informatici.

TL: Nel valutare il finale, hai considerato chiusure più cupe o ambigue, o la soluzione che hai scelto è stata fin dall’inizio quella che ti è parsa più coerente con l’intero impianto del libro?

ROBERTO CARBONI: Come ho scritto sopra, questa serie è una trilogia. In ogni romanzo Cialdini cambia in parte, per arrivare a definire il proprio arco di trasformazione alla fine del terzo episodio. Il finale di questo romanzo ci porta dritti nel terzo episodio. E, anche se non è intuibile, Il palazzo delle Ombre è indissolubilmente legato al seguito. Nel palazzo delle Ombre c’è già il germe che porterà al dipanarsi del terzo romanzo. Cialdini ne è già invischiato, anche se, sia lui che il lettore, non l’hanno ancora scoperto.

Ma tutti i romanzi della trilogia sono autoconclusivi, perché comunque non volevo vincolare i lettori alla serie. Ogni romanzo può essere letto a sé. Ogni romanzo è anche una storia indipendente.

Sul finale aperto bisogna prestare grande attenzione, un finale può restare aperto riguardo lo sviluppo psicologico, ma lasciare il lettore senza spiegazioni esaustive può essere irritante, se non addirittura poco corretto. Molti lettori se la legano al dito, e io sono d’accordo con loro. Hanno pagato il biglietto e hanno diritto a una progettazione accurata ed esaustiva. E, soprattutto, coerente e credibile.

Io mal tollero perfino le canzoni quando non possiedono una chiusura che risolve l’armonia. Quando sfumano e basta mi danno l’impressione che manchi qualcosa. Anzi, non è affatto un’impressione, manca e basta. Un sogno deve farti riemergere con grande sensibilità e premura. Il finale ha il compito di ricondurti nel mondo reale, e allo stesso tempo di farti sentire un po’ orfano, bisognoso di tornare al più presto in quei posti turbolenti. Noi scrittori siamo qui per questo.

La redazione di Thriller Life ringrazia Roberto Carboni per la collaborazione.

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