Intervista a Giuliano Pasini
DOMANDE DI: Alessandra Boschini
SPAZIO CURATO DA: Ilaria Ambrosi

Buongiorno cari lettori, il graditissimo ospite del nostro spazio interviste di oggi è Giuliano Pasini con il suo nuovo libro “Il silenzio che resta” (Piemme, 2026) letto e recensito dalla nostra Alessandra.
Giuliano Pasini, nato a Zocca (Modena) e residente a Treviso, è uno scrittore e professionista della comunicazione. È socio di Community, presidente del Premio Letterario Massarosa e membro di giuria in diversi concorsi letterari. Ha esordito con il thriller “Venti corpi nella neve“, diventato un caso editoriale e tradotto in vari Paesi. Nei romanzi successivi — “Io sono lo straniero” e “Il fiume ti porta via” — torna il poliziotto Roberto Serra. Con “È così che si muore” Pasini torna all’ambientazione di Case Rosse, ripresa anche in “L’estate dei morti“. Il suo romanzo più recente è “Il silenzio che resta“, pubblicato da Piemme.
THRILLER LIFE: Santo Mixielutzi. “Il suo abisso personale lo ha sempre con sé. Ci guarda dentro di continuo, da quando gli hanno portato via Dora”. Condivide diversi aspetti con Roberto Serra: il dolore, le perdite, una certa indifferenza verso le autorità, il silenzio e la solitudine, ma anche un bisogno quasi fisico di verità e giustizia. Come nascono personaggi così tormentati?
GIULIANO PASINI: Credo che personaggi come Mixielutzi o Serra nascano sempre da una frattura. Mi interessa raccontare persone che portano dentro una crepa, qualcosa che li ha cambiati per sempre. Il dolore, le perdite, le ferite personali diventano in qualche modo il motore della loro ricerca. Non sono eroi, non sono uomini integri nel senso classico del termine: sono persone che continuano a guardare dentro il proprio abisso e proprio per questo riconoscono quello degli altri. Il filo rosso che li lega, probabilmente, è proprio questo: la verità per loro non è soltanto un fatto professionale, ma quasi una necessità esistenziale. Cercarla significa anche provare a dare un senso a quello che hanno vissuto.
TL: Elena è una figura drammatica, tesa e dolorosa. I traumi che subiamo, il nostro vissuto, le relazioni che ci accompagnano rappresentano ciò che siamo. Essere o meno una brava madre può dipendere anche da questo? Elena poteva essere salvata?
GIULIANO PASINI: Il passato ci condiziona molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Le relazioni, soprattutto quelle dell’infanzia, lasciano tracce profondissime.
Elena è una donna che porta addosso molte ferite: una famiglia fragile, un’adolescenza segnata, un senso di solitudine che non l’ha mai abbandonata. Tutto questo naturalmente influisce su ciò che diventa. Ma ridurre la sua storia a una spiegazione sarebbe troppo semplice e, contemporaneamente, molto presuntuoso da parte mia. Credo che i romanzi debbano fornire molte più domande che risposte.
In questo senso, la domanda “se Elena potesse essere salvata” è la più dolorosa del romanzo. Io credo che a volte, nelle vite reali come nella narrativa, non esistano risposte nette. Esistono possibilità mancate, incontri che arrivano troppo tardi, silenzi che crescono fino a diventare insuperabili. Sarebbe bastata compiere una scelta diversa? Chissà. Purtroppo, non esiste la controprova.
TL: Il tema centrale de “Il silenzio che resta” è la maternità. Essere madre è istintivo e naturale?
GIULIANO PASINI: La maternità è uno dei territori più complessi che esistano. Spesso viene raccontata come qualcosa di completamente naturale, quasi automatico. Ma la realtà, come sappiamo, è molto più complessa.
Nel romanzo mi interessava proprio questa zona grigia: il punto in cui il desiderio di un figlio si scontra con la fatica quotidiana, con la solitudine, con la perdita di una parte della propria identità.
Essere madre è la responsabilità più grande che una persona possa assumersi. Non sempre coincide con un istinto immediato e perfetto. A volte è un percorso, a volte una lotta, a volte anche una difficoltà di cui si parla troppo poco. E che viene svolto sotto pressioni sociali insopportabili.
TL: Il dolore per la perdita di un figlio è incalcolabile. Nel romanzo Elena vive una forma di negazione, una frattura del ricordo. Come hai affrontato questo argomento?
GIULIANO PASINI: Con molto rispetto e con molta cautela. Facendo tesoro di quanto ho visto e vissuto da bambino, nella mia famiglia. Quando si affrontano temi così estremi bisogna fare un passo indietro e cercare di ascoltare più che spiegare.
La mente umana, di fronte a un dolore insopportabile, mette in atto dei meccanismi di difesa. La negazione, la distorsione del ricordo, perfino l’amnesia sono modi con cui la psiche prova a proteggersi.
Nel romanzo ho cercato di raccontare non tanto una patologia, quanto un tentativo disperato di sopravvivere. A volte la fuga dalla realtà non è debolezza. È l’unico modo per non crollare del tutto.
TL: Siro Baban, “Braccio di ferro”, un uomo ai margini, diventa subito il colpevole perfetto. Perché è così facile incolpare i più deboli?
GIULIANO PASINI: Perché la paura ha bisogno di bersagli facili. Meglio ancora se deboli. Quando succede qualcosa di terribile, la comunità cerca subito una spiegazione rapida, qualcuno su cui scaricare l’angoscia collettiva. Chi vive ai margini viene sospettato per primo. È una dinamica molto antica, quasi connaturata all’essere umano. Siro Baban rappresenta proprio questo meccanismo: il bisogno di trovare un mostro visibile per non guardare dentro zone molto più scomode e complesse.
TL: I tuoi personaggi sono molto diversi tra loro: Marco Gomiero, Sebastiano, Edvige, Giulia… Come nascono? Ti ispiri a qualcuno?
GIULIANO PASINI: Nascono quasi sempre da un piccolo dettaglio. A volte da una storia ascoltata per caso, altre volte da una frase, da un gesto, da una contraddizione che mi colpisce.
Non parto quasi mai da un modello reale preciso. Piuttosto succede che molti frammenti di realtà si depositino nella memoria e, a un certo punto, si combinino tra loro.
Quando un personaggio comincia a muoversi davvero sulla pagina, quando prende decisioni che io non prenderei, capisco che ha iniziato a vivere.
TL: Da Case Rosse a Treviso, dall’Appennino tosco-emiliano al profondo Nord Est: come hai vissuto questo passaggio?
GIULIANO PASINI: Per me i luoghi non sono mai soltanto uno sfondo. Sono quasi dei personaggi.
Case Rosse e l’Appennino hanno una dimensione più raccolta, più intima, da rifugio a volte accogliente, a volte tenebroso. Treviso invece è una città luccicante, apparente semplice ma in cui in realtà convivono identità diverse e molte contraddizioni, e questo crea una tensione narrativa interessante.
Cambiare luogo significa cambiare atmosfera, ritmo, sguardo. Inevitabilmente, cambiano anche i personaggi che si muovono dentro quel paesaggio.
TL: Giuliano Pasini, che lettore sei? Ci sono autori che ti hanno formato?
GIULIANO PASINI: Sono un lettore onnivoro e compulsivo. Leggo appena posso, leggo di tutto, ogni giorno inizia con un libro e finisce con un libro. Mi piace alternare registri diversi. Letteralmente, da Sofocle a James Ellroy, per la forza con cui entrambi riescono a raccontare il lato oscuro delle persone, da John Steinbeck a Loriano Macchiavelli per la capacità di raccontare i mutamenti sociali – ciascuno a proprio modo, da Cormac McCarthy a Stephen King passando per John Fante e altri mille. Se mi ponessi la stessa domanda domani, te ne citerei altri, probabilmente tutti diversi. L’importante è leggere.
TL: Un consiglio ai lettori di Thriller Life?
GIULIANO PASINI: Tenere alta la bandiera del nostro amatissimo genere. Il thriller, il noir, il giallo sono specchi straordinari per raccontare la società, le sue paure e le sue contraddizioni.
La letteratura è piena di porte: aprirne una nuova ogni tanto è il modo migliore per non smettere mai di sorprendersi.
La redazione di Thriller Life ringrazia Giuliano Pasini per la collaborazione.





