Il bacio di una morta
Recensione di: Michelangela Barba
TRAMA:
Una donna in una bara. Un respiro che smentisce la morte. E un bacio che accende un nuovo incubo. Nella Firenze notturna dell’Italia umbertina, Alfonso arriva alla villa della sorella Clara Rambaldi con una paura addosso: qualcuno vuole farle del male. Ma è troppo tardi. Il corpo apparentemente esanime di Clara è già pronto per essere portato al cimitero ed essere seppellito. Eppure, chinandosi sulla bara, Alfonso avverte un segno impossibile: un respiro, lieve ma reale.
Clara non è morta. È caduta in una catalessi che l’ha consegnata, cosciente ma impotente, alla più atroce delle minacce: essere sepolta viva. Strappata alla terra in tempo, Clara torna lentamente alla parola e ricostruisce ciò che l’ha trascinata fin lì. Guido Rambaldi, suo marito, un tempo innamorato e ora accecato dal sospetto, è caduto nell’orbita di Nara, danzatrice creola e seduttrice feroce.
Con menzogne e ricatti, Nara avvelena la casa, isola Clara, le strappa la figlia e spinge Guido verso l’irreparabile. Quando la vicenda si sposta a Parigi, il romanzo cambia passo: travestimenti, inseguimenti, trappole, una persecuzione che tormenta e non concede tregua. Pubblicato nel 1886, “Il bacio di una morta” è il capolavoro del feuilleton gotico italiano: un intreccio di ossessione e vendetta in cui il corpo diventa enigma e il confine tra vita e morte resta aperto, come una ferita.
RECENSIONE:
Un romanzo d’appendice o un esempio di gotico popolare italiano? Carolina Invernizio a più di un secolo dalla sua morte continua a dividere.
Ne “Il bacio di una morta”, si viene immediatamente catapultati in un’atmosfera dominata da forti contrasti e passioni viscerali. Già dalle prime righe si respira una tensione costante che non darà tregua al lettore fino alla conclusione.
Le ambientazioni -verrebbe quasi da dire “le scenografie” – gotiche, tra cimiteri, cripte umide, sotterranei bui e salotti dove si consumano tradimenti indicibili e complotti spietati, amplificano il senso di angoscia, quasi claustrofobica, e di mistero che avvolgono l’intero svolgimento della storia.
Carolina Invernizio, esperta narratrice di romanzi a puntate, ben sapeva come aprire e chiudere ogni capitolo per costringere il pubblico a continuare la lettura e, con assoluta maestria, conduce il gioco tra colpi di scena e discese agli inferi e rassicuranti, catartiche vittorie della giustizia.
La scrittura è ricca, drammatica, volutamente iperbolica eppure, anche dopo cento quarant’anni, scorre con una rapidità sorprendente.
La trama è costruita rispettando tutti i capisaldi del melodramma tardo-ottocentesco. In primo luogo quello che vuole che i personaggi siano fortemente polarizzati e lo scontro tra bene e male sia netto e dominato dalle certezze. Non esistono sfumature morali: i personaggi incarnano stereotipi, i buoni brillano per assoluta bellezza e virtù e i malvagi agiscono spinti da una totale, crudele perversione. Clara è una vittima pura, trascinata suo malgrado in situazioni fosche, mentre i suoi antagonisti sono abietti, meschini e privi di scrupoli.
Nonostante la semplicità dei personaggi, che a tratti possono apparire ingenue marionette, Carolina Invernizio si dimostra – con buona pace di Antonio Gramsci – una grande conoscitrice della psicologia umana per la capacità di evocare le paure profonde dell’essere umano (uno su tutti: la morte e la possibilità di risvegliarsi nella bara) e di servirsene per orchestrare meccanismi narrativi che, pur avendo più di un secolo sulle spalle, mantengono intatta la loro efficacia e la loro eccezionale forza espressiva originaria.
“Il bacio di una morta” – lungi dall’appartenere all’archeologia letteraria – è ancora oggi in grado di dare una lezione di ritmo (e di pathos) a tanti (troppi!) romanzi contemporanei che ambirebbero a fare dell’atmosfera di angoscia il loro punto di forza anche a costo di mettere in campo intrecci oltremodo complicati.
E per questo possiede un fascino immortale.
Editore: BUR WEIRD
Pagine: 330
Anno di pubblicazione: 2026 (1886)
AUTORE:

Carolina Invernizio (Voghera, 28 marzo 1851 – Cuneo, 27 novembre 1916) è stata una scrittrice italiana, fra le più popolari autrici di romanzi d’appendice tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Carolina Maria Margarita Invernizio nacque a Voghera nel 1851, da Anna Tattoni e Ferdinando Invernizio, funzionario delle Imposte. A lungo le fonti riportarono come sua data di nascita – da lei stessa accreditata – il 1858. Nel 1865 la famiglia si trasferì a Firenze, divenuta la nuova capitale del Regno d’Italia. Qui Carolina frequentò l’Istituto Tecnico Magistrale, rischiando l’espulsione dopo la pubblicazione di un suo racconto sul giornale della scuola.
Nel 1881 sposò Marcello Quinterno, ufficiale dei bersaglieri, dal quale ebbe Marcella (1886-1971). Con il ritorno del marito nel 1896 dalla guerra di Abissinia, la scrittrice si trasferì prima a Torino e poi, nel 1914, a Cuneo, dove Carolina aprì il suo salotto di via Barbaroux a intellettuali e a personaggi della cultura.
L’esordio letterario di Carolina Invernizio avvenne nel 1876 con la novella Un autore drammatico, pubblicata dall’editore Barbini di Milano. Nel 1877 uscì il primo romanzo, Rina o L’angelo delle Alpi, pubblicato dall’editore fiorentino Salani e nel 1879, ancora per Barbini, Pia de’ Tolomei. Ne seguirono molti altri, pubblicati a puntate su giornali quotidiani come l’Opinione Nazionale di Firenze o La Gazzetta di Torino.
Fra i suoi innumerevoli romanzi si ricorda La fidanzata del bersagliere, scritto alla vigilia della morte, nel corso della prima guerra mondiale, ispirandosi alla vicenda di Luigia Ciappi.
I romanzi di Carolina Invernizio, con le loro trame intricate dai colori forti e le loro improbabili – o quantomeno non sempre verosimili – storie di amore e odio, si collocano nella tradizione del romanzo d’appendice o feuilleton. Mostrano infatti tutte le tematiche consuete del genere e la tipica contrapposizione netta fra eroi positivi e personaggi diabolici. Un gusto per il mistero e l’horror è evidente nei titoli di molti suoi romanzi, come Il bacio d’una morta (1889), La sepolta viva (1896), L’albergo del delitto (1905), Il cadavere accusatore (1912), e non mancano le ambientazioni che in qualche modo precorrono il genere poliziesco.
I suoi libri furono apprezzati più dal pubblico che dalla critica: Antonio Gramsci la definì “onesta gallina della letteratura popolare”. Tra gli epiteti che le furono affibbiati, oltre a “la Carolina di servizio”, va ricordato “la casalinga di Voghera”, donde, secondo Deaglio, l’espressione oggi divenuta comune.