Il club delle mogli dei serial killer di Elizabeth Arnott 

Il club delle mogli dei serial killer
“A volte, per riconoscere un mostro, devi avergli vissuto accanto.”

Il club delle mogli dei serial killer

Recensione di: Domenico Vacca

TRAMA:

È un’estate torrida nella California degli anni Sessanta e tre donne hanno stretto un’amicizia improbabile. Beverley, Elsie e Margot sembrano condurre vite idilliache, ma dietro i sorrisi di facciata e le piscine scintillanti si nasconde una cruda verità: i loro mariti sono tra i più famigerati serial killer del Paese. Tra pettegolezzi di vicinato e dita puntate, lottano per costruirsi una nuova esistenza. L’ingenua Beverley cresce due bambini piccoli sotto l’ombra dei crimini del padre.

L’ambiziosa Elsie è determinata a farsi un nome in una redazione dominata dagli uomini, mentre Margot, la ragazza delle feste di Hollywood, ha un debole per il margarita al mattino, nella speranza di soffocare la vergogna del tradimento del suo ex marito. Ma quando una serie di omicidi locali finisce sulle prime pagine dei giornali, queste donne, sottovalutate e ignorate, vengono catapultate in un’indagine tutta loro. In fin dei conti, chi meglio di chi ha condiviso la vita con un assassino può riuscire a catturarne uno?

RECENSIONE:

C’è qualcosa di deliberatamente sovversivo nel punto di partenza scelto da Elizabeth Arnott: togliere la scena all’assassino, spegnere i riflettori che ha puntati addosso e voltare la macchina da presa verso chi è rimasto. Non le vittime nel senso convenzionale del termine, non i corpi ritrovati o le indagini della polizia, ma le donne che hanno condiviso il letto, il caffè del mattino e l’illusione di una vita normale con un mostro. Mogli, non carnefici. Sopravvissute, non complici. Eppure condannate lo stesso.

È da questa angolatura scomoda, potente e sorprendentemente poco esplorata che Il club delle mogli dei serial killer prende forma, costruendo un thriller che funziona su più livelli: come romanzo di suspense, come ritratto d’epoca e come riflessione acuta sulla condizione femminile in un’America che, nel 1966, si racconta moderna mentre continua a schiacciare le sue donne sotto il peso delle convenienze.

Arnott sceglie un’ambientazione che è già, in sé, una dichiarazione d’intenti. La California degli anni Sessanta è piscine scintillanti e vicinati che sorridono troppo, siepi curate e cocktail al tramonto, una bellezza di facciata che nasconde crepe profonde. Abiti, acconciature, arredamento, musica di sottofondo, oggetti di culto di quell’epoca, tutto è restituito con un realismo che non è mai semplice decorazione, ma funziona come contrasto: più è curata la superficie, più è oscuro ciò che vi scorre sotto.

Si respira un’atmosfera che ricorda Mad Men per l’eleganza formale e il soffocante conformismo, ma che vira verso qualcosa di più oscuro, più vicino alla tensione investigativa di Zodiac: la stessa sensazione che il male stia passeggiando tra i vicoli familiari, inafferrabile e quotidiano.

Beverley, Elsie e Margot sono il cuore pulsante del romanzo. Elizabeth Arnott le tratteggia con una cura che sorprende, evitando con intelligenza la tentazione di farne simboli o stereotipi. Sono donne reali, contraddittorie, imperfette e, proprio per questo, convincenti.

Beverley è la più fragile in apparenza, quella su cui il peso del giudizio pubblico pesa con più brutalità: crescere due bambini piccoli sotto l’ombra dei crimini di un padre assente e mostruoso è una condanna quotidiana, silenziosa, che non prevede appello. Elsie è l’ambizione che non si rassegna: in una redazione dominata dagli uomini, lotta non solo per sopravvivere ma per affermarsi, per ritagliarsi uno spazio che il mondo continua a negarle.

E poi c’è Margot — forse il personaggio più sfaccettato del trio — ex ragazza delle feste di Hollywood, con il margarita del mattino come scudo contro una vergogna che non trova parole. Non è debolezza, la sua: è il ritratto di qualcuno che ha imparato a muoversi in un mondo che la giudica prima ancora di guardarla davvero.

Ciò che le unisce va oltre la storia condivisa con un assassino: è la sensazione di essere diventate appendici di qualcun altro, di aver perso la propria identità nel momento in cui i loro mariti sono stati smascherati. Il mondo le riduce a un ruolo — mogli di un mostro — senza mai riconoscere in loro qualcosa di autonomo, qualcosa che esista al di là di quell’uomo. Ed è da quella prigione, fatta di sguardi, pettegolezzi, porte che si chiudono, che il romanzo le vede lottare per uscire.

Uno degli aspetti più riusciti di Il club delle mogli dei serial killer è la rappresentazione del giudizio collettivo come forma di violenza parallela. Non è la violenza fisica dei mariti, ma è altrettanto reale: la vergogna usata come arma sociale, il pregiudizio che non ammette difesa, l’impossibilità di costruirsi un futuro quando il passato è inciso nell’identità pubblica con caratteri indelebili. Arnott denuncia tutto questo senza alzare la voce, senza cedere alla retorica; lo mostra semplicemente, con la precisione di chi sa che il dettaglio giusto vale più di mille proclami.

La posizione subalterna della donna, i pregiudizi di classe e razza, la violenza istituzionale di una polizia che ignora le donne o le tratta come testimoni inaffidabili: temi che affiorano con naturalezza nel racconto, senza appesantire il ritmo narrativo, senza trasformare il romanzo in un saggio travestito da thriller.

Quando una serie di omicidi colpisce la zona e la polizia brancola nel buio — o peggio, non considera nemmeno le ipotesi più ovvie — le tre donne decidono di indagare. Non per eroismo, non per un senso di giustizia astratto: per necessità profondamente personale. Per espiare il senso di colpa di non essersi accorte in tempo. Per impedire che altre donne diventino vittime di uomini violenti. Per dimostrare, a sé stesse prima che al mondo, di valere qualcosa al di là degli uomini che le hanno tradite.

Ed è qui che Elizabeth Arnott inserisce uno degli elementi più affascinanti dell’intero romanzo: l’embrione del profiling. Le tre protagoniste osservano, collegano, catalogano comportamenti, ricorrenze, dinamiche psicologiche e familiari — anticipando con intuizione straordinaria quella che diventerà una disciplina fondamentale nella criminologia moderna. Non è una forzatura narrativa: è una delle idee più originali del libro, e funziona perché nasce dall’esperienza vissuta. Chi ha convissuto con un assassino — chi ne ha respirato le menzogne, ne ha subito le manipolazioni, ne ha imparato inconsapevolmente il linguaggio — ha sviluppato una sensibilità che nessun manuale può insegnare.

Lo stile di Elizabeth Arnott è scorrevole, pulito, apparentemente leggero. È una leggerezza ingannevole: sotto la superficie elegante pulsa una riflessione sociale densa, tutt’altro che superficiale. Il romanzo sa cambiare passo con naturalezza — dalla malinconia al ritmo serrato dell’indagine, dall’ironia tagliente al momento di vera tensione — senza perdere coerenza. Il finale, in particolare, pur non rinunciando al colpo di scena, resta fedele al percorso emotivo delle protagoniste: una chiusura che parla di resilienza, di consapevolezza conquistata, non di redenzione gratuita. Una scelta coraggiosa, che rispetta l’intelligenza del lettore.

Il club delle mogli dei serial killer è un thriller che sorprende. Non è il solito romanzo sul serial killer. Non è una storia di vendetta. Non è un’apologia del crimine né un’agiografia delle vittime. È qualcosa di più sottile e più duraturo: la storia di tre donne che scelgono di non lasciare che qualcun altro definisca la loro esistenza. E, nel farlo, ci ricordano che le storie più potenti nascono sempre da chi la storia ha preferito ignorare.

Traduzione: Eleonora Motta

Editore: Newton Compton Editori

Pagine: 320

Anno di pubblicazione: 2026

AUTORE:

Elizabeth Arnott è una scrittrice e giornalista pluripremiata che ha all’attivo numerosi romanzi storici acclamati dalla critica con lo pseudonimo di Lizzie Pook. I suoi lavori sono apparsi su testate come «Sunday Times», «Guardian», «Telegraph» e «National Geographic». Vive a Londra con il marito e la figlia. Il club delle mogli dei serial killer è il suo primo romanzo pubblicato con la Newton Compton.

Condividi questo articolo:

Potrebbero interessarti anche: