Città delle ombre (Ciudad de Sombras) – Serie Netflix, adattamento del romanzo Città d’ombre di Aro Sáinz De La Mara 

Città delle ombre

Città delle ombre

Recensione di: Giulia Capacchietti, Chiara Ferrato, Emanuela Di Novo 

A cura di: Federica Salzano 

TRAMA: 

Barcellona, autunno 2010. Un importante imprenditore edile viene rapito, privato di cibo e acqua per cinque giorni e poi bruciato vivo sulla facciata di Casa Milà, il capolavoro di Antoni Gaudì. L’ispettore Milo Malart dei Mossos d’Esquadra, sospeso dal servizio per insubordinazione e segnato da un lutto personale, viene richiamato in servizio per indagare sull’omicidio. Al suo fianco viene affiancata Rebeca Garrido, vice ispettrice arrivata da Madrid, estranea alle dinamiche del commissariato. L’indagine rivela presto che il killer, soprannominato dalla stampa il Boia di Gaudì, sta mettendo in scena esecuzioni pubbliche negli edifici più iconici della città, colpendo figure potenti e corrotte legate alla speculazione edilizia. Dietro ogni delitto si nasconde una vendetta radicata nel passato oscuro di Barcellona. 

RECENSIONE:

La rappresentazione di Barcellona costituisce l’essenza sia del libro Città d’ombre di Aro Sáinz de la Maza sia della sua trasposizione televisiva, sebbene le due versioni ci offrano visioni completamente differenti della città, restituendoci quasi un’immagine di essa come se fosse composta da due realtà separate. Nel libro, Barcellona è descritta con una passionalità cupa e dolorosa. L’autore non si limita a utilizzarla come semplice sfondo narrativo, ma la presenta come un essere ferito, carico di cicatrici invisibili. Passeggiando accanto all’ispettore Milo Malart e avendo accesso ai suoi pensieri, si rivela la gran quantità di inganni celati dietro la facciata scintillante della città turistica. 

La Barcellona descritta nel libro è un labirinto intimo e soffocante, segnato dalle speculazioni originate in occasione delle Olimpiadi del ’92, dai conflitti tra i potenti dei quartieri alti e dall’abbandono delle zone periferiche. Anche i capolavori di Gaudí, come la Sagrada Família e la Pedrera, smettono di essere luoghi da immortalare e si trasformano nei simboli di un’ossessione malsana, palcoscenici in cui un assassino spietato decide di punire l’avidità della città. È una Barcellona che non si osserva unicamente con gli occhi, ma che si percepisce nell’aria densa delle sue notti, nel profumo di asfalto e nel senso di solitudine che infonde.

Al contrario, sullo schermo l’atmosfera cambia, e l’approccio diventa molto più visivo e d’impatto. La serie Netflix lascia da parte le discussioni politiche e sociali, focalizzandosi invece sulle emozioni immediate evocate dalle immagini. Barcellona viene così trasformata in uno splendido sfondo noir, in cui le linee curve e eccentriche degli edifici di Gaudí creano 

un contrasto straordinario e quasi ipnotizzante con l’orrore delle atrocità. Se nel libro la città pesa come un fardello sul cuore di Malart, nella serie diventa un palcoscenico vibrante, caratterizzato da luci e ombre incisive, riprese aeree mozzafiato e un ritmo incalzante che coinvolge lo spettatore nell’investigazione. La rabbia sociale presente nel romanzo si trasforma nel fascino magnetico di una metropoli notturna, trasformando una dura critica in una coinvolgente caccia all’uomo. 

Chi legge un libro e poi ne guarda l’adattamento o viceversa sa che il confronto tra le due versioni è inevitabile. Città delle ombre , la serie Netflix in sei episodi tratta dal romanzo Città d’ombre di Aro Sáinz De La Maza, offre su questo fronte materiale abbondante: i personaggi della serie e quelli del libro si assomigliano nei tratti essenziali, ma divergono in dettagli che per il lettore fanno una differenza notevole. 

Il caso più evidente è quello di Milo Malart. Sia nel libro che nella serie, Milo è un ispettore sospeso per insubordinazione, tormentato dalla morte del nipote Marc e capace di entrare nella mente dei criminali con un’empatia che rasenta la follia. Isak Férriz ne restituisce l’impulsività e il dolore con credibilità: il Milo della serie è riconoscibile. Quello che manca, rispetto al romanzo, è lo spessore del retroterra.

Nel libro la colpa di Milo ha una radice precisa e dolorosa, la pistola d’ordinanza lasciata incustodita, la responsabilità che il personaggio si porta addosso in ogni scena, che nella serie viene accennata ma non sviluppata con la stessa profondità. Il Milo del libro è uno che capisce i criminali perché sa cosa vuol dire portare un peso impossibile. Quello della serie lo fa sembrare più istintivo che consapevole. 

Quello, invece, più significativo riguarda il personaggio femminile al fianco di Milo. Nel romanzo si chiama Rebeca Mercader; nella serie diventa Rebeca Garrido. Il cambio di cognome non è l’unica differenza. La Rebeca del libro è una figura costruita con grande pazienza: metodica, analitica, capace di tenere a bada Milo senza mai perdere la propria identità, con una storia personale che emerge a strati nel corso della narrazione.

La Rebeca della serie, interpretata da Verónica Echegui alla sua ultima apparizione sullo schermo prima della scomparsa nell’agosto 2025, è sobria e convincente, ma riceve meno spazio per costruire quella complessità. La serie la usa principalmente come contrappeso razionale di Milo, mentre nel libro il suo arco narrativo ha una dimensione più autonoma. 

La giudice Susana Cabot è un altro caso emblematico. Nel romanzo il suo rapporto con Milo, ex amanti, legati da stima e tensione irrisolta è sviluppato con cura: si capisce che tra i due c’è una storia lunga, fatta di scelte sbagliate e rispetto sopravvissuto. Nella serie questo legame appare ma non viene mai spiegato. Lo spettatore percepisce che esiste qualcosa tra Milo e Susana, ma non riesce a capire cosa. È uno dei punti in cui la serie paga il prezzo di adattare solo il primo volume di una tetralogia: certi rapporti affondano le radici in una storia più lunga che lo schermo non può ricostruire in sei episodi. 

Il sergente Toni Crespo, terzo elemento del trio investigativo del libro, viene ridimensionato nella serie a una presenza secondaria. Nel romanzo ha una funzione di raccordo importante e contribuisce all’equilibrio del gruppo; sullo schermo sparisce in diversi episodi, e la sua assenza si sente. Al contrario, il giornalista Mauricio Navarro, figura ricca e ambigua nel libro, con metodi poco ortodossi e una sua logica narrativa, viene semplificato nella serie fino quasi a diventare un comprimario funzionale. 

Barcellona, invece, è il personaggio che la serie restituisce con maggiore fedeltà al romanzo, forse anche meglio. Casa Milà, Palau Güël, la Colonia Güël: la regia di Jorge Torregrossa usa gli edifici di Gaudì con la stessa logica simbolica del libro, ogni omicidio come dichiarazione su ciò che la città ha fatto e subito e la fotografia cupa, le luci notturne, i quartieri popolari contrapposti alle architetture di lusso restituiscono l’atmosfera del romanzo con efficacia visiva. 

In conclusione, Città delle ombre è una serie che è fedele ai personaggi principali nei tratti essenziali, ma che inevitabilmente perde per strada la stratificazione psicologica che il romanzo di Aro Sáinz De La Maza costruisce con pazienza. Chi guarda la serie prima di leggere il libro troverà nelle pagine la risposta a molte domande rimaste aperte sullo schermo. Chi legge il libro prima di guardare la serie dovrà accettare che certi spessori non possono essere compressi in sei episodi. Entrambe le versioni meritano, ciascuna per quello che sa dare. 

Città delle ombre costruisce la propria componente thriller attraverso una struttura solida e ben calibrata, fatta di piste false, collegamenti progressivi e continui cambi di prospettiva che mantengono viva la tensione narrativa fino agli episodi finali. La serie riesce a gestire con efficacia il senso di mistero, distribuendo gli indizi senza svelare troppo presto il disegno complessivo e alimentando costantemente il dubbio nello spettatore. 

I colpi di scena funzionano soprattutto quando nascono dall’intreccio tra l’indagine principale e i segreti personali dei personaggi. Ogni nuova scoperta modifica la percezione degli eventi precedenti e amplia progressivamente il quadro narrativo, trascinando Milo Malart e la sua squadra in una discesa sempre più oscura dentro le contraddizioni di Barcellona. Tuttavia, il ritmo della serie procede spesso a singhiozzo: ad alcuni momenti più lenti e dilatati seguono improvvise accelerazioni che cercano di recuperare la dinamicità e la tensione del romanzo originale. Questo andamento discontinuo finisce talvolta per compromettere l’efficacia di alcuni snodi narrativi. 

Anche alcune risoluzioni e determinati colpi di scena risultano poco chiari o troppo affidati al caso, lasciando la sensazione che manchi qualche passaggio fondamentale nella costruzione investigativa. La scelta di seguire soltanto alcuni filoni del romanzo, sacrificandone altri, porta inevitabilmente a una semplificazione della storia e 

soprattutto della psicologia dei personaggi. Nella trasposizione si perdono molte delle radici profonde dei loro traumi, delle motivazioni che guidano le loro azioni e delle connessioni emotive che nel libro rendevano il mistero molto più stratificato e disturbante. 

Emblematica, in questo senso, è l’assenza della sottotrama legata al suicidio di Marc, il nipote di Milo: una componente fondamentale del romanzo, non solo per comprendere il dolore, il senso di colpa e la fragilità emotiva del protagonista, ma anche perché strettamente intrecciata alla risoluzione investigativa. Eliminando questo elemento, la serie priva Milo di una parte importante della sua profondità psicologica e indebolisce alcune connessioni narrative che nel libro risultavano decisive. 

La serie resta comunque tecnicamente competente e narrativamente funzionale: il ritmo investigativo riesce spesso a mantenere viva l’attenzione dello spettatore e l’atmosfera oscura di Barcellona contribuisce a sostenere la tensione generale. Tuttavia, pur risultando coinvolgente, manca quella scintilla realmente distintiva capace di far emergere Città delle ombre nel sempre più vasto panorama dei thriller contemporanei. Alcune dinamiche narrative e diversi sviluppi risultano infatti familiari agli appassionati del genere, rendendo la serie efficace ma non davvero memorabile. 

Creatori: Jorge Torregrossa (regia), Carlos López e Clara Esparrach (sceneggiatura) 

Piattaforma: Netflix 

Episodi: 6 

Anno: 2025 

Aro Sáinz De La Maza è uno scrittore barcellonese, autore della tetralogia dedicata all’ispettore Milo Malart dei Mossos d’Esquadra. Città d’ombre, pubblicato originariamente in Spagna nel 2012 con il titolo El Verdugo de Gaudì, è il primo romanzo della serie. 

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