“Tanta ancora Vita” di Viola Ardone

Tanta ancora Vita
"C'è sempre vita finché c’è vita, e nessuno può fermarla."

Tanta ancora Vita

Recensione di: Barbara Casavecchia

TRAMA:

«Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore».

Una mattina Vita apre la porta di casa e trova, accoccolato sull’uscio, Kostya. Lui, che neppure parla la sua lingua, le cambierà l’esistenza. Perché ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte, di tutti.

Kostya ha dieci anni quando si mette in viaggio per arrivare dalla nonna Irina, domestica a Napoli. Nello zaino, la foto di una madre mai conosciuta e un indirizzo. Suo padre è al fronte per difendere l’Ucraina appena invasa. Tra soldati che cercano di bloccarlo al confine e sconosciute che gli dànno una mano, il bambino riesce ad arrivare. Vita, la signora per cui la nonna lavora, lo scopre addormentato sullo zerbino.

Quattro anni fa lei ha perso suo figlio e ora passa le giornate da sola, o con Irina, che ha letto Dante e parla italiano come un poeta del Duecento. Il piccolo ospite inatteso la costringe di nuovo in quel ruolo che il destino le ha tolto. Poi, quando il padre di Kostya è dato per disperso, Irina torna nel suo Paese a cercarlo. D’impulso, Vita decide di raggiungerla, per aiutarla. Tentare di salvare un altro, del resto, è l’unico modo per salvare noi stessi.

RECENSIONE:

Viola Ardone è una delle voci più riconoscibili della narrativa italiana contemporanea. Con Il treno dei bambini ha conquistato un pubblico vastissimo e ogni romanzo successivo ha confermato una scrittura straordinaria e la capacità di dare voce a personaggi che non possiamo fare a meno di amare.

Tanta ancora Vita è un romanzo con una struttura narrativa corale a tre voci: Kostya ha dieci anni quando suo padre, in partenza per il fronte, lo mette su un treno diretto al confine. La meta è Napoli, dove la nonna Irina lavora come domestica. Ad aprirgli la porta è Vita, la donna per cui Irina lavora da tempo. Quattro anni prima ha perso suo figlio e ora passa le giornate da sola, o meglio, in compagnia di Orietta. Orietta non è una figura reale, ma la personificazione della depressione di Vita, a cui l’autrice dà corpo trasformando qualcosa di invisibile in un personaggio che si muove accanto alla protagonista come un’ombra fedele.

E poi, come in tutti i libri dell’autrice, c’è un cameo: un personaggio già incontrato in un romanzo precedente che torna, discreto, a salutare il lettore affezionato. Non è un elemento centrale, ma dice molto del modo in cui Viola Ardone concepisce la sua narrativa: come un universo coerente, in cui le storie non finiscono del tutto ma continuano a esistere da qualche parte, fuori pagina.

Uno dei punti di forza più riconoscibili del romanzo è la capacità dell’autrice di costruire per ogni personaggio una voce propria, un modo di parlare che gli appartiene in modo esclusivo e che lo rende immediatamente riconoscibile.

Irina parla un italiano storpiato, con la cadenza ucraina, senza articoli, con frasi volutamente sgrammaticate. È la lingua di chi ha imparato giorno per giorno, lavorando nelle case degli altri. Eppure, c’è qualcosa che la distingue perché Irina ha imparato l’italiano attraverso Dante. Padre Dante, come lo chiama lei, è il suo intercalare, il suo punto di riferimento costante. Ha letto la Divina Commedia e la cita, la porta con sé, la usa per dare senso alle cose. C’è qualcosa di profondamente tenero in questa immagine: una domestica ucraina che conosce la nostra lingua meglio di quanto voglia mostrare, e che sceglie di nasconderlo dietro una grammatica sfilacciata, come se la storpiatura fosse una forma di protezione, un modo per restare invisibile in un Paese che non è il suo.

“Irina, perché ti ostini a parlare italiano come un poeta del Duecento? – Io letto libri Dante, intera trilogia, perché lui è padre di lingua italiana e perché trovato gratis in cassonetto di stazione centrale quando arrivata da Ucraina.”

Kostya è l’altro lato della medaglia. È un bambino di dieci anni che Viola Ardone tratta come tale: i suoi pensieri sono concreti, rapidi, spesso buffi. Passano dalla paura al gioco in poche righe, seguono una logica tutta infantile che non ha niente di artificioso. Le sue pagine sono tra le più riuscite del libro, quelle dove si ride e ci si stringe al petto allo stesso tempo, perché l’autrice non trasforma Kostya in un simbolo o in un piccolo adulto consapevole, ma lo lascia essere un bambino, anche nel mezzo della guerra.

“Alcuni bambini si rincorrono in mezzo alla neve, hanno mamme che pensano a loro, io mi devo pensare da solo.”

Tanta ancora Vita porta avanti molte cose insieme. Prima di tutto la maternità vista da tre angolazioni diverse: Irina con un figlio soldato disperso al fronte, Vita con un figlio perduto per sempre, Kostya con una madre che non ha mai conosciuto e di cui ha solo una fotografia. A questo si aggiunge la depressione, la pandemia, la guerra in Ucraina e l’inutilità della guerra in generale. Sono tanti temi per un solo libro, eppure l’autrice li tiene insieme senza che nessuno schiacci gli altri, trattandoli con uguale delicatezza e profondità.

Il punto più debole del romanzo si trova nel finale. Nella sua parte conclusiva, la storia diventa meno verosimile: alcune scelte narrative portano la trama verso una direzione che nella vita reale sarebbe difficile da credere. Eppure, ci si ritrova a volerci credere lo stesso perché quella direzione inverosimile è anche l’unica che consente ai personaggi di essere visti in modo diverso, di uscire dalla gabbia in cui il realismo li avrebbe tenuti. È quella sospensione del giudizio che solo la buona narrativa riesce a ottenere

In conclusione, possiamo dire che Tanta ancora Vita è un romanzo che funziona perché non è un libro sulla guerra, né sulla depressione, né sulla maternità. È tutte e tre le cose insieme, tenute in equilibrio da una scrittura che non è mai banale o retorica. Al centro c’è un’idea semplice ma potente: a volte l’unico modo per uscire dal proprio dolore è provare a prendersi cura di qualcun altro. Kostya non salva Vita con un gesto eroico, la rimette semplicemente in contatto con il presente, con la necessità di essere lì per qualcuno. Perché, come recita la frase che forse meglio riassume il libro, “Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore.”

Vale la pena leggerlo perché ci ricorda che anche nelle storie più spezzate c’è ancora qualcosa che può ripartire, non la felicità di prima, non quella. Qualcosa di diverso, forse più vero: la voglia di continuare.

Editore: Einaudi – Stile libero

Pagine: 336

Anno di pubblicazione: 23 settembre 2025

AUTORE:

Viola Ardone

Viola Ardone (Napoli 1974) è laureata in Lettere e ha lavorato per alcuni anni nell’editoria. Autrice di varie pubblicazioni, insegna latino e italiano nei licei. Fra i suoi romanzi ricordiamo: La ricetta del cuore in subbuglio (Salani, 2013), Una rivoluzione sentimentale (Salani, 2016), Il treno dei bambini (Einaudi, 2019), Oliva Denaro (Einaudi, 2021), Grande meraviglia (Einaudi, 2023), Tanta ancora Vita (Einaudi, 2025).

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