Purificatrice del male – Il trionfo della morte – Requiem
TRAMA:
Lucrezia – Purificatrice del male
A New York spariscono nel nulla degli uomini che non riconoscono affatto la propria condotta violenta sulle proprie compagne. Non ritorneranno mai più nelle loro case. – Chi li ha sequestrati? – Che fine hanno fatto? Il detective Carlos Diabo deve dare una spiegazione a questo mistero. La contessa Lucrezia Montecadi, potente imprenditrice e mecenate dell’arte, guida la Radesa, un impero della farmaceutica da oltre 200 miliardi di dollari di fatturato. Fonda una onlus che agisce contro la violenza sulle donne, finalizzata a rendere ogni donna economicamente indipendente, valorizzata, ed autorevole.
Il trionfo della morte
La contessa Lucrezia Montecadì è ormai l’ossessione del detective Carlos Diabo, che lo attrae e lo respinge, che lo incita a voler scoprire che fine ha fatto Alejandro, suo cognato e marito di Lucrezia e la bellissima Adama.
Omicidi, tradimenti e una profonda fede nel disegno di Dio e della chiesa di Manto sono i confini entro cui si muove la potente imprenditrice, contessa e titolare della casa farmaceutica Radesa.
Requiem
Siamo all’atto finale: Lucrezia, la purificatrice, è diventata la preda. Alle sue spalle si muove un uomo dai lunghi capelli bianchi e dal completo nero, un’ombra che non si limita a seguirla ma la precede. Egli abita il futuro, anticipando ogni suo crimine come se il destino fosse un copione già scritto. Cosa c’è di più atroce di un inseguitore che ti aspetta già al traguardo? Tra sogno e realtà, la mente di Lucrezia si sgretola in un incubo a incastro, una matrioska di puro terrore. Intanto, il mondo intero annega sotto il “Manto”: un complotto globale che sta trasformando la Terra in un labirinto dove la psiche collettiva e la catastrofe imminente diventano la stessa e indistinguibile cosa



RECENSIONE:
La trilogia di Lucrezia, di Marco Abbagnara, è un viaggio oscuro e visionario nel cuore del male, della sua purificazione e delle sue metamorfosi. Tre volumi che si espandono come cerchi concentrici, mantenendo un nucleo tematico stabile e avvolgente: la violenza, la redenzione, la fede, la scienza, il potere, l’identità. Non è un’opera che si limita a raccontare una storia: costruisce un mondo estetico e psicologico che avvolge il lettore e lo trascina in una spirale sempre più profonda — e sempre più difficile da definire con un’unica etichetta di genere.
Contessa aristocratica, mecenate, imprenditrice a capo della Radesa, Lucrezia Montecadì è una figura magnetica e complessa: bella, elegante, colta, potente, ma segnata da un passato di violenza che la trasforma in purificatrice del male. La sua missione — mistica, rituale, scandita dai solstizi — è insieme vendetta e redenzione, delirio e fede. Nei tre volumi la sua identità si stratifica, si incrina, si rivela: una donna che è insieme vittima e carnefice, scienziata e mistica, tossica e salvifica.
Nel primo volume, Purificatrice del male, Abbagnara costruisce un thriller psicologico gotico, ricco di atmosfere buie, disseminato di riferimenti artistici e culturali. Lucrezia domina la scena, mentre attorno a lei si muovono figure che amplificano la tensione — Adama, Manto, Carlos, Alejandro — in una trama fatta di omicidi, ricatti, visioni, eleganza ostentata e crudeltà rituale.
Nel secondo volume, Il Trionfo della Morte, il ritmo rallenta e la prospettiva cambia: la voce narrante si sposta sul detective Carlos Diabo, ossessionato dalla contessa e deciso a scoprire la verità dietro il suo mito. È attraverso i suoi occhi, più cauti e razionali di quelli di Lucrezia, che il lettore comincia a intuire la vera portata del progetto di Manto — non più semplice comprimaria inquietante, ma mente di un disegno che guarda all’umanità intera come a un organismo malato.
La scienza entra in scena con il “Sangue Sangro”, fluido metallico capace di rigenerare le cellule e trasformare il sangue malato di Lucrezia in un antidoto contro i tumori: il lusso, la morte, la fede e la ricerca genetica si intrecciano in un romanzo raffinato e inquietante.
Nel terzo volume, Requiem, tutto converge. Il mistero si chiarisce, i segreti emergono, il passato ed il futuro di Lucrezia si rivelano. La prosa diventa serrata, incalzante, quasi caotica e delirante — una scelta stilistica che imita, nella forma, la vertigine ossessiva della materia che racconta.
È qui che il tratto più riconoscibile della scrittura di Abbagnara, la sua ricchezza descrittiva, mostra il suo doppio volto: la cura minuziosa riservata anche a personaggi minori, ad ambienti, a situazioni apparentemente marginali costruisce un mondo denso e sensoriale, ma in alcuni passaggi rallenta un’azione che vorrebbe correre, e il lettore avverte il peso di un dettaglio di troppo. È il prezzo, forse inevitabile, di un’atmosfera che si vuole totalizzante: la ridondanza non è un difetto di misura, ma la temperatura stessa del romanzo, febbrile e ossessiva quanto la sua protagonista.
Manto mostra finalmente la natura del suo progetto: la convinzione che l’essere umano, come un virus letale, abbia avvelenato il pianeta e lo stia conducendo verso un collasso inevitabile — una missione non solo ideologica ma rituale, simbolica, quasi sacrale, una risposta che non appartiene alla politica né alla scienza ma a un piano più oscuro e più antico. Carlos tenta di chiudere il cerchio, mentre l’hacker Dimitri e il fedele Daniel acquistano nuova rilevanza, e figure enigmatiche come l’inquietante Arconte e la nuova amante e ombra di Lucrezia, Liang Xin, amplificano la dimensione mistica del romanzo. La trilogia si chiude con un ritmo circolare, coerente, febbrile.
Una costellazione di temi attraversa e unisce i tre volumi, richiamandosi da un libro all’altro senza mai risolversi del tutto. Il trauma della violenza sulle donne diventa materia narrativa e rituale, trasformandosi nella missione di purificazione che ridefinisce Lucrezia. La fede, lungi dall’essere consolatoria, assume forme deliranti ed estreme, sfumando continuamente i confini tra giustizia e condanna.
La scienza, mai neutra, è potere e minaccia insieme, strumento nelle mani di chi decide chi vive e chi muore; il corpo diventa il luogo dove trauma e redenzione si inscrivono, dove la tossicità diventa possibilità di guarigione. E su tutto, il rapporto tra l’essere umano e il pianeta, con Manto a incarnarne la deriva più estrema — un’ideologia apocalittica che cerca risposta non nella politica né nella scienza, ma in un disegno rituale e quasi sacrale.
In questo universo, l’ossessione è motore costante — quella di Carlos e Dimitri per Lucrezia, quella di Daniel, quella della stessa contessa per la propria missione — mentre il lusso, onnipresente, diventa estetica della vita e della morte: una cornice dove la bellezza convive con la crudeltà, dove l’eleganza non attenua l’orrore ma lo amplifica. Non è un caso che la trilogia di Abbagnara resista a ogni classificazione netta.
La tensione del thriller convive con l’oscurità dell’horror e del gotico, con bagliori quasi fantasy nelle sue derive mistiche, con l’ambizione del romanzo sociale nelle questioni che solleva — violenza, potere, destino del pianeta. Ne nasce un’opera che non si rivolge a un lettore soltanto, ma a chiunque sia disposto a lasciarsi inquietare da un mondo dove la morale è complessa, la giustizia è ambigua, la fede è vertigine, la scienza è potere, e il male è una presenza che non si può ignorare.
Editore: Pathos Edizioni
Pagine: 354 – 317 – 390
Anno di pubblicazione: 2023 – 2025 – 2026
Intervista
Buongiorno cari lettori, il graditissimo ospite del nostro spazio interviste di oggi è Marco Abbagnara, qui per parlarci dei romanzi che compongono la Trilogia di Lucrezia (Pathos Edizioni) letto e recensito dal nostro Domenico Vacca.

THRILLER LIFE: Lucrezia nasce da tre volumi scritti e pensati come un unico grande affresco, o il progetto si è allargato strada facendo? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la storia di Lucrezia non poteva stare in un romanzo solo?
Il nome di Lucrezia entrò nella mia vita molti anni fa, attraverso una donna che avevo amato: una creatura di rara bellezza, nata in una famiglia ricca e privilegiata, ma segnata da un dolore profondo che nessuna ricchezza
avrebbe mai potuto cancellare, dietro il suo sorriso vivevano ferite antiche, generate da un abuso del padre subito nell’infanzia e da un trauma che avrebbe condizionato per sempre il suo rapporto con il mondo, con gli altri e con se stessa. Da quella figura nacque lentamente Lucrezia, all’inizio era soltanto un’idea, quasi un’ombra, poi cominciò a prendere forma, il progetto si allargò settimana dopo settimana, alimentato dalla lettura di libri gotici, testi sul mistero, riviste specializzate e studi sulla psicologia dell’abisso umano, ogni nuova ricerca apriva una porta e, dietro quella porta, comparivano altri personaggi, altre ossessioni, altre zone oscure della mente che ho cercato di sondare. Capii che quella storia non poteva più stare dentro un solo libro, i personaggi avevano sviluppato una propria identità, una propria psicologia; le loro paure, le ossessioni, i desideri e le contraddizioni pretendevano spazio, non potevo sacrificarli per rispettare i confini di un unico volume, così la storia cominciò a espandersi, quasi come una creatura autonoma, così è nata una trilogia, e Lucrezia, da semplice personaggio, è diventata il centro oscuro attorno al quale tutto il resto continuava a ruotare.
TL: Contessa, mecenate, imprenditrice, purificatrice del male: Lucrezia Montecadì è un personaggio che sembra abitare l’autore quasi quanto il lettore. C’è qualcosa di suo — un’ossessione, una convinzione, persino un difetto — che riconosci come parte di te?
È stata l’ossessione per la perfezione, la ricerca nell’arte di quella follia capace di proiettare lo sguardo oltre il presente, mi ha condotto lentamente verso l’oscurità, scendendo in quelle profondità ho scoperto quanto l’essere umano possa essere, spudoratamente, abietto e primitivo. Nel corso dei secoli, soltanto rare e luminose apparizioni sembrano aver interrotto questa lunga permanenza nelle tenebre, ho smesso allora di cercare una direzione precisa, ho seguito l’istinto, lasciandomi guidare da una mano invisibile, quasi una mano morta, che sembrava accompagnarmi passo dopo passo nel mio personale percorso dantesco, un viaggio attraverso l’arte, la follia e l’inconscio, fino a raggiungere quei luoghi interiori in cui il confine tra bellezza e orrore, creazione e distruzione, umano e mostruoso diventa quasi impossibile da distinguere.
TL: La trilogia rifiuta ogni etichetta di genere: convivono il thriller, l’horror gotico, bagliori da fantasy, l’ambizione del romanzo sociale. È stata una scelta consapevole fin dall’inizio, o è il tema — il male, la sua purificazione — a imporre da solo una scrittura che deborda dai confini di genere?
Credo che la civiltà contemporanea sia impregnata di tutti questi concetti: l’orrore gotico, i bagliori del fantasy, l’ambizione sociale, il desiderio di potere e la continua ricerca di una perfezione che forse non esiste. Attualmente viviamo in un Medioevo tecnologico, abbiamo cambiato gli strumenti, non la natura dell’uomo, abbiamo sostituito le torce con gli schermi, i castelli con i grattacieli, le superstizioni con nuove forme di fede, ma sotto la superficie non è cambiato poi molto. La materia si consuma, le civiltà sorgono e scompaiono, le nostre ambizioni si dissolvono nel tempo, siamo parte di un universo destinato, prima o poi, alla sua stessa morte entropica, forse è proprio per questo che abbiamo bisogno di un vendicatore, di un giustiziere, di una figura capace di attraversare le nostre tenebre e portarci davanti alle conseguenze delle nostre azioni, non un semplice carnefice, ma un purificatore, qualcuno che raccolga il male, lo porti alla luce e lo trasformi in una possibilità di redenzione, la purificazione diventa allora l’ultimo atto: non la cancellazione del male, ma il tentativo disperato dell’uomo di essere assolto da ciò che è stato.
TL: La tua prosa si caratterizza per la ricchezza dei dettagli, anche nei momenti e nei personaggi apparentemente minori. È una scelta che rivendichi come cifra stilistica — la densità come forma della vertigine che racconti — o è un rischio calcolato, sapendo che a volte rallenta il ritmo dell’azione?
«I dettagli fanno la perfezione, e la perfezione non è un dettaglio.» (Leonardo da Vinci)
Questa frase rappresenta, in qualche modo, la mia idea della scrittura, tutti i personaggi si ritrovano coinvolti in una vicenda più grande di loro, dentro una rete di eventi nella quale desideri, paure, ossessioni e ferite personali finiscono lentamente per intrecciarsi, fino a diventare indistinguibili. Ogni personaggio deve avere un proprio percorso, una propria storia, una propria verità, percorsi apparentemente separati che trovano un punto di contatto in un unico fil rouge, dove tutto è connesso: la vita e la morte, il desiderio e la perdita, la colpa e la redenzione. Non credo nei personaggi utilizzati semplicemente come strumenti per mandare avanti la trama. Ogni personaggio deve lasciare una traccia, deve possedere una propria dimensione emotiva, un conflitto, una ferita, qualcosa che lo renda irripetibile, per questo, nella costruzione narrativa, cerco di dare a ciascuno una forte identità emotiva, anche il personaggio apparentemente marginale può custodire una parte essenziale del disegno complessivo. Scrivere significa anche assumersi una responsabilità nei confronti delle proprie creature, uno scrittore è un creatore di personaggi, e ogni personaggio merita rispetto, perché quando un personaggio è realmente vivo, non appartiene più soltanto a chi lo ha scritto: comincia a vivere nella mente del lettore, ed è forse lì che la narrativa trova la sua forma più autentica: quando ogni dettaglio, anche il più piccolo, diventa parte di qualcosa di molto più grande.
TL: Con Manto entra nella trilogia un’ideologia radicale, quasi apocalittica, sul rapporto tra l’uomo e il pianeta. Quanto di quel pensiero riflette una tua reale inquietudine sul presente, e quanto è invece costruzione narrativa al servizio del personaggio?
Manto diventa una presenza centrale del romanzo. È una donna di età indefinibile, come se appartenesse contemporaneamente al passato e al futuro, la sua origine rimane avvolta nel mistero: non è mai completamente chiaro da dove provenga, né quanto della sua storia sia realmente accaduto. Manto vuole salvare il futuro, ma per farlo sembra costretta a confrontarsi continuamente con il passato, è una figura che attraversa la narrazione quasi come un’apparizione, lasciando dietro di sé domande più che risposte. Nella sua costruzione mi ha affascinato quella particolare dimensione di mystery surreale e perturbante che associo all’immaginario di David Lynch: una realtà apparentemente normale nella quale, improvvisamente, qualcosa si incrina e lascia intravedere un’altra dimensione. Manto porta nel romanzo questo elemento magico e inquietante, non è semplicemente una guru ecologista: è una figura capace di trasformare la difesa della natura in una sorta di visione spirituale del mondo, e soprattutto sceglie Lucrezia; la scelta non è casuale, Manto riconosce in lei qualcosa che gli altri personaggi non riescono a vedere, tra le due nasce una relazione ambigua, quasi iniziatica, nella quale protezione e manipolazione finiscono per confondersi. È proprio attraverso queste due figure femminili che il romanzo assume una dimensione più oscura, Manto rappresenta la natura, la memoria e la possibilità di un futuro diverso; Lucrezia rappresenta invece il potere, il desiderio e la parte oscura dell’ambizione umana, insieme formano una coppia apparentemente inconciliabile, ma profondamente legata; il femminile diventa verbo, una forza narrativa ambivalente: materna e distruttiva, salvifica e diabolica, capace nello stesso momento di proteggere e condannare. Manto non arriva semplicemente nella storia per guidare Lucrezia, arriva per risvegliarla.
TL: Il “Sangue Sangro” fa incontrare scienza e mistica, cura e minaccia, in un unico simbolo. Come hai lavorato per rendere credibile — narrativamente, non scientificamente — un’invenzione che deve reggere il peso di così tanti significati?
Una famosa leggenda popolare, raccolta anche da Benedetto Croce, raccontava che il principe Raimondo di Sangro avesse fatto uccidere due suoi servitori per sperimentare sui loro corpi una misteriosa sostanza a base di mercurio, capace, secondo la leggenda, di «metallizzare» il sangue e pietrificare vasi sanguigni e visceri per l’eternità. Quando vidi personalmente quelle macchine anatomiche nella Cappella Sansevero, ne rimasi profondamente affascinato, quell’immagine rimase impressa nella mia mente e mi spinse ad approfondire la storia di Raimondo di Sangro, fino a trasformare quella figura storica in materia narrativa. Il principe era un personaggio straordinariamente complesso: nobile napoletano, inventore, studioso, alchimista e figura legata alla cultura del primo Illuminismo italiano, un uomo sospeso tra ragione e occulto, scienza e mistero, da quella fascinazione nacque la mia elaborazione romanzesca. Il sangue di Raimondo di Sangro diventa così, nella mia storia, qualcosa di più di un semplice elemento storico: diventa una traccia, una memoria capace di attraversare i secoli, è proprio attraverso questa traccia che ho potuto creare un legame narrativo tra Napoli e New York, tra il passato e il presente, tra la Cappella Sansevero e l’universo di Lucrezia aristocratica. Raimondo di Sangro diventa quindi uno dei collanti della narrazione: una presenza che appartiene al passato, ma la cui ombra continua a proiettarsi sul presente, il sangue diventa memoria. La memoria diventa ossessione. E l’ossessione arriva fino a Lucrezia
TL: Lucrezia è insieme vittima e carnefice, scienziata e mistica: una identità che nei tre volumi non si semplifica mai, anzi si complica. Quanto è stato difficile mantenerla coerente pur lasciandola contraddittoria fino all’ultima pagina?
Lucrezia è, in fondo, una donna spinta dall’ossessione per il potere, ma anche dal desiderio profondamente umano di diventare madre e lasciare un’eredità, non soltanto un figlio, ma la continuità del proprio nome, del proprio sangue e di quel patrimonio aristocratico che rappresenta per lei un’identità. Con Lucrezia ho cercato di spingermi oltre la semplice psicologia femminile. Il suo conflitto nasce dall’incontro tra individuo, potere, eredità e ambiente sociale. È una donna cresciuta con la consapevolezza di appartenere a un mondo privilegiato, e questa memoria aristocratica continua a vivere dentro di lei, ricorda i fasti del passato, il prestigio del nome, la distanza che separava la sua famiglia dagli altri, per questo, nella sua mente, la distanza sociale diventa anche una distanza fisica: la sua statura sembra elevarsi mentre quella degli altri si riduce, guarda gli esseri umani dall’alto, come creature incapaci di comprendere il mondo al quale sente di appartenere, ma dietro questa superiorità si nasconde qualcosa di molto più fragile, la sua personalità è il risultato di un intreccio complesso di fattori psicologici, biologici e sociali che hanno modificato il suo modo di percepire ed elaborare le emozioni. Progressivamente, Lucrezia impara a reprimerle, fino quasi ad azzerarle, non perché non provi più nulla, ma perché ha trasformato l’assenza di emozione in uno strumento di sopravvivenza, il potere diventa così una corazza, il controllo, una necessità, la maternità, l’ultima possibilità di proiettare se stessa oltre la propria esistenza, vuole lasciare un erede perché il suo nome non muoia, per Lucrezia, la morte non è soltanto la fine della vita: è potere per andare avanti nelle sue conquiste
TL: Il trauma della violenza sulle donne è il nucleo da cui nasce tutta la missione di Lucrezia. Che responsabilità senti, come autore, nel trasformare un tema così delicato in materia rituale e narrativa?
Una delle illusioni più pericolose delle relazioni umane: il possesso mascherato da amore, troppo spesso ciò che viene definito “amare troppo” non è affatto amore, ma il riflesso di insicurezze profonde, della paura dell’abbandono e dell’incapacità di accettare la libertà dell’altro. Quando una persona arriva a considerare il partner come una proprietà, un bene da custodire o da controllare, il sentimento perde la sua natura autentica, l’amore cessa di essere uno spazio di crescita reciproca e si trasforma lentamente in una gabbia invisibile, costruita con la gelosia, il bisogno costante di conferme e il terrore della perdita. Lucrezia era convinta di poter offrire alle donne vittime di stalking una seconda possibilità. Attraverso la sua Onlus voleva proteggerle, restituire loro una vita, una dignità, una possibilità di ricominciare, ma dentro di lei la protezione aveva lentamente assunto una forma più oscura. Lucrezia credeva che Dio, o qualunque forza superiore governasse il destino degli uomini, le avesse concesso un’arma per difenderle, la giustizia degli uomini, ai suoi occhi, era troppo lenta, troppo fragile, troppo indulgente, per lei esisteva una sola legge: occhio per occhio. Gli uomini che perseguitavano, minacciavano e terrorizzavano quelle donne erano, nella sua visione, esseri dominati da impulsi primitivi e aberranti, non meritavano semplicemente di essere puniti: dovevano essere cancellati, così Lucrezia cominciò a costruirsi addosso il ruolo di una moderna vendicatrice, li individuava, li studiava e li faceva sparire. Convinta di essere stata scelta, non agisce più soltanto per vendetta personale: crede di avere ricevuto una missione Divina, dice di udire delle voci e di vedere, nelle sue visioni, la figura di San Michele Arcangelo, secondo il suo racconto, quei messaggeri celesti le avevano affidato un compito preciso: purificare il male che si annidava nel cuore degli uomini. Con il tempo, quella convinzione divenne assoluta, Lucrezia arriva a considerare la propria autorità come qualcosa che non proviene dagli uomini, ma direttamente da Dio. Le sentenze dei tribunali, le leggi e le istituzioni diventano, nella sua mente, strumenti imperfetti di una giustizia terrena; lei, invece, si considera al di sopra di quella giustizia, e proprio lì comincia il vero orrore di Lucrezia: nel momento in cui smette di distinguere tra fede e potere, giustizia e vendetta, salvezza e distruzione, la sua più grande illusione è credere di essere diventata lo strumento del bene, la sua più grande perversione è decidere autonomamente chi merita di vivere.
TL: Chiuso Requiem, il cerchio si ricompone. C’è ancora spazio, nella tua idea, per tornare in quel mondo o Lucrezia è un territorio che consideri definitivamente esplorato?
Su Lucrezia credo sia stato detto abbastanza, per un po’ possiamo lasciarla riposare, ma c’è ancora molto da esplorare nella figura di Manto, la trovo una donna affascinante, quasi estranea al tempo in cui vive, sembra abitare un mondo parallelo, come se avesse già visto ciò che gli altri devono ancora vivere, ha visto tutto e, forse, prevede tutto. È una figura che mi ricorda le grandi divinità della veggenza e della sapienza del mondo antico: Febe, la Titanide associata alla luce profetica, oppure Atena, capace di anticipare gli eventi non soltanto attraverso la profezia, ma mediante l’intelligenza, la strategia e la capacità di calcolare le conseguenze delle proprie azioni. Manto, però, non appartiene completamente né all’una né all’altra dimensione, la sua è una saggezza intuitiva, quasi ancestrale, non ha bisogno di conoscere ogni risposta: le basta percepire la direzione verso cui stanno andando le cose. In lei la ragione e l’intuizione convivono, osserva gli esseri umani, interpreta i loro gesti, comprende le loro paure e riesce a intravedere, molto prima degli altri, ciò che potrebbe accadere. È come se possedesse una luce capace di attraversare l’oscurità e illuminare sentieri che agli altri rimangono invisibili, ma proprio questa capacità la rende ambigua.
TL: Se dovessi definire la trilogia con una sola immagine, quale sarebbe?
Il Trionfo della Morte di Palermo: Un celebre e monumentale affresco del XV secolo (1445 circa) di autore ignoto, oggi conservato a Palazzo Abatellis, mostra un cavallo scheletrico che semina morte tra la gioventù festante in un giardino.
AUTORE:
Marco Abbagnara è nato a Catania il 30 giugno 1966, residente a Gallarate (VA), vive a Sarzana (La Spezia). Assistente di volo presso ITA airways, scultore e pittore.
La redazione di Thriller Life ringrazia Marco Abbagnara per la disponibilità.