Il capro espiatorio
AUTORE: Elisabeth Sanxay Holding
RECENSIONE DI: Roberto Frazzetta
TRAMA:
Jacob Duff sembrerebbe una persona rispettabile, ma dietro quella facciata impeccabile si nasconde un uomo che beve troppo, che mente a sé stesso, che chiama “aiuto” ciò che è dipendenza. Si sente vittima della vita, eppure ha tutto: soldi, prestigio, una moglie giovane che lo ama davvero. Ma non gli basta mai. La sua natura debole e rancorosa lo rode dall’interno. L’insicurezza si trasforma in lui in rabbia, la frustrazione in pretesto per comandare, ferire, punire.
E l’alcol è il suo complice: gli dà coraggio, lucidità, la sensazione di essere finalmente all’altezza. A farne le spese è Reggie, la moglie. Ogni suo gesto, anche il più innocuo, diventa un’offesa. Ogni parola, un sospetto. Ogni silenzio, una prova di colpa. Jacob osserva, interpreta, distorce. E più beve, più la sua mente costruisce un nemico. In questo domestic noir feroce e ambiguo, il protagonista scivola in una spirale paranoica che lo trasforma in qualcosa di più oscuro: un uomo che non vede più la realtà, ma solo ciò che teme. E ciò che teme, alla fine, gli costerà caro.
RECENSIONE:
Devo partire da un’ammissione di ignoranza: prima di leggere Il Capro espiatorio conoscevo poco, praticamente nulla, Elisabeth Sanxay Holding. Ed è una di quelle lacune che, una volta colmate, fanno quasi piacere, perché regalano la sensazione di aver scoperto qualcosa che era rimasto ingiustamente fuori dal proprio radar. Ancora più sorprendente, almeno per me, è stato scoprire quanto questa autrice sia riuscita a farmi apprezzare il domestic noir, un territorio narrativo che qui mostra tutta la sua capacità di essere oscuro senza bisogno di alzare la voce.
Il capro espiatorio è infatti un noir domestico e psicologico nel senso più profondo del termine. Non cerca la tensione attraverso l’azione, gli inseguimenti o una successione esasperata di colpi di scena. La costruisce dentro le persone. Dentro una casa. Dentro un matrimonio. E soprattutto dentro la mente di un uomo che, pagina dopo pagina, sembra perdere la capacità di distinguere ciò che accade da ciò che ha bisogno di credere stia accadendo.
Jacob Duff, agli occhi degli altri, ha tutto ciò che serve per essere considerato un uomo rispettabile: una buona posizione economica, un ruolo sociale riconosciuto, una giovane moglie. Dietro quella facciata, però, esiste un uomo fragile, dipendente dall’alcol, insicuro e progressivamente divorato dal sospetto.
Ed è qui che Elisabeth Sanxay Holding compie il lavoro più interessante.
Jacob non riesce a guardare davvero sé stesso. Non sa, o non vuole, riconoscere il proprio ruolo nei fallimenti, nelle tensioni e nel progressivo disfacimento della sua esistenza. Per continuare a sopravvivere alla propria immagine ha quindi bisogno di qualcosa di molto semplice e terribilmente umano: un colpevole.
Un capro espiatorio.
Il titolo diventa così molto più di una definizione o di un riferimento alla trama. È il meccanismo psicologico sul quale si regge l’intero romanzo. Jacob sposta continuamente all’esterno le proprie responsabilità, costruendo una versione della realtà nella quale lui è la vittima e qualcun altro deve necessariamente essere la causa della sua infelicità. La persona che finisce maggiormente intrappolata in questo meccanismo è Reggie, la giovane moglie.
Il loro rapporto rappresenta il vero cuore nero del romanzo. Ogni parola, ogni silenzio, ogni comportamento della donna passa attraverso lo sguardo ormai deformato di Jacob. La gelosia diventa interpretazione, l’insicurezza diventa certezza, il sospetto finisce per sostituirsi ai fatti.
Ed è probabilmente questo l’aspetto che mi ha coinvolto maggiormente: la realtà non cambia, cambia lo sguardo di chi la osserva.
La Holding ci costringe a restare molto vicini a quello sguardo, abbastanza da avvertirne progressivamente le distorsioni. La tensione nasce proprio da lì, dalla percezione sempre più netta che qualcosa stia andando fuori asse e che prima o poi quella deformazione avrà delle conseguenze.
Anche l’alcolismo di Jacob viene trattato in maniera tutt’altro che ornamentale. Non è un semplice elemento caratterizzante, ma qualcosa che amplifica ciò che già esiste dentro di lui: la fragilità, il bisogno di controllo, la gelosia, l’incapacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Più Jacob precipita nella dipendenza e più diventa necessario, per lui, riscrivere la realtà in modo da continuare a considerarsi innocente.
La cosa straordinaria è che tutto questo avviene senza spettacolarizzazione.
Il male raccontato in Il capro espiatorio non ha bisogno di entrare in casa perché è già dentro casa. È nei rapporti, nelle parole, nelle omissioni. Nella capacità di trasformare lentamente chi ci sta accanto nel bersaglio delle nostre frustrazioni. È una violenza che può essere quasi invisibile dall’esterno e proprio per questo risulta inquietante. La casa, che dovrebbe essere il luogo della sicurezza, diventa progressivamente uno spazio claustrofobico nel quale affetto, dipendenza e controllo cominciano a confondersi.
Quanto mai attuale.
E qui ho capito meglio la forza del domestic noir. Quando funziona davvero, non ha bisogno di portarci in luoghi pericolosi: prende il luogo nel quale dovremmo sentirci più protetti e ce lo rende estraneo. La Holding riesce inoltre a evitare una divisione troppo semplice tra vittime e carnefici, innocenti e colpevoli. I suoi personaggi possiedono contraddizioni, debolezze e zone d’ombra. Jacob è difficile da amare e spesso persino da sopportare, ma non è mai narrativamente banale. Assistiamo al deterioramento della sua lucidità e, proprio perché ne comprendiamo i meccanismi, il suo comportamento diventa ancora più disturbante.
Sorprende soprattutto la modernità del romanzo. Pur appartenendo a un’altra epoca, Il capro espiatorio parla di dinamiche che riconosciamo perfettamente: relazioni tossiche, manipolazione emotiva, dipendenza, vittimismo, gelosia, proiezione e quella tendenza profondamente umana a cercare fuori di noi la causa di ciò che non vogliamo affrontare dentro.
Forse è proprio questa la ragione per cui il libro conserva intatta la sua forza.
La suspense non deriva tanto dalla domanda su cosa accadrà, quanto dalla sensazione che una mente incapace di riconoscere le proprie responsabilità possa arrivare molto lontano pur di difendere la propria versione della realtà.
Ed Elisabeth Sanxay Holding quella mente ce la fa osservare da una distanza terribilmente ravvicinata.
Sono arrivato a questo romanzo ignorando quasi completamente la sua autrice e ne esco con la curiosità di conoscerla molto meglio. Ma soprattutto con un piccolo pregiudizio letterario in meno: quello verso un domestic noir che, quando possiede questa profondità psicologica, può diventare uno dei modi più efficaci per raccontare il lato oscuro delle relazioni umane.
Il capro espiatorio è una lettura tesa, soffocante e sorprendentemente contemporanea. La consiglierei soprattutto a chi nel noir cerca l’essere umano prima del meccanismo narrativo, a chi preferisce una tensione che cresce sotto pelle invece di esplodere continuamente sulla pagina. Chi cerca indagini, azione e ritmo forsennato probabilmente dovrà rivolgersi altrove. Chi invece pensa che il luogo più pericoloso nel quale entrare possa essere la mente di qualcuno o una casa nella quale due persone hanno smesso di vedersi per ciò che sono, farebbe bene a conoscere Elisabeth Sanxay Holding.
Io, colpevolmente, l’ho fatto soltanto adesso.
TRADUZIONE: Paola De Camillis Thomas
TITOLO ORIGINALE: The Innocent Mrs. Duff
EDITORE: Edizioni Le Assassine
PAGINE: 224
ANNO DI PUBLICAZIONE: 1946-2026
AUTRICE:

Elisabeth Sanxay Holding è nata nel 1889 a New York, dove ha vissuto e studiato. Nel 1913 sposa George Holding un diplomatico inglese e con lui vive in diversi Paesi del Sud America. Inizialmente scrive romanzi rosa, ma con la crisi del ’29 passa alle storie gialle, più remunerative: tra il 1929 e il 1954 ne scrive diciotto più racconti per le varie riviste. Nel 1949 Raymond Chandler, acclamato scrittore dell’hard-boiled la incorna “migliore scrittrice di suspense”. Muore a New York nel 1955.