Città d’ombre
Recensione di: Chiara Ferrato, Emanuela Di Novo, Giulia Capacchietti
TRAMA:
Manca poco al sorgere del sole. È il 4 luglio e Barcellona, di giorno travolta dal caldo e dai turisti, è immersa nel silenzio e nell’oscurità. Ma una luce improvvisa illumina la facciata della Pedrera. Qualcuno ha trasformato l’opera di Gaudì nella scenografia di un macabro delitto: un uomo appeso a uno dei balconi sta bruciando. Quando arrivano i soccorsi è troppo tardi: per Eduard Pinto, personaggio di spicco della società catalana, non c’è più nulla da fare.
Entra in gioco l’ispettore Milo Malart: uomo tormentato, refrattario alle regole ma dotato di un intuito che gli consente di entrare nella mente dei criminali e capire le loro prossime mosse. Con un assassino come il Boia di Gaudì (così l’ha battezzato la stampa) l’intuito però non basta: servono colleghi altrettanto determinati e capaci, come l’ispettrice Rebeca Mercader e il sergente Toni Crespo. Al trio tocca il compito di individuare il disegno di sangue dietro la scia di delitti che sconvolgono Barcellona: una città protagonista quanto gli esseri umani, lo scenario perfetto per un thriller dalle tinte nerissime.
RECENSIONE:
Aprire Città d’ombre di Aro Sáinz De La Mazasignifica trovarsi catapultati all’alba di un 4 luglio barcellonese, con il corpo di un uomo che brucia sulla facciata della Pedrera. Non c’è esitazione nell’incipit, non c’è cortesia verso il lettore: la storia inizia e non si ferma più.
Milo Malart è uno dei protagonisti più complessi che il thriller spagnolo abbia prodotto negli ultimi anni. Non è il solito detective tormentato: il suo tormento ha una radice precisa, il suicidio del nipote quindicenne Marc, che aveva sottratto la pistola d’ordinanza di Milo per spararsi. Questa colpa implicita, l’arma lasciata incustodita, l’incapacità di vedere la disperazione di chi gli stava accanto, è il filo che attraversa tutto il romanzo. Aro Sáinz De La Maza non usa il dolore di Milo come ornamento: lo usa per costruire un personaggio capace di calarsi nella mente dei criminali con un’empatia che rasenta la follia.
Il triangolo investigativo formato da Milo, la viceispettrice Rebeca Mercader e il sergente Toni Crespo funziona con precisione. Rebeca è il contrappeso naturale di Milo: metodica, analitica, capace di fredda intelligenza. Il loro rapporto è costruito con pazienza, capitolo dopo capitolo, in un equilibrio di diffidenza e rispetto reciproco che è uno dei punti di forza del romanzo.
Il Boia di Gaudì non sceglie le vittime a caso. Ogni omicidio è costruito come una rappresentazione teatrale: il rapimento, i cinque giorni di privazione per indebolire la preda, poi l’esecuzione pubblica sugli edifici del grande architetto catalano. Aro Sáinz De La Maza costruisce questa logica con una progressione narrativa precisa, seminando indizi che il lettore raccoglie insieme a Milo senza mai sentirsi condotto per mano in modo troppo didascalico. Il retroterra storico: la corruzione, la speculazione edilizia, le vittime silenziose di un sistema di potere che si è nutrito per decenni di connivenze non è mai pura cronaca ma è carne viva della trama, il movente che spiega tutto.
Barcellona è il personaggio più coerente del libro. Casa Milà, il Palau Güël, la Colonia Güël, il Paseo de Gracia: ogni luogo ha una funzione narrativa precisa e Aro Sáinz De La Mazali descrive con la precisione di chi quella città la conosce e la ama, ma anche di chi ne vede le crepe. La Barcellona di Città d’ombre è insieme magnifica e corrotta, capace di attirare milioni di turisti mentre schiaccia chi ci vive, piena di luce architettonica e di ombre sociali.
Il tessuto secondario del romanzo è uno degli elementi più ricchi: il giornalista Mauricio Navarro che insegue il caso con metodi poco ortodossi, la giudice Susana Cabot con il suo rapporto irrisolto con Milo, il commissario Bastos e le dinamiche interne ai Mossos d’Esquadra. Tutto questo contribuisce a dare al libro una dimensione corale che va ben oltre la semplice indagine.
In conclusione, Città d’ombreè un thriller costruito con cura e ambizione, che va oltre il caso per parlare di ciò che una città fa alle persone che la abitano. Aro Sáinz De La Maza è uno scrittore che sa bilanciare ritmo e profondità, personaggi e atmosfera. Un romanzo che si legge con il fiato sospeso e che lascia il segno.
Uno degli elementi più riusciti di Città d’ombreè senza dubbio la costruzione dei personaggi, complessi, tormentati e profondamente umani. Aro Sáinz de la Maza non crea semplici figure funzionali all’indagine, ma uomini e donne attraversati dalle proprie ossessioni, fragilità e contraddizioni, capaci di rendere la componente emotiva del romanzo intensa quanto quella investigativa.
Milo Malart si distanzia immediatamente dalla figura del classico ispettore: è un uomo inquieto, refrattario alle regole, spesso instabile, costretto a convivere con i propri demoni interiori e con il dolore irrisolto per il suicidio del nipote. È un personaggio contraddittorio, difficile da incasellare, ma proprio per questo incredibilmente vivo. Rebeca, la sua partner, lo descrive perfettamente.
“Assorbi l’energia che ti circonda. Se percepisci violenza diventi aggressivo, se percepisci affetto, diventi gentile, se c’è il paradosso, fluttui tra le nuvole, se c’è l’inferno, diventi un’anima in pena. se ti circonda lo scompiglio, impazzisci.”
Milo sembra infatti impregnarsi delle atmosfere che attraversa, quasi fosse incapace di creare una barriera tra sé e il male che indaga. La sua intuizione assume così tratti quasi medianici: non si limita ad analizzare gli assassini, ma sembra entrare nelle loro ossessioni, lasciandosi contaminare da esse.
Questa caratterizzazione emerge anche nello sguardo degli altri personaggi.
“Era tutto nelle mani di Milo. Milo. Il contraddittorio e stravagante Milo. Senzadio e imprevedibile. Volubile come le fasi lunari, vertiginoso come le montagne russe. Il suo leale e irriverente Milo.”
In queste parole si concentra l’essenza del protagonista: un uomo imprevedibile, difficile da gestire, ma impossibile da sostituire.
Accanto a lui, Rebeca Mercader e Toni Crespo non svolgono il semplice ruolo di comprimari. Rebeca rappresenta il tentativo di mantenere equilibrio e lucidità all’interno del caos emotivo che circonda Milo, mentre Toni Crespo porta nell’indagine concretezza, dedizione e affidabilità. Il trio investigativo funziona proprio grazie alle differenze caratteriali e al continuo attrito tra razionalità, intuizione e coinvolgimento emotivo.
Anche i personaggi secondari e antagonisti contribuiscono a rendere il romanzo particolarmente stratificato.
Félix Torrens, uomo potente e ambiguo, incarna il volto corrotto e arrogante della Barcellona che conta: un personaggio mosso dal privilegio, dal denaro e da relazioni opache, simbolo di un’élite convinta di essere intoccabile.
Héctor ed Helena, invece, rappresentano il lato più tragico e disturbante della vicenda. Non sono antagonisti costruiti in modo stereotipato, ma figure segnate dal dolore, dall’ossessione e dalla distruzione interiore, in cui il confine tra vittima e carnefice diventa sempre più difficile da definire. È anche attraverso di loro che il romanzo riflette sul trauma, sull’abbandono e sulle ferite che continuano a propagarsi nel tempo trasformandosi in violenza.
Il Boia di Gaudí non è soltanto un serial killer, ma una presenza che sembra fondersi con Barcellona stessa, insinuandosi tra le sue architetture, i simboli esoterici e le ombre della città. Il male in Città d’ombre assume una dimensione quasi atmosferica.
“Qualcosa ci osserva, qualcosa di freddo e terrificante, senza sentimenti, disumano.”
L’assassino diventa così più di un individuo: una presenza oscura che attraversa la città e i suoi segreti.
I personaggi di Città d’ombrerestano impressi proprio perché non vengono mai idealizzati. Sono fragili, spesso sbagliano, si lasciano trascinare dalle ossessioni e dalle paure, ma continuano ostinatamente ad andare avanti. Ed è questa umanità imperfetta a rendere il romanzo così coinvolgente.
Uno dei più grandi punti di forza del romanzo è sicuramente l’ambientazione e l’omaggio a Gaudí. Barcellona è la grande protagonista del romanzo e non fa semplicemente da sfondo alla storia. L’autore sfrutta le architetture moderniste di Antoni Gaudí (dalla Pedrera alla Sagrada Familia) trasformandole in scenografie da incubo. Il contrasto tra la bellezza artistica e la brutalità dei delitti è magnetico.
Il romanzo, inoltre, non si limita a risolvere un mistero, ma scava nelle piaghe storiche e sociali della Spagna. Attraverso la scia di sangue che colpisce l’élite economica e politica, l’autore lancia una dura critica alla corruzione, alle speculazioni edilizie storiche (legata anche alla metamorfosi della città per le Olimpiadi del 1992) e alle disuguaglianze sociali.
Quello che colpisce del romanzo è, inoltre, lo stile di scrittura intenso e fortemente visivo. Sáinz de la Maza riesce a creare un’atmosfera opprimente e notturna che cattura tutti coloro che amano il thriller investigativo più puro e classico.
Purtroppo, è necessario mettere in evidenza anche gli aspetti negativi di Città d’ombre. Prima di tutto il ritmo e la mole della narrazione. È un romanzo con oltre 600 pagine, in cui l’autore si concede ampie digressioni, descrizioni minuziose e riflessioni introspettive. Questo rallenta inevitabilmente il ritmo della trama investigativa. Per questo chi cerca un thriller d’azione dal ritmo serrato e adrenalinico potrebbe trovarlo a tratti prolisso o pesante.
La struttura di base, poi, si basa su aspetti molto tradizionali del genere poliziesco: il detective geniale ma autodistruttivo e ribelle alle regole, il superiore rigido, la scia di delitti rituali e i flashback dal passato. Per questo alcune soluzioni narrative potrebbero non risultare del tutto originali.
Infine, la complessità dell’intreccio, che unisce corruzione ad alti livelli, traumi del passato e delitti esoterici, porta l’autore a fare affidamento sulle doti basate soprattutto sull’intuito di Malart per sbloccare le indagini. Alcuni eventi e l’evoluzione di alcune dinamiche hanno quasi dell’incredibile, per cui lasciano il lettore piuttosto perplesso.
Traduzione: Elisa Leandri e Tiziana Masoch
Editore: Bompiani
Pagine: 608
Anno di pubblicazione: 2026
AUTORE:

Aro Sáinz De La Maza è nato a Barcellona, dove vive e spesso ambienta le sue opere. È l’autore della tetralogia dedicata all’ispettore Milo Malart dei Mossos d’Esquadra. Città d’ombre, pubblicato originariamente in Spagna nel 2012 con il titolo El Verdugo de Gaudì, è il primo romanzo della serie.