Daniele Grillo e Alessio Piras: Genova non dimentica

Daniele Grillo e Alessio Piras hanno eletto Genova quale luogo narrativo dei loro noir, firmati individualmente o come coppia creativa.

Qui ci raccontano, in forma di gustoso confronto, una città che per loro è terra natale e luogo dell’anima. Bellezza mozzafiato e mostruosità edilizie, antico cuore logoro e ipermodernismo, orgoglio ligure e realtà multietnica, ambita meta turistica e paradiso criminale. Genova dalle mille ferite, ma Genova che non dimentica e sa rialzarsi.  

GENOVA NON DIMENTICA

di Daniele Grillo e Alessio Piras

ALESSIO: Socio, hai visto? Giusy ci ha chiesto di scrivere un articolo su Genova e il noir.
DANIELE: Ah, davvero? 
A: Sì. Una roba facile, tipo perché proprio Genova e perché Genova è città noir.
D: E ti pare facile? Belin, a me sembra difficile…
A: Già. Che facciamo? Perché sta roba qua da scrivere a quattro mani è un casino.
D: No, no, è proprio impossibile. Qui entrano in campo cose personali. Tipo, perché tu scrivi su e di Genova?
A: Eh, per ricordarla. O per illudermi di non essermene mai andato.
D: Vedi? Io, invece, perché la vivo e voglio raccontarla. Da sempre. Da quando ero bambino.
A: E sì, belin, son due cose diverse. Facciamo una cosa: ognuno scrive la sua parte e poi le mettiamo insieme.
D: Buona idea. Puoi iniziare tu? Io ora sono presissimo dal lavoro.
A: Ok. Inizio io. Allora, vado?
D: Vai, vai.

ALESSIO

Perché Genova? Io a Genova ci sono nato. Ma poi me ne sono andato. Non troppo lontano, sono arrivato solo a Savona e ci sono stato fino ai vent’anni. Poi l’università e il ritorno, quotidiano, a Genova. E lì, tra i carruggi, mi sono ritrovato. Sì perché fino a quel momento mi sono sentito un po’ perso nel mondo, come se non fossi capace di trovare il mio posto. Sono dovuto scendere fin dentro la pancia umida della città vecchia – come la chiamo spesso nei miei romanzi – per capire chi sono, da dove vengo e dove voglio andare. Forse ho solo avuto bisogno di confondermi, di non essere nessuno in mezzo a gente che viene da tutto il mondo, che ha la pelle di colore diverso, che crede in un altro Dio, parla altre lingue, mangia cose diverse. Come Arnoldo Chiana in Il suono della colpa. Poco importa se ci sei nato o no, a Genova. Non credo che il mio legame con la città dipenda da quello. È qualcosa che va oltre, è una questione d’animo. 

Era il campionato 2003-2004 quando mi immersi davvero nei carruggi. Genova era un fermento. Capitale Europea della Cultura. E in quella Babele ho trovato non tanto il mio angolo, quanto un posto dove ritornare. Perché sono un uomo inquieto e fermo non riesco a starci. Ma andarsene, viaggiare, scoprire il mondo sapendo perfettamente dove vuoi tornare è più facile. 

Genova è una città, o almeno era una città, in cui potevi incontrare migliaia di facce, come canta De André in Creuza de ma, che nascondono altrettante storie, che hanno solcato mari, scalato montagne e navigato fiumi, per poi finire lì, tra Canneto il lungo e Piazza Stella, dove i miei nonni si sono innamorati. E le storie sono il motore della narrativa, della letteratura, ma anche dell’essere umano da quanto è tale. Ci raccontiamo storie tra uomini da sempre. Solo che non le scrivevamo, ce le dicevamo a voce, davanti a un fuoco, fuori dalla grotta primitiva, per tenerci compagnia, per rassicurarci, per non sentirci soli. Per evadere, andarcene, senza muovere un passo. Genova è ricca di storie, come tutti i porti. Non può essere diverso, alla fine. E io non so immaginare storie che non abbiano legami con Genova. Anche quando il libro è ambientato altrove, come Gente sbagliata, che parla di Milano, ma è una Milano vista con gli occhi di un genovese: che è nostalgico, malinconico, ma non molla. Mai. Perché alla fine noi genovesi siamo così. Ci lamentiamo, mugugniamo tanto, forse troppo, ma siamo duri a morire.

Perché il noir? Forse qui la faccenda si fa meno romantica. Pur non volendo raccontare Genova com’è oggi, sì che mi interessa dare un’idea di questa nostra pazza società contemporanea. Non credo ci sia un genere migliore per farlo. Inquadrando una storia dentro una indagine (che sia un commissario o una postina a condurla poco importa) si ha l’opportunità di andare davvero a fondo non solo nella psicologia dei personaggi, ma anche in quella dei luoghi. Ed è un po’ quello che ho sempre cercato di fare, anche quando ho mandato qualcuno in trasferta, come Marino e Pittaluga a Barcellona in Un biglietto per un naufragio

Chiaramente, Genova è una città che si presta al noir. Lo spazio urbano è caotico, la città antica è un labirinto di stradine nelle quali è facile perdersi, dove spesso non batte il sole. La parte più moderna, da parte sua, è una ferita aperta in un territorio estremamente fragile. La Liguria è una terra senza pianura in cui si è cercato di piazzare una città come Barcellona o Milano. Quindi, i quartieri risalgono le colline su strade impervie e riproducono il labirinto della casba in un curioso gioco di specchi. Va da sé che l’essere un grande porto è la ciliegina sulla torta, perché da Genova, nei secoli, è passato di tutto e ha lasciato una traccia visibile nelle idiosincrasie della città, nella sua gastronomia, nella parlata e nel carattere dei genovesi. Che è chiuso e diffidente, proprio perché dal mare, oltre alle ricchezze, sono venute anche tante minacce. Al contrario di altre città noir, Genova forse non è scura, grigia e nebbiosa. Ma ormai quelle caratteristiche non hanno alcuna rilevanza nella costruzione della città noir. Basti pensare alla Barcellona di Pepe Carvalho o all’Atene di Kostas Charitos o alla Marsiglia di Fabio Montale. Il sole e la luce sono una costante nella letteratura noir del Mediterraneo, che fa da contrasto ai drammi delle storie che sulle coste del mare nostrum si svolgono. Ma questa luminosità e la bellezza del paesaggio sono quell’elemento di speranza che permette ai nostri personaggi di non cedere mai al disincanto, di non gettare mai la spugna e continuare a vivere. Come dei don Chisciotte contemporanei.

DANIELE

Condivido, ma se permetti allargo. Ne Il suono della colpa facciamo morire un liutaio a Vernazzola, nella città affacciata sul mare a Levante. Lì ci sono palazzi meravigliosi sulla spiaggia, i valori immobiliari sono altissimi, eppure proprio lì è ricaduta la nostra scelta, non nella pancia umida, e se mi permetti lurida, dei nostri amati e maltrattati vicoli. Perché Genova è noir non in ogni dove, ma in molti dove sì. Il primo romanzo che scrissi con Valeria Valentini, ormai dieci anni fa, ambientava un delitto sull’Isola delle Chiatte, la piattaforma semovente intitolata a Luciano Berio che Renzo Piano situò al centro della rivoluzione urbanistica (proprio quest’anno compie tre decenni): il porto antico trasformato in divertimentificio con le Colombiane, l’anno in cui la città cambiò per sempre e per una volta in meglio (perché quando arrivano le palanche, non saremo efficienti come i milanesi ma noi genovesi le sappiamo usare, e siamo piuttosto creativi). Ricorderai anche tu quei cancelli che separavano la città dal porto, a Caricamento, l’antico piazzale dove le merci sostavano prima di essere imbarcate. Quando eravamo bambini, ma forse me lo ricordo solo io che qualche anno più di te ce l’ho (non molti!), città e porto si parlavano ma questo dialogo era per lo più una roba per addetti ai lavori. L’angiporto era diventato centro storico e basta, e il turismo sfavillante non era ancora arrivato. Poi l’intuizione di trasformare quei pontili ormai inadeguati al traffico di navi sempre più grandi in affaccio a mare di una città che non aveva mai avuto un lungomare se non nella propaggine a Est di corso Italia. E qui, tra Magazzini del cotone e Acquario, Genova ha creato un altro luogo nero. Non parlo dell’aspetto diurno che ospita comitive di turisti provenienti da ogni parte del mondo, bensì di quanto accade alla sera, quando gli altoparlanti dei battellieri smettono di gracchiare, gli alberi delle barche a vela tintinnano e i pontili diventano terra di nessuno. Ci ho fatto morire una splendida tanguera, sull’Isola delle chiatte, il primo omicidio che ho raccontato è al centro esatto di un anfiteatro di case, torri medievali palazzate scalfite dalla salsedine. Perché Genova? Perché è una città dal fermento straordinario, per questo genere letterario, merito di Fratelli Frilli Editori che ha dato corpo a un’intuizione e ha fatto scuola in tutta Italia distribuendo gialli fortemente radicati sul territorio. Perché Genova? Perché è divertente esplorarla proprio così, nei suoi mille misteri, nelle ombre non solo dei vicoli ma pure dei palazzi anni Settanta costruiti su rivi tombinati, negli scempi dei quartieri di edilizia popolare delle periferie. Le peggiori sono le Lavatrici, a Pra’, ma pure certi mostri a Quarto Alto urlano vendetta. Invece a me la Diga di Begato (abbattuta l’anno scorso) piaceva: era un mostro suggestivo, letterariamente parlando, un posto che lo vedi una volta e ti rimane dentro per sempre, soprattutto se sei un giallista. 

Perché Genova è noir? Perché conserva molti mostri, nelle scatole dei suoi luoghi. Nel prossimo libro al quale stiamo lavorando per la collana Giungla Gialla di Mursia ne esploriamo uno bello grosso e spaventoso, forse uno dei più vergognosi di sempre. Ma poi ci sono gli omicidi efferati. Ricordi quello, insoluto, del trapano nei vicoli? O quello della tredicenne Milena Sutter, uno dei primissimi casi fortemente mediatici in Italia. Per non parlare di quanto è accaduto negli ultimi anni, dal crollo della Torre Piloti per opera di una nave in manovra alla tragedia di Ponte Morandi, passando attraverso terribili alluvioni una delle quali ha portato pure alla condanna della sindaco di allora. A Genova irrompe pure il racconto della guerra, ricorderai quando all’inizio del conflitto nel suo discorso all’Europa il presidente Volodymyr Zelensky nominò proprio la nostra città come paragone per spiegare il dramma di Mariupol distrutta. Già, la guerra. Chiudo con l’immagine di Santa Maria in Passione, una chiesa bellissima sventrata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. È ancora lì, nel cuore del centro storico, un cuore rinnovato e per il resto recuperato, in quel punto specifico, ma la ferita di ottant’anni fa resta in bella evidenza, con le pareti del tempio esposte alle intemperie e senza tetto. Doveva diventare una biblioteca, uno studentato, e invece è rimasta lì così. A ricordare la ferita, il dolore, il mistero. Perché la nostra città incassa ma non dimentica. E qualche volta il marcio della sofferenza maturata in epoche di fatica, malaffare e tragedie risale le condotte, esce fuori dai tombini e uccide. E noi siamo lì fuori, a raccontare tutto.

Autori

DANIELE GRILLO (Genova, 1979), laureato in Giornalismo allo Iulm di Milano, oggi è viceresponsabile della Cronaca di Genova de «Il Secolo XIX». È autore di cinque noir con Valeria Valentini, l’ultimo Omicidio sul Genova-Milano (2020), tutti pubblicati con fratelli Frilli Editori. Ha pubblicato un romanzo non di genere, Il grande Hans (AltreVoci Edizioni, 2021). Con Alessio Piras ha pubblicato Il suono della colpa (Mursia, 2021). È coautore dei testi di alcuni brani di Cisco, ex voce dei Modena City Ramblers. 

ALESSIO PIRAS (Genova, 1983) è dottore di ricerca in Discipline Umanistiche presso l’Università di Pisa. Ispanista e scrittore, è autore della trilogia noir Omicidio in Piazza Sant’Elena (2016), Nati in via Madre di Dio (2017) e Un biglietto per il naufragio (2018) pubblicata con Fratelli Frilli Editori, del saggio Il labirinto spagnolo (Oakmond Publishing, 2019) e del romanzo Gente sbagliata. La prima indagine di Jacopo Ravecca (AltreVoci edizioni, 2020). Con Daniele Grillo ha pubblicato Il suono della colpa (Mursia, 2021).

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