Il tempo non aspetta nessuno
TRAMA:
Nella Milano degli aperitivi, dei rooftop e dei cuori solitari, il commissario Biondo e l’agente Giusy Garofalo indagano su tre improbabili suicidi. Le vittime appartengono ad ambienti diversi e nulla fa pensare all’esistenza di un collegamento, se non la presenza di una sottile corda sulle scene dei ritrovamenti. Un tango figurato dove vittime e carnefice intrecciano passi disperati. Biondo, risucchiato nel buco nero di un triste déjà-vu, per garantire la sicurezza della sua preziosa collaboratrice sarà pronto a violare le regole. Ma questo sarà solo uno dei dilemmi che dovrà affrontare, e neanche il più doloroso.
RECENSIONE:
Con “Il tempo non aspetta nessuno”, Salvo Barone riporta in scena il commissario Biondo, già protagonista di “Cani da riporto”. Milano torna a fare da sfondo alle vicende, ma non è mai ridotta a semplice scenografia; la città vive nelle sue contraddizioni, tra vetrine scintillanti e vicoli dove la solitudine si fa quasi tangibile. Ed è proprio in questa realtà che si consuma un’indagine che parte da un enigma e si trasforma, pagina dopo pagina, in un’esplorazione delle crepe che attraversano l’animo umano.
Salvo Barone sa che i suoi lettori non cercano solo un caso da risolvere, vogliono entrare nella testa di Biondo, sentirne il peso delle scelte, riconoscersi nelle sue esitazioni. E l’autore costruisce il romanzo esattamente su questa frequenza, lasciando che sia l’interiorità del commissario a guidare il ritmo della narrazione.
Tre suicidi apparentemente slegati. Nessun collegamento evidente, se non un dettaglio che quasi sfugge: una corda sottile, sempre la stessa. È poco, ma basta per far scattare il dubbio. E Biondo, da investigatore di razza, sa che i dettagli minimi sono spesso quelli che nascondono verità scomode.
Al suo fianco c’è Giusy Garofalo, agente di origini etiopi, che ormai non è più solo una spalla, è diventata infatti uno specchio, un contraltare, qualcuno che legge tra le righe e intuisce prima ancora che Biondo formuli un pensiero. Il loro rapporto si è fatto più stretto, più complicato, carico di un’intimità professionale che sconfina in qualcosa di più personale. Non è solo chimica, è necessità reciproca, la sensazione che nessuno dei due possa fare a meno dell’altro. Questo crea una tensione sottile, mai esplicitata del tutto, che attraversa l’intero romanzo.
Milano intanto è lì, nei rooftop dove si consuma l’illusione del successo e nei vicoli dove si nascondono le vite che nessuno vuole vedere. La città diventa una presenza viva, un personaggio che amplifica la solitudine delle vittime e l’inquietudine di chi indaga.
Il vero punto di forza del libro sta nella caratterizzazione del personaggio principale. Biondo non è l’investigatore impeccabile, quello che ha sempre la risposta pronta, è anzi un uomo che sbaglia, che si lascia guidare dall’istinto anche quando la ragione suggerirebbe prudenza. Ha un passato che continua a riaffiorare, spesso nei momenti meno opportuni, sotto forma di déjà-vu che non sono semplici espedienti narrativi ma veri e propri cortocircuiti emotivi. Barone usa questi flashback interiori per farci capire quanto il tempo, per Biondo, non sia mai davvero passato; certe ferite restano aperte, certe responsabilità continuano a pesare.
Anche Giusy è ben definita: non è la classica figura di supporto, ma una donna con una propria profondità, capace di leggere Biondo meglio di quanto lui sappia fare con se stesso. Il loro rapporto è credibile proprio perché non è perfetto: ci sono frizioni, incomprensioni, momenti in cui ciascuno dei due vorrebbe dire qualcosa ma si trattiene.
Eppure il romanzo non è esente da qualche inciampo. Il ritmo non sempre regge: ci sono momenti in cui la narrazione sembra indugiare troppo, come se Barone temesse di bruciare le tappe. Alcune sezioni rallentano l’indagine senza aggiungere reale spessore, e questo finisce per smorzare la tensione proprio quando dovrebbe crescere. In un thriller, anche il silenzio deve essere carico di suspense, e qui non sempre accade. L’intreccio dei tre suicidi è interessante sulla carta, ma avrebbe meritato una gestione più serrata, con una progressione più incalzante. Manca, in certi passaggi, quella sensazione di urgenza che tiene il lettore incollato alla pagina.
Il finale non tradisce. Barone non cerca lo shock dell’ultima pagina, non punta al colpo di scena gratuito. Preferisce una chiusura coerente, che rispetta il percorso dei personaggi e il tono generale del romanzo. È un finale che sa di realtà, di scelte imperfette, di compromessi. Proprio come Biondo: umano, fallibile, autentico.
“Il tempo non aspetta nessuno” è un tassello importante nella saga del commissario. Non un libro perfetto, ha le sue lentezze, qualche caduta di tensione, momenti in cui ci si aspetterebbe più mordente, ma conferma l’abilità di Salvo Barone nel costruire personaggi veri, creare atmosfere dense e raccontare l’umanità che si nasconde dietro ogni crimine. Non è solo un thriller: è un romanzo di personaggi, dove il caso da risolvere è quasi un pretesto per scavare nelle pieghe dell’animo umano. E questo, alla fine, è quello che lascia il segno.
Puoi leggere la recensione de “L’uomo senza una scarpa” sul nostro sito (QUI)
Editore: Todaro
Pagine: 256
Anno di pubblicazione: 2026
AUTORE:

Salvo Barone è nato a Palermo, ma risiede a Como insieme a moglie e figli. Laureato con lode in Scienze Politiche, ha scritto una tesi sui Mezzi di comunicazione di massa. Ciononostante, ha fatto il bancario per 36 anni. Nel 2010 fa il suo esordio letterario pubblicando Le regole del formicaio (Todaro Editore) con protagonisti il commissario Efisio Sorigu e l’amico Stefano La Duca. A questi stessi personaggi dedica un prequel nel 2012, dal titolo Una giustizia più sopportabile. Nel 2017 esce un racconto lungo, intitolato Confessioni di un malandrino, sempre per Todaro Editore. Nel 2020 crea il personaggio del Commissario Biondo in Cani da riporto, che ritroviamo in L’uomo senza una scarpa