Il silenzio che resta
Recensione di Alessandra Boschini
TRAMA:
Una baracca oscura, oltre un ponte. Una figura minacciosa avvolta nell’ombra e un bambino addormentato sotto una coperta rossa. È così che Elena Dal Pozzo vede il figlio Mattia, scomparso da quasi un anno, durante una seduta di ipnoterapia che dovrebbe servire a farle rivivere un momento orrendo per accettarne l’esistenza senza ricorrere al torpore farmacologico in cui si rifugia sempre più spesso.
Un tempo è stata una giornalista di valore e prospettiva, era brava. Quando è arrivato Mattia, però, ha dovuto occuparsi della famiglia. Adesso lavora per una piccola emittente locale, ascolta in loop Comfortably Numb dei Pink Floyd per anestetizzare il dolore e tutte le sere cerca di farsi del male. Finché il suo mondo crolla di nuovo. Una telefonata inattesa: una conferenza stampa urgente in questura sembra preludere a qualcosa di grave. Nonostante lo stato alterato, è costretta a muoversi. Viene annunciata la scomparsa di un altro bambino.
Nell’anniversario della sparizione di suo figlio. Nello stesso punto. Il passato è pronto a trascinarla di nuovo nell’abisso. Anche perché a guidare le indagini è sempre Santo Mixielutzi, noto in questura come “Sfinge”. Un uomo dallo sguardo cupo e dalle poche parole, che sembra non cedere nemmeno davanti al dolore. Un vero professionista che nasconde però un segreto, sepolto sull’isola dove è nato.
RECENSIONE:
Giuliano Pasini, messo da parte il personaggio di Roberto Serra e il borgo Appenninico di Case Rosse, trasporta il lettore in una Treviso gelida e piovosa, avvolta da un’umidità che smorza e attutisce le luminarie natalizie, e ne affievolisce lo scintillio.
“Il silenzio che resta” è un thriller che punta i riflettori sul tema della maternità, sul difficile ruolo della donna costretta a vivere diversi ruoli, l’essere madre, moglie e lavoratrice spesso costretta a reprimere i propri sogni, desideri o vocazioni.
Elena Dal Pozzo era una giornalista affermata ma, alla nascita di Mattia, ha rinunciato al lavoro per accudirlo e crescerlo.
Un pomeriggio di dicembre, durante una passeggiata lungo l’alzata del Sile, Mattia sparisce mentre lei risponde al cellulare.
È trascorso un anno esatto da quel terribile giorno ed Elena non sa che farsene di una vita che affronta tra sedute di psico terapia, rimorsi, tiri di boxe, alcol e Roipnol. Il dolore che prova una madre alla perdita del figlio annichilisce, annienta, demolisce. Sopravvive Elena, in una dimensione bloccata, ha dovuto trasformarsi per salvarsi e non annegare nella disperazione. Ha persino cambiato casa per stare accanto a Mattia, un appartamento a poca distanza dal luogo della scomparsa, per sentirlo vicino, cercando un legame con l’ultimo istante in cui l’ha visto. Ma il passato torna e la trascina di nuovo nell’abisso: un altro bambino è scomparso, nello stesso luogo, anche lui ha 6 anni e si chiama Mattia.
È costretta a rivivere la tragedia anche perché a comunicarglielo è il vicequestore Santo Mixielutzi, lui che ha seguito il caso di Mattia e non l’ha mai dimenticato.
Chiamato “Sfinge” per il suo essere impassibile, granitico e inespressivo, proviene dall’entroterra sardo e si porta addosso “un’ombra che lo divora”, ed è per questo che quando ha incontrato Elena, un anno prima, ha sentito una sorta di transfer tra le loro sofferenze, perché il dolore unisce.
“Il silenzio che resta” ci parla di mancanze, di affetti negati, di dolore che spezza l’assetto della vita, di vuoti incolmabili, di immaturità affettiva.
Giuliano Pasini introduce personaggi tridimensionali, profondamente umani e reali, ci ha abituato a storie dal forte impatto emotivo, capaci di tenere il lettore incollato alle pagine, costretto a divorarle voracemente. Santo Mixielutzi come Roberto Serra, due personaggi fatti di ombre che vengono dal passato e di segreti custoditi nell’anima, hanno anche collaborato in alcune indagini e un po’ si somigliano nel loro bagaglio di dolore, costretti a sopravvivere e a trasformarsi anelando la salvezza, proprio come Elena.
L’alternanza dei piani temporali, tra il giorno della scomparsa di Mattia e il presente, con la sparizione del secondo bambino, crea un forte coinvolgimento emotivo, i capitoli brevi assecondano il ritmo incalzante dai toni costruiti alla perfezione. Inoltre la capacità descrittiva di Pasini rende l’ambientazione parte integrante della trama, Treviso non è solo un impianto scenografico ma cielo grigio, nebbia e pioggia che sembrano accompagnare e assecondare la disperazione e il senso di vuoto.
Non rimane che prestare ascolto a “Tutto il silenzio che resta” e lasciarsi andare alle emozioni.
EDITORE: Piemme
PAGINE: 368
Anno di pubblicazione: 2026
AUTORE:

Giuliano Pasini, (qui il nostro special Il commissario Roberto Serra di Giuliano Pasini) nato a Zocca in provincia di Modena, è un orgoglioso uomo d’Appennino che vive in pianura, a Treviso. Socio di Community, una delle più importanti società italiane che si occupano di reputazione, è presidente del Premio Letterario Massarosa e in giuria di altri concorsi italiani e internazionali. Il suo esordio, Venti corpi nella neve (ora Piemme), diventa subito un caso editoriale, tradotto in diversi Paesi. Seguiranno Io sono lo straniero e Il fiume ti porta via, tutti con protagonista Roberto Serra, poliziotto anomalo e dotato di grande umanità, in perenne fuga da sé stesso e dal male che lo affligge.
È così che si muore ne segna il ritorno a Case Rosse, dieci anni dopo il primo romanzo. Un’ambientazione che ritroviamo, così come la coppia Serra e Tonelli, nell’ultimo appassionante thriller di Pasini, L’estate dei morti (qui su Thriller life recensione e special L’estate dei morti di Giuliano Pasini “L’estate dei morti. Chi ha paura delle streghe cattive? Folklore, paure e demoni della mente”. Intervista al suo autore Giuliano Pasini.) Il silenzio che resta è da poco stato pubblicato, sempre per la casa editrice Piemme https://it.wikipedia.org/wiki/Edizioni_Piemme.