Alta putredine di Sara Bianchi con Intervista

Alta putredine
Siamo abituati a raggiungere le vette: non ci arrendiamo nemmeno quando il vento ci spinge indietro.

Alta putredine

Recensione di: Chiara Ferrato

TRAMA:

In Valle Brembana, nelle profondità delle montagne, vengono ritrovati due corpi mutilati.

Gli occhi sono stati rimossi con precisione. Le dita sono scomparse. E nessuno sembra sapere chi siano le vittime o perché qualcuno abbia deciso di lasciarle affondare nelle moie, lontano da tutto e da tutti.

A occuparsi del caso è Elia Da Re, vicequestore milanese spedito ad Alta Valle come una punizione. Per lui quella piccola comunità non è preparata a gestire un’indagine del genere.

Vito Facheris, guardiacaccia del posto, conosce invece la montagna come il palmo della propria mano. Al suo fianco c’è Loki, il suo inseparabile Malinois.

Due uomini diversi. Un’indagine che non porta da nessuna parte.

Poi arriva una fotografia.

Un volto che potrebbe cambiare tutto.

E, poco dopo, qualcuno comincia a prendere di mira proprio Vito.

Quando una persona scompare e Loki rischia di essere avvelenato, Elia capisce che non stanno più cercando un assassino.

L’assassino sta cercando loro.

Tra sentieri impraticabili, pioggia incessante e una montagna che sembra custodire più segreti di quanti ne voglia restituire, Elia e Vito dovranno trovare la verità prima che il prossimo corpo riemerga dalle acque.

Perché il killer non uccide a caso.

Sceglie le sue vittime.

Le osserva.

E ha già deciso chi sarà la prossima.

RECENSIONE:

Alta Putredine di Sara Bianchi è un thriller che fa una scelta precisa fin dalle prime pagine: non ambientare l’orrore nella metropoli, ma incastonarlo nel silenzio assoluto dell’alta montagna. È proprio questa la carta vincente del romanzo. Le Alpi orobie, tra Laghi Gemelli, dighe, rifugi e le caratteristiche moie, le pozze d’acqua ferma di alta quota non sono un fondale pittoresco ma un personaggio a tutti gli effetti, capace di proteggere e di uccidere con la stessa indifferenza.

Il cuore del libro è nel contrasto tra i due protagonisti. Vito è il montanaro silenzioso, concreto, legato in modo viscerale al suo territorio e al suo cane; Elia è il cittadino spaesato, insofferente ai ritmi della valle, che però rivela presto un’intelligenza e una sensibilità inattese. Il loro rapporto, che parte dall’attrito e cresce fino a una complicità sincera, è la componente più riuscita e umana del romanzo, e regala al lettore qualche respiro di calore in mezzo al gelo.

Sul versante del male, Sara Bianchi sceglie la via dei capitoli “.5”: brevi interludi dal punto di vista dell’assassino, che si considera non un mostro ma un esecutore di una propria “epurazione”. Sono le pagine più disturbanti e, al tempo stesso, più efficaci nel costruire tensione, perché calano il lettore nella logica distorta di chi conserva ciò che toglie agli altri. Va detto con chiarezza: Alta Putredine è un romanzo molto crudo. I trigger warning iniziali non sono una formalità, e alcune scene di tortura e violenza sono descritte senza filtri. Chi cerca un giallo d’atmosfera soft è bene che lo sappia in anticipo.

Proprio qui si collocano, a mio avviso, i limiti del libro. La durezza esplicita, in certi passaggi, rischia di scivolare verso il compiaciuto, aggiungendo poco alla suspense già ben costruita dall’ambientazione. La psicologia del collezionista, intrigante nell’impianto, avrebbe meritato più profondità e qualche zona d’ombra in meno, così come alcuni snodi dell’indagine procedono in modo un po’ lineare. Il ritmo, sostenuto nella prima metà, in qualche tratto centrale perde un po’ di mordente prima di ricompattarsi verso il finale.

Il finale, che non anticiperò, è una delle prove migliori dell’autrice: amaro, costato caro ai protagonisti, ma coerente con il messaggio che attraversa tutto il romanzo quello, dichiarato dalla stessa Sara Bianchi, del non arrendersi e del “continuare a camminare” anche quando la salita si fa impossibile. L’epilogo, in particolare, chiude il cerchio con delicatezza inaspettata dopo tanta oscurità.

Nel complesso, Alta Putredine è un esordio solido e di buona personalità, pubblicato da MadHat Edizioni: un thriller che convince per l’ambientazione originale e per il legame tra i protagonisti più che per l’indagine in sé. Tre stelle che fotografano un romanzo riuscito e promettente, ma non ancora pienamente sensazionale con un potenziale, soprattutto nella scrittura e nel senso del luogo, che fa venir voglia di leggere la prossima storia di Sara Bianchi.

Editore: MadHat Edizioni

Pagine: 270 pagine

Anno di pubblicazione: 2026

Intervista

Buongiorno cari lettori, la graditissima ospite del nostro spazio interviste di oggi è Sara Bianchi, con il suo libro “Alta putredine” (MadHat Edizioni, 2026) letto e recensito dalla nostra Chiara Ferrato.

THRILLER LIFE: la montagna, in Alta Putredine, non è uno sfondo ma quasi un personaggio che detta i tempi, protegge e uccide. Dai ringraziamenti traspare un tuo legame personale e profondo con questi luoghi. Quanto c’è di te e del tuo rapporto con la montagna nel modo in cui Vito la vive e la rispetta? E quanto è stato difficile tenere insieme la bellezza di quei paesaggi con l’orrore che vi ambienti?

Sara Bianchi: Io sono nata e cresciuta su queste montagne, il mio modo di rilassarmi è fare fatica nel silenzio di un bosco quindi per me Vito è un estremo di me stessa. La bellezza della montagna, per chi come me la vive tutto l’anno, è qualcosa che si contrappone alle sue insidie e alle sue avversità; quindi, unirlo all’orrore sotto molti aspetti non è stato così difficile, purtroppo.

TL: la scelta più coraggiosa del romanzo è l’uso dei capitoli “.5”, brevi interludi che ci mettono nella testa dell’assassino e nella sua idea di “epurazione”. Com’è nata l’idea di alternare l’indagine con il punto di vista del killer? È stato faticoso, come autrice, abitare così da vicino una mente simile, e dove hai sentito il limite da non superare?

Sara Bianchi: L’idea di alternare l’indagine con il punto di vista dell’assassino nasce dal fatto che spesso leggo libri in cui tutti vedono il “cattivo” come tale e nessuno – o forse lo fanno eh – si chiede cosa abbia portato una persona a diventare ciò che è e a fare ciò che fa; quindi, nella mia storia mi sono detta che mi pareva giusto lasciargli un poco di spazio. Ti dirò che, come autrice, non l’ho trovato così difficile, anzi, ho due pagine di appunti sulla sua storia e su ciò che ha dovuto subire… per empatizzare con una persona, un bravo autore deve soffrire con lei.

TL: il rapporto tra Vito, uomo della valle, ed Elia, cittadino arrivato da Milano, parte dall’attrito e diventa il centro emotivo del libro. Quanto era chiaro fin dall’inizio che la vera spina dorsale della storia sarebbe stata questa amicizia tra due mondi opposti? C’è un dettaglio del loro rapporto a cui tieni in modo particolare?

Sara Bianchi: Ammetto che il libro è nato intorno a loro due, a questo contrasto tra la montagna e la città. Questa amicizia è il risultato di tutto ciò che passano insieme e superano. Il dettaglio penso che si trovi senza volerlo nell’epilogo, che l’amicizia se vuole può superare tutto quanto, anche la distanza.

TL: Loki, il malinois di Vito, è molto più di un cane poliziotto: è un compagno a cui il protagonista è legato visceralmente, e il suo destino pesa su tutto il finale. Che ruolo hanno gli animali nella tua idea di questo romanzo? Dare a Loki un peso così grande è stata una scelta studiata o qualcosa che è cresciuto durante la scrittura?

Sara Bianchi: quando ho iniziato a strutturare questa storia prima è nato l’assassino, poi Loki, quindi sì, il finale era già pensato prima ancora di creare Eia e Vito. Diversi passaggi si sono aggiunti man mano che scrivevo, ma sapevo dove volevo andare a parare, purtroppo.

TL: il libro è davvero crudo e si apre con una lista esplicita di trigger warning. È una scelta che divide: c’è chi la apprezza e chi la trova eccessiva. Dove si colloca per te il confine tra mostrare la violenza con onestà e rischiare di compiacersene? Quanto hai lavorato, in fase di editing, per calibrare la crudezza di certe scene?

Sara Bianchi: Sono stata io a chiedere alla CE di inserirli, lo ammetto. Sono la prima che non li ama quando li trova in un libro, ma c’è da dire che io sono una lettrice che non si impressiona facilmente quindi non ho bisogno… però mi sono messa nei panni di alcuni lettori e ho preferito che ci fossero. In fase di editing non ho dovuto calibrare nulla, perché le avevo già smorzate io nella fase di scrittura. Nella mia testa alcune scene dovevano puntare più sull’horror, ma alla fine mentre scrivevo mi sono detta che era meglio alleggerire.

TL: nei ringraziamenti scrivi che vorresti che il libro facesse riflettere sul non arrendersi e sul continuare a camminare, un messaggio che la montagna ti ha insegnato. In una storia così oscura, come hai fatto convivere quel messaggio di resilienza e speranza con il buio del thriller? È un equilibrio che cercherai anche nelle tue prossime storie?

Sara Bianchi: La verità è che ho scritto il libro pensando che una volta chiuso la vita dei personaggi, nella mia testa, vada avanti. Nella vita reale si incontrano persone, si hanno dei traumi e delle perdite, ma la vita deve continuare a ogni costo. Non è facile e non lo sarà mai, ma bisogna imparare ad andare avanti. Questo equilibrio spero di riuscire a tenerlo anche nelle prossime storie? Sì, lo spero proprio.

AUTORE:

Sara Bianchi è un’autrice italiana legata profondamente alla montagna, ambiente che attraversa e ispira la sua scrittura. Alta Putredine, thriller dai toni cupi e dall’ambientazione alpina, è pubblicato da MadHat Edizioni (ottobre 2026). Nelle sue stesse parole, il romanzo nasce come una “salita difficile” e porta con sé ciò che la montagna le ha insegnato: non arrendersi e continuare a camminare.

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