Intervista a Stefania Porro

Buongiorno cari lettori, il graditissimo ospite del nostro spazio interviste di oggi è Stefania Porro con il suo libro d’esordio “Le chiavi del peccato” letto e recensito dal nostro Domenico (Link recensione).
Con Le chiavi del peccato, Stefania Porro debutta con un thriller intenso e ricco di sfumature psicologiche. L’ambientazione montana, i silenzi della comunità e un finale che sfida le certezze del lettore rendono questo esordio particolarmente interessante. Le abbiamo rivolto alcune domande per conoscere meglio la sua voce e il mondo che ha costruito.
THRILLER LIFE: “Le chiavi del peccato” è il tuo romanzo d’esordio. Come è nato il tuo percorso nella scrittura e qual è stato il momento in cui hai capito che questa storia meritava di diventare un libro.
STEFANIA PORRO: Il mio percorso da lettrice è nato con me: sono cresciuta tra i libri, soprattutto gialli, thriller e testi di criminologia, affascinata dalla complessità della mente umana. Alla scrittura, invece, sono approdata un po’ per caso, dopo un incidente in moto che mi ha costretto a mettere da parte la passione per le due ruote. Quel momento mi ha imposto di fermarmi e cercare un nuovo modo per esprimermi: scrivere è stata la mia rinascita. “Le chiavi del peccato” è nato così, quasi per sfida personale. Solo a lavoro finito, vedendo quanto i temi fossero attuali, ho capito che questa storia non poteva restare in un cassetto, ma meritava di diventare un libro.
TL: San Remidio e i suoi personaggi rivelano una grande attenzione all’animo umano. C’è un’esperienza, un interesse o una formazione che ha influenzato il tuo modo di osservare le persone e di raccontarne le fragilità.
STEFANIA PORRO: La mia attenzione all’animo umano affonda le radici in un interesse costante per le scienze umane: in una storia non mi interessa tanto scoprire chi è stato, ma capire il perché lo abbia fatto. Certamente ha influito anche la mia attività di recensitrice, che mi ha insegnato l’importanza della coerenza psicologica. Per me, raccontare le fragilità significa non limitarsi a creare vittime o carnefici, ma dare vita a persone vere, fatte di quelle sfumature che oscillano costantemente tra il bianco e il nero.
TL: La sensibilità con cui descrivi le ombre interiori dei personaggi suggerisce uno sguardo attento e consapevole.C’è una lettura, un autore o un incontro che senti abbia contribuito a formare la tua voce narrativa.
STEFANIA PORRO: Devo molto ad autori come Capuana, che mi ha insegnato ad approfondire l’analisi psicologica dei personaggi, e ad Agatha Christie per la sua maestria nel trasformare un’indagine in una trappola claustrofobica. Fondamentali sono stati anche i saggi di Lucarelli, preziosi per comprendere la natura dei serial killer e leloro motivazioni criminali. Tuttavia, credo che l’influenza maggiore arrivi dall’osservazione costante del mondo. Più che un singolo incontro, è il mio sguardo sulla quotidianità a nutrirmi: osservare è il modo migliore di comprendere. Analizzare i comportamenti altrui è ciò che mi spinge a scrivere, con l’obiettivo di restituire ai lettori quella complessità psicologica che rende una storia autentica.
TL: San Remidio è un microcosmo chiuso, sospeso tra tradizione e diffidenza. Da cosa nasce l’idea di ambientare Le chiavi del peccato in un villaggio così isolato e quasi claustrofobico?
STEFANIA PORRO: L’idea di San Remidio nasce dal desiderio di creare un laboratorio umano. In un villaggio così isolato, le tradizioni sono una corazza e la diffidenza verso l’esterno una difesa quasi necessaria. Volevo un ambiente claustrofobico perché, quando non c’è una via d’uscita, i segreti pesano il doppio e le tensioni esplodono più facilmente. Mi affascinava l’idea di costruire una comunità dove tutti si conoscono ma nessuno si fida davvero degli altri. San Remidio non è solo un paese, è lo specchio dei peccati che i suoi abitanti cercano di nascondere.
TL: La neve è una presenza costante, quasi un personaggio. È nata prima l’ambientazione o la volontà di usarla come metafora della verità che riaffiora?
STEFANIA PORRO: Direi che il mio thriller ha quasi un’anima espressionista: la neve non fa solo da sfondo, ma diventa un vero e proprio personaggio capace di riflettere il tormento interiore dei protagonisti. È l’unico elemento naturale che ho sentito adatto a questa storia, per la sua capacità unica di soffocare i rumori e nascondere le tracce, creando una coltre di silenzio simile a quella dei segreti custoditi troppo a lungo dai personaggi.
TL: Samuel Okoye è un protagonista complesso, segnato da ferite personali. Come hai costruito il suo passato e in che modo questo bagaglio emotivo ha influenzato il suo modo di indagare?
STEFANIA PORRO: Per Samuel Okoye mi serviva un protagonista in grado di comprendere dall’interno le meccaniche di una comunità chiusa, essendo lui stesso cresciuto in una realtà simile. Mi interessava un uomo che non si limitasse a osservare il male all’esterno, ma che lo conoscesse per esperienza diretta.
A differenza di quello che crede la comunità, lui non è un elemento estraneo: è la persona che possiede le “chiavi” psicologiche per capire quel mondo proprio perché ne ha fatto parte. Il caso che lo porta a San Remidio lo costringe a scontrarsi con i suoi traumi peggiori, rendendo la sua indagine un percorso speculare: mentre cerca di scardinare il muro di omertà del villaggio, Okoye è costretto a fare i conti con il suo passato.
TL: Nel romanzo non esistono confini netti tra bene e male e c’è sempre verso i protagonisti un senso di umana comprensione. È stata una scelta narrativa o un’esigenza tematica?
STEFANIA PORRO: Più che una scelta narrativa o tematica, per me è stata un’esigenza di cuore. Non mi interessa puntare il dito o giudicare; il mio obiettivo è sempre quello di comprendere. I personaggi che racconto custodiscono le proprie colpe o i propri segreti non per un’innata malvagità, ma per un groviglio di sentimenti: vergogna, paura, solitudine, rabbia o vendetta. In questo approccio ho cercato la massima realtà possibile.
Non credo che esistano davvero il bene o il male in senso assoluto; esistono le persone e le circostanze che le portano a compiere determinate scelte. Ho cercato di invitare il lettore a sospendere il giudizio per provare a capire l’umanità che si nasconde dietro l’errore: è proprio in quella zona grigia che si trova la personalità più autentica di ognuno di noi.
TL: Il rapporto tra comunità e “straniero” è centrale. Quanto è stato importante per te esplorare il tema del pregiudizio in un contesto così piccolo?
STEFANIA PORRO: Esplorare il tema del pregiudizio in un contesto piccolo come San Remidio è stato fondamentale, perché in una comunità così ristretta esso diventa un muro invalicabile. Inoltre, funge da vero e proprio collante sociale: unisce i membri della comunità contro una minaccia esterna, offrendo loro l’alibi perfetto per evitare di guardare i mostri che vivono invece all’interno del gruppo.Attraverso Samuel, che vive questo stigma sulla propria pelle, volevo mostrare quanto sia facile e pericoloso scambiare la diversità per colpevolezza. Il pregiudizio è la scorciatoia che la comunità usa per sentirsi al sicuro, ma è proprio in quella cecità collettiva che il male riesce a nascondersi meglio.
TL: Il finale è volutamente imperfetto e disturbante. Hai mai immaginato un epilogo diverso o la storia ha sempre puntato verso quella conclusione?
STEFANIA PORRO: Ti dirò di più: l’intera storia è nata e si è basata sulla fine. Non ho mai immaginato un epilogo diverso perché ho scritto prima la conclusione e poi ho strutturato tutta la trama intorno ad essa. Desideravo che il finale fosse disturbante perché la realtà stessa, spesso, non offre chiusure rassicuranti o catartiche. Quando scavi nell’animo umano, non sempre trovi risposte pulite; a volte trovi solo verità difficili da digerire.
TL: L’indagine di Okoye si basa sull’osservazione più che sulla tecnologia. È un omaggio al giallo classico o una scelta legata al contesto?
STEFANIA PORRO: Direi che si tratta di una combinazione di entrambi i fattori. Da un lato, è un po’ un omaggio al giallo classico, in particolare ad Agatha Christie. Le capacità deduttive e l’osservazione dei dettagli umani sono le armi più potenti di un investigatore. Dall’altro, è stata una scelta logica e funzionale legata al contesto che ho scelto. In un paesino isolato e flagellato dal clima, la tecnologia passa necessariamente in secondo piano. A San Remidio non servono videocamere o laboratori, servono le intuizioni. Samuel Okoye deve guardare le persone negli occhi, interpretare i loro silenzi e studiare i loro comportamenti: solo così può abbattere quel muro di omertà.
TL: Hai mai pensato di riportare l’ispettore Okoye in un nuovo romanzo? E, più in generale, cosa hai in serbo per il futuro: nuovi progetti, nuove storie o direzioni narrative che ti piacerebbe esplorare?
STEFANIA PORRO: Sono già al lavoro su una nuova storia: non vedrà il ritorno dell’ispettore Okoye, perché sentivo il bisogno di esplorare nuove voci, ma il punto focale rimarrà l’analisi psicologica dei personaggi, che è il cuore pulsante della mia scrittura. Sarà un nuovo viaggio in cui la trama noir è il mezzo per esplorare le fragilità e le maschere della quotidianità.
La redazione di Thriller Life ringrazia Stefania per la disponibilità e le augura il meglio





