Vie di fuga
TRAMA:
Nico Burgio ha quarant’anni e una vita spezzata da un errore alla Polizia Postale che gli è costato il lavoro, il matrimonio e la fiducia di suo padre Franco, ex questore che ha sacrificato la propria carriera per proteggerlo. Uniti solo da una promessa fatta alla madre, partono per un viaggio in moto in Sicilia: un ultimo tentativo di rimettere insieme ciò che si è rotto.
Due generazioni che non si parlano più davvero.
Durante il viaggio, Nico incontra Lana, una donna americana in fuga da un passato che non le permette di sparire. Aiutarla significa entrare in una spirale che non concede ritorni: un omicidio, un oggetto rubato, e una verità nascosta che qualcuno è disposto a recuperare a ogni costo.
Tra porti, capannoni e strade bruciate dal sole, padre e figlio si ritrovano trascinati in un sistema che traffica vite umane e si regge su complicità invisibili. La fuga diventa una corsa contro il tempo, fatta di scelte irreversibili, alleanze fragili e verità che non si possono più ignorare. Nessun eroe. Nessuna salvezza facile.
Solo ciò che resta quando smetti di scappare. Un noir teso e contemporaneo, dove l’unica via di fuga passa attraverso ciò che siamo disposti ad affrontare di noi stessi.
RECENSIONE:
Ci sono viaggi che si fanno per arrivare da qualche parte, e viaggi che si fanno per tornare da qualcuno. Vie di fuga di Roberto Frazzetta appartiene alla seconda categoria: un thriller on the road che corre veloce sull’asfalto siciliano, ma il cui vero itinerario è la distanza, due anni di silenzi, che separa un padre e un figlio costretti a dividersi la stessa strada.
Nico Burgio è un ex poliziotto della Postale caduto in disgrazia, che dorme in un garage accanto alla sua Harley e si porta addosso il peso di un errore che gli è costato tutto. Suo padre Franco, “il Questore”, è la sua fotografia al contrario: pensionato eccellente della polizia, organizzatore maniacale, BMW super accessoriata contro la custom nuda ed essenziale del figlio. Già dalle prime pagine Roberto Frazzetta usa le due motociclette come una dichiarazione di poetica: dimmi come viaggi e ti dirò chi sei. Il Questore pianifica ogni tappa, prenota ogni albergo, non sorpassa mai a destra; Nico taglia per la corsia d’emergenza, si perde di proposito, cerca scorciatoie. È tutto lì, il loro conflitto e il titolo del romanzo, che il padre trasforma in accusa durante una cena al vetriolo: le vie di fuga di Nico non sono solo quelle stradali, sono le scorciatoie con cui ha sempre alleggerito i propri doveri.
Il rapporto padre-figlio è il cuore vero del libro, ed è raro trovarlo raccontato con questa sincerità. Non ci sono riconciliazioni facili né abbracci risolutivi: ci sono due uomini che si vogliono bene e non sanno dirselo, che si feriscono proprio perché si conoscono meglio di chiunque altro, e che litigano davanti a un risotto alla polpa di granchio con la violenza che solo l’amore deluso sa generare. Roberto Frazzetta scrive i loro dialoghi con un orecchio infallibile: le frecciate sulla moto, i silenzi carichi, il padre che riconosce la bugia del figlio da “una sillaba che si spezza a metà”, come quando aveva quattordici anni. E quando il pericolo arriva davvero, la scelta di Franco di mettersi in mezzo, senza approvare, senza capire fino in fondo, ma rimanendo, vale più di mille dichiarazioni.
Intorno a questo nucleo emotivo, Vie di fuga costruisce un intreccio thriller che parte con un omicidio a bordo del traghetto per Palermo, un uomo legato a un clan mafioso, ucciso nella cabina accanto a quella di Nico e accelera con l’ingresso in scena di Lana, americana bellissima e ambigua, in fuga da un rampollo criminale con un anello che nasconde molto più di uno zaffiro. La trama attraversa Cefalù, l’entroterra di Nicosia, strade secondarie e rifugi di ex poliziotti che parlano poco ma sanno tutto, con un SUV nero e organizzazioni criminali, non solo Cosa Nostra, che si muovono nell’ombra. La storia è scorrevole, tesa, costruita per essere divorata: i capitoli brevi e il ritmo da inseguimento fanno di questo romanzo una lettura che si consuma in pochissime sessioni.
Una menzione speciale meritano gli intermezzi nelle altre lingue, una delle scelte più belle del libro. L’inglese incerto e sgrammaticato di Lana, il tedesco rabbioso di un camperista, e soprattutto il siciliano che affiora nei personaggi dell’isola danno al romanzo una texture sonora autentica, quasi cinematografica. Il dialetto non è mai folklore da cartolina: è la lingua vera dei luoghi, quella che chiunque abbia trascorso estati in Sicilia riconosce immediatamente, e che restituisce al lettore il calore e la concretezza di una terra che Roberto Frazzetta evidentemente conosce e ama. Insieme alle citazioni musicali che punteggiano il viaggio, dagli ZZ Top a Knockin’ on Heaven’s Door, questi cambi di registro trasformano la lettura in un’esperienza sensoriale completa.
Se si vuole trovare un limite, alcune svolte dell’intreccio chiedono al lettore una certa disponibilità a lasciarsi trasportare, gli incontri fortuiti si accumulano con generosità, e Lana è un personaggio che vive di zone d’ombra più che di spiegazioni. Ma è un prezzo coerente con la natura del romanzo: Vie di fuga è un road thriller che sceglie il movimento, e in cambio regala personaggi veri e una Sicilia pulsante che fa da terzo protagonista.
In conclusione, Roberto Frazzetta firma un romanzo che intrattiene come un inseguimento e commuove come una lettera mai spedita tra un padre e un figlio. La dedica in apertura: al padre Francesco, “che mi ha insegnato a trovare vie di fuga nei labirinti della vita” dice tutto sulla sincerità di queste pagine. Da leggere con il casco in testa e il cuore aperto.
TRADUZIONE: N/A – opera italiana
TITOLO ORIGINALE: Vie di fuga
EDITORE: Edizioni Universo
PAGINE: 192
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2026 (I edizione: maggio 2026)
Intervista
Buongiorno cari lettori, il graditissimo ospite del nostro spazio interviste di oggi è Roberto Frazzetta con il suo nuovo libro “Vie di fuga” letto e recensito dalla nostra Chiara Ferrato.

THRILLER LIFE: Il romanzo è dedicato “A Francesco, mio padre, che mi ha insegnato a trovare vie di fuga nei labirinti della vita”. Il rapporto tra Nico e Franco, fatto di silenzi, frecciate e un affetto che non trova le parole è il cuore emotivo del libro, e uno dei ritratti padre-figlio più sinceri del thriller italiano recente. Quanto c’è di te e di tuo padre nel rapporto tra Nico e il Questore? La dedica suggerisce una radice autobiografica: è stato liberatorio o doloroso mettere su carta quelle dinamiche?
ROBERTO FRAZZETTA: Il rapporto tra Nico e Franco nasce certamente da qualcosa che conosco molto bene, ma non è la trasposizione del rapporto con mio padre. Non volevo scrivere un’autobiografia. Mi interessava essere sincero, non fedele ai fatti.
Ci sono emozioni, silenzi, incomprensioni e perfino alcuni gesti che arrivano dalla mia esperienza, ma poi la letteratura fa il suo lavoro e trasforma tutto. Nico e Franco hanno preso una vita propria, fino a sorprendermi mentre scrivevo.
La dedica a mio padre nasce proprio da questo. Da bambino lui mi ha insegnato ad andare in moto, a viaggiare e, soprattutto, ad affrontare i problemi senza fermarmi davanti al primo ostacolo. Quelle erano le sue “vie di fuga”: non scorciatoie per evitare la vita, ma modi per attraversarne i momenti difficili. Mi piaceva che il titolo del romanzo contenesse anche questo significato.
È stato doloroso? A tratti sì. Perché quando scrivi un rapporto tra un padre e un figlio sei costretto a fare i conti anche con il tuo. Ma è stato soprattutto liberatorio. Credo che scrivere serva anche a questo: non a trovare risposte definitive, ma a formulare meglio le domande che ci accompagnano. E quella tra Nico e Franco, alla fine, è una domanda che riguarda molti di noi: quanto amore può rimanere nascosto dietro anni di silenzi?
TL: Il titolo ha un doppio significato che il romanzo svela gradualmente: le vie di fuga sono le strade secondarie della Sicilia percorse in moto, ma anche, nell’accusa che Franco rivolge a Nico durante la cena a Cefalù, le scorciatoie con cui il figlio ha sempre evitato le proprie responsabilità. Qual è nato prima: il titolo o la storia? E per te, personalmente, le “vie di fuga” hanno un valore positivo come nella dedica a tuo padre o negativo, come nell’accusa del Questore?
ROBERTO FRAZZETTA: La storia è nata prima del titolo. Anzi, direi che è nata molti anni prima di essere scritta. È il frutto dei tanti viaggi in moto con mio padre e, in particolare, dell’ultimo che abbiamo fatto insieme in Sicilia. Tornato a casa avevo la sensazione che ci fosse un romanzo da raccontare, ma ancora non sapevo quale fosse il suo nome.
Durante la costruzione della struttura avevo preso in considerazione il titolo Senza ritorno. Mi piaceva, aveva una forza narrativa, ma raccontava solo una parte della storia. Cercavo qualcosa che contenesse anche il conflitto interiore dei personaggi. Quando è arrivato Vie di fuga ho capito che era il titolo giusto, perché racchiudeva entrambi i significati del romanzo.
Da una parte ci sono le strade secondarie della Sicilia, quelle percorse in moto per sfuggire a un pericolo concreto. Dall’altra ci sono le “vie di fuga” interiori: le scorciatoie che scegliamo per evitare il dolore, le responsabilità o il confronto con noi stessi. È quello che Franco rimprovera a Nico.
Personalmente credo che le vie di fuga non siano né positive né negative. Dipende da come le viviamo. Da giovane anch’io ho cercato scorciatoie, convinto che aggirare un ostacolo fosse più semplice che affrontarlo. Con il tempo ho capito che certe strade ti riportano esattamente al punto da cui eri partito.
Eppure esiste anche un’altra forma di fuga, quella a cui è dedicato il libro. Per me salire in moto con mio padre ha sempre significato mettere il mondo in pausa per qualche giorno. Non era un modo per evitare la vita, ma per ritrovare lo spazio necessario a guardarla con più lucidità. In fondo credo che siano queste le vie di fuga che vale la pena cercare: non quelle che ci allontanano da ciò che siamo, ma quelle che ci aiutano a tornarci.
TL: Il romanzo alterna l’italiano all’inglese incerto di Lana, al tedesco di un camperista e al dialetto siciliano dei personaggi dell’entroterra. Questi cambi di lingua danno alla storia una texture sonora autentica e quasi cinematografica. La scelta di far parlare i personaggi nelle loro lingue,dialetto compreso, è coraggiosa, perché rompe l’uniformità della pagina. Come hai calibrato la dose di siciliano e di inglese per non perdere il lettore? E c’era il rischio, secondo te, di esagerare?
ROBERTO FRAZZETTA: Per me la lingua è uno degli strumenti più potenti per raccontare un personaggio. Se tutti parlassero nello stesso modo, perderebbero una parte della loro identità. Lana non può esprimersi come Nico, così come un uomo dell’entroterra siciliano non può avere la stessa voce di un poliziotto romano. Cercavo autenticità, non folklore.
Naturalmente il rischio di esagerare c’era, soprattutto con il dialetto. Non volevo che il lettore si fermasse a decifrare una frase invece di viverla. Per questo ho scelto di usare il siciliano come un colore, non come una barriera: poche parole, espressioni riconoscibili, il ritmo della parlata. L’obiettivo era far sentire la Sicilia senza costringere il lettore a tradurla.
Lo stesso vale per Lana. Il suo inglese non è un espediente narrativo, è parte della sua identità. Ho voluto che il suo italiano fosse incerto, contaminato dall’inglese, perché è così che una persona straniera, in una situazione di forte stress, tende naturalmente a esprimersi. Mi interessava che il lettore sentisse il suo spaesamento prima ancora di comprenderlo razionalmente.
Credo che la misura sia stata la chiave. Ogni volta che una parola dialettale o una frase in inglese rischiava di attirare l’attenzione su di sé invece che sul personaggio, la eliminavo. Se il lettore, dopo qualche pagina, smette di accorgersi della lingua e inizia semplicemente ad ascoltare le voci dei personaggi, allora significa che il lavoro ha funzionato. Mi piace pensare che ogni personaggio abbia una propria musica. La lingua, il lessico, persino gli errori grammaticali fanno parte di quella musica. Io non volevo uniformare le voci, ma accordarle tra loro.
TL: Le due motociclette del romanzo sono una caratterizzazione perfetta dei personaggi: la BMW GS super accessoriata del Questore, metodico e organizzato, contro la Harley nuda ed essenziale di Nico, istintivo e insofferente alle regole. Sei anni di viaggi insieme e nessuno dei due ha ceduto di un centimetro. Dimmi la verità: tu da che parte stai, BMW o Harley? E quanto della cultura motociclistica che descrivi: i rituali, le manie, le rivalità tra tribù viene da esperienza diretta?
ROBERTO FRAZZETTA: Se devo rispondere d’istinto, non ho dubbi: Harley-Davidson. Viaggio solo in custom e, probabilmente, sono figlio del rock degli anni Settanta. Sono cresciuto con canzoni come Free Bird, con un’idea di libertà che negli anni non è mai cambiata. Per me il custom non è soltanto una motocicletta: è un modo di vivere il viaggio, di rallentare, di guardare la strada senza avere l’ossessione della destinazione. Da questo punto di vista mi sento molto vicino a Nico. Con il tempo, però, ho imparato ad apprezzare anche la filosofia della BMW GS.
È una moto progettata per macinare chilometri, organizzata, razionale, affidabile. In fondo è l’estensione perfetta del carattere di Franco. Le moto non sono state scelte per estetica. Sono diventate il primo dialogo tra padre e figlio, ancora prima che i due aprissero bocca. Per me la moto è una forma di libertà consapevole. Non serve per scappare dal mondo, ma per ritrovare il proprio ritmo. È quello che faccio da anni ogni volta che parto con mio padre, ed è il motivo per cui Vie di fuga non poteva che nascere su due motociclette.
TL: Lana è il personaggio più ambiguo del romanzo: bellissima, sfuggente, con una storia che cambia versione a ogni racconto e un anello che nasconde molto più di uno zaffiro. Il lettore, come Nico, non sa mai fino a che punto crederle. Lana è costruita per non essere mai completamente affidabile. Come si scrive un personaggio del genere senza perdere l’empatia del lettore? E tu, mentre la scrivevi, da che parte stavi: le credevi o diffidavi di lei?
ROBERTO FRAZZETTA: Lana è probabilmente il personaggio che mi ha dato più filo da torcere. Quando scrivi una persona che mente, il rischio è che il lettore smetta di fidarsi anche dell’autore. Per evitarlo ho cercato di fare una distinzione molto netta: Lana può mentire sui fatti, ma non mente mai sulle emozioni.
Ogni volta che cambia versione della sua storia lo fa perché ha paura, perché cerca di proteggersi o perché ha imparato che fidarsi delle persone può costare caro. In questo senso non è una manipolatrice nel senso classico del termine, è una sopravvissuta. E chi ha passato molto tempo a sopravvivere finisce per raccontare di sé solo quello che ritiene sicuro raccontare.
Per questo motivo mi interessava che il lettore provasse la stessa sensazione di Nico: essere continuamente in bilico tra il desiderio di crederle e il timore di sbagliare. Credo che la fiducia funzioni proprio così. Non è una scelta razionale, è un rischio che decidiamo di correre.
Mentre scrivevo non mi sono mai schierato del tutto. Se avessi creduto ciecamente a Lana, avrei perso la sua ambiguità. Se invece avessi diffidato sempre di lei, l’avrei trasformata in un personaggio costruito solo per ingannare il lettore. Ho preferito ascoltarla, lasciando che fosse lei a decidere quanto mostrarsi.
In fondo credo che Lana rappresenti una domanda più che una risposta: fino a che punto siamo disposti a raccontare davvero chi siamo, quando la nostra storia è stata usata contro di noi? Non mi interessano i personaggi misteriosi perché nascondono un colpo di scena. Mi interessano quelli che nascondono una ferita. Lana appartiene a questa seconda categoria. Il mistero è solo il modo in cui cerca di sopravvivere al dolore.
TL: Il passato di Nico nella Polizia Postale, il “casino” legato all’hacker Raz0r, le notifiche misteriose che continuano ad apparire sul suo telefono, introducono nel road thriller una dimensione tecnologica insolita per un romanzo ambientato tra i paesaggi rurali della Sicilia.
Il contrasto tra la Sicilia antica dell’entroterra e la minaccia digitale che Nico si porta nel telefono è uno degli elementi più originali del libro. Come è nata l’idea di innestare il cybercrime su un romanzo di strada? E il personaggio di Raz0r tornerà in un eventuale seguito?
ROBERTO FRAZZETTA: L’idea è nata proprio dal desiderio di mettere in dialogo due mondi che, apparentemente, non hanno nulla in comune. Da una parte c’è la Sicilia dell’entroterra, fatta di paesi, strade secondarie e ritmi antichi; dall’altra c’è un passato digitale che continua a inseguire Nico attraverso il telefono. Mi piaceva questo contrasto perché racconta una verità molto contemporanea: oggi possiamo attraversare i luoghi più remoti del mondo, ma non possiamo mai disconnetterci completamente da ciò che siamo stati.
Il passato di Nico nella Polizia Postale e la vicenda di Raz0r servivano proprio a questo. Non volevo scrivere un romanzo sul cybercrime, ma raccontare un uomo convinto di essersi lasciato tutto alle spalle che scopre, invece, di essere ancora raggiungibile. Basta una notifica sul telefono e il passato torna a bussare.
In fondo è lo stesso meccanismo che attraversa tutto il romanzo. Nico cerca una via di fuga fisica, percorre centinaia di chilometri in moto, ma ciò da cui sta davvero scappando non è una persona né un’organizzazione: è la responsabilità delle proprie scelte. Il telefono diventa il simbolo di questa impossibilità di recidere i legami con il passato.
Per quanto riguarda Raz0r, ammetto che è un personaggio che mi affascina molto. È una presenza che agisce nell’ombra, quasi un fantasma digitale, e credo abbia ancora molto da raccontare. Non so se tornerà in un seguito di Vie di fuga, perché oggi non sto pensando a un secondo capitolo, ma sicuramente è uno di quei personaggi che, come autore, non ho ancora la sensazione di aver esaurito.
AUTORE:
Roberto Frazzetta: nato a Roma nel 1976, vive a Cerveteri.
Terapeuta olistico e praticante di arti marziali, è autore crime/noir con all’attivo romanzi, racconti e testi teatrali.
Esordisce nel 2003 con Strane Melodie (Datanews).
Tra i suoi titoli:
Vulcano (2019), Rock Around Me (2020), Storia Jazz (2021).
Con La Strada Non Aspetta (Bertoni, 2023) è finalista al Premio Naboko.
Nel 2025 vince il Nabokov sezione racconti con Ci Vuole Fegato e pubblica Finché Non Muori (Bertoni). 1° premio Alsium Città di Ladispoli sezione Giallo.
Vincitore del Premio Bonsai 2007 per il corto Il Siero dell’insana, firma testi come Hystera e Il Grido Della Farfalla.
Suoi racconti compaiono in Delos 365 e nell’antologia Garfagnana in Giallo.
Finalista Neroma Noir Festival 2024 sezione True Crime, menzione speciale SpoletoCalling 2024 con Il Demone della Pioggia.
Co-direttore con Paola Mezzogori del progetto Scrittori Dentro, giunto alla sesta edizione. A febbraio 2025 ha inaugurato il Samsara Cafè Letterario a Cerveteri, punto di riferimento per la divulgazione editoriale.
La redazione di Thriller Life ringrazia Roberto Frazzetta per la disponibilità e gli augura il meglio.