Sette volte bosco
Recensione di: Alessandra Colombo
TRAMA:
Adalina è sola. Sta viaggiando su quel treno vecchio e cigolante da due giorni. Non ha nessuno accanto da stringere, consolare, sfamare. Ha soltanto una valigia stretta tra le gambe, fatta un po’ di legno e un po’ di cartone che si è quasi sciolto sotto il temporale. Sta tornando da Mitterndorf, il campo profughi per gli abitanti del Tirolo meridionale inglobato nel fronte della Grande Guerra, dove ha trascorso l’ultimo, terribile anno e ha perso i genitori, stroncati dalla fatica e dal dispiacere.
Al campo, nei giorni durissimi spezzati solo dal lavoro alla fabbrica di scarpe, e nelle lunghe notti schiacciata tra i corpi degli altri disperati, solo due pensieri hanno tenuto in vita Adalina: il suo màs, il maso che la famiglia si tramanda da generazioni, ed Emiliano, il fratello partito soldato per un Impero che si è sbriciolato come un tozzo di pane, il fratello di cui non ha notizie da mesi e che è rimasto l’unico, ormai, a chiamarla con il nome che lei ama, Lina.
Tornata a casa, Lina si rende conto che non solo la sua famiglia, i confini, la lingua sono cambiati: le montagne e i boschi non sono più gli stessi, dilaniati dai bombardamenti, depredati e spogli.
E il maso è in parte crollato, in parte annerito dai fuochi degli occupanti abusivi. Ma è ancora in piedi. Adalina sa che la vita è fatta di tristi inverni così come di primavere rigogliose, e ora è giunto il tempo di ricominciare, di curare le ferite del corpo e dell’anima. Anche per Emiliano, che tornerà dalla guerra e non deve pensare che Lina si sia mai arresa. Finché un giorno qualcosa cambia nella sua quotidianità così faticosamente riconquistata. Nel màs si è intrufolato un ragazzo: è un soldato, come Emiliano; parla tedesco, quello vero. E, proprio come Emiliano, anche lui ora si trova dalla parte sbagliata del confine.
RECENSIONE:
Caterina Manfrini ha una profonda passione per le storie della Grande Guerra, ne è affascinata. Da questo radicato attaccamento è nato “Sette volte bosco”, il suo primo romanzo. L’origine trentina emerge come un profondo legame per la storia della sua terra, per il suo passato denso di dolore e perdite.
Adalina sta tornando a casa. “Mitterndorf non era una destinazione: era un purgatorio”. Come molti altri, ha vissuto nel campo di Mitterndorf in Bassa Austria, in un contesto quotidiano di privazioni e sofferenze. “Non erano molte quelle come lei, che non avevano nessuno da stringere a sé.”
Ora, terminato il conflitto, un treno la sta riportando al suo màs, il maso di famiglia, ma Adalina non immagina che troverà solo devastazione e rovina. La guerra ha lasciato case distrutte o danneggiate, ricordi perduti e vite da ricostruire. Ma la cosa più difficile da riparare sarà il cuore, un cuore che soffre nel vedere campi, prati e foreste segnati e persone che sembrano fantasmi di loro stessi. “Sette volte bosco, sette volte prato” ripeteva suo padre; un detto popolare che fa sperare in un ritorno alla normalità dopo l’alternanza ciclica delle difficoltà della vita.
Emiliano, fratello di Adalina, Lina come lui la ricorda, sta cercando di lasciarsi alle spalle le atrocità vissute in prima persona e mentre torna a casa riaffiorano i volti dei suoi compagni e i momenti piacevoli, anche se pochi, vissuti sul campo di battaglia. Saranno vivi? Come starà lei? Come reagirà vedendo quanto la guerra lo ha trasformato? Per entrambi si prospettano nuove difficoltà, paure e decisioni.
La scrittura di Caterina Manfrini è evocativa, profonda. In “Sette volte bosco” il contesto storico emerge in ogni pagina con tatto e delicatezza. Avvolge la narrazione e il lettore non può sottrarsi al desiderio di entrare in empatia con Adalina, con il tentativo disperato di riprendere in mano la sua vita e riportare il màs all’antica funzione di casa e luogo sicuro. L’epoca è descritta in modo vivido, realistico. L’autrice parla spesso del monte Pasubio e di come le sue rocce, le vette, i valloni e le foreste siano tristemente ricordati per i corpi che sono rimasti lì nella nuda e fredda terra, come simbolo di un’epoca che ha segnato tante, troppe vite.
L’utilizzo di figure retoriche arricchisce la narrazione, rende alcune immagini ancora più chiare e immersive. Nel testo si trovano riferimenti alle antiche tradizioni di montagna del Trentino, nomi tipici che possiamo sentire ancora oggi nei racconti di nonni e nonne accoccolati di fianco a una fornella accesa che da buon focolare scalda casa e cuori.
“Sette volte bosco” è un romanzo d’esordio coinvolgente, una lettura intensa che lascia pensieri e riflessioni.
Editore: Neri Pozza
Pagine: 208
Anno di pubblicazione: 2025
Traduzione:
AUTORE:

Caterina Manfrini è nata a Rovereto nel 1996. Ha conseguito gli studi in ambito antropologico in Danimarca e a Bologna. La sua passione per le storie l’ha portata a Londra, dove ha ottenuto un master in Scrittura creativa. Sette volte bosco è il suo primo romanzo.