Luca Ongaro, agronomo di formazione, informatico di deformazione, ha lavorato a lungo nella cooperazione internazionale finalizzata allo sviluppo, il che gli ha consentito di entrare a contatto diretto con realtà molto diverse dalla nostra, stimolando la sua innata curiosità e il suo desiderio di scoperta.

È anche stato professore universitario e ora vive in campagna vicino a Firenze.

In occasione della presentazione del suo libro Un’altra Storia presso l’istituto fiorentino Alberti-Dante dove si è diplomato, abbiamo avuto il piacere di conoscerlo scoprendo che, oltre che scrittore per caso,  come gli piace definirsi, è anche un uomo per cui il mondo è ricco se è accogliente ed inclusivo e, come tutti gli uomini di cultura, è una persona di grande disponibilità e naturalezza.

E’ da uno dei suoi viaggi, quello in Eritrea nel 1994, che si accende la scintilla che lo conduce ad appassionarsi sempre di più ad una storia, straordinariamente rimossa dalla memoria del nostra paese, che ha dato vita all’idea di questo libro.

Un’altra Storia è un romanzo con la connotazione di un cold case con protagonista il commissario Campani, ed è stato pubblicato in questi giorni per i tipi della SEM – Società Editrice Milanese.

Per la recensione completa, vi rimandiamo al nostro articolo

Luca ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Un’altra Storia non è solamente un giallo, ma anche un racconto ucronico che prende le mosse dall’idea che le vicende del nostro paese sarebbero state diverse se la battaglia di Adua avesse avuto un esito differente.

Come sei arrivato a questa conclusione?

La battaglia di Adua, nell’opinione non solo mia ma anche di molti storici, rappresenta un punto di svolta nella posizione internazionale dell’Italia. La disastrosa sconfitta fu ancor più pesante in termini di prestigio e di immagine di quanto non lo fosse stata sul terreno.

Al di là degli effetti immediati, fra cui la caduta del governo Crispi, segnò una pesante battuta d’arresto nello sviluppo del colonialismo italiano, che perse irrimediabilmente un treno che stava passando già in ritardo rispetto alle altre potenze europee.

La conseguenza immediata fu la divisione in due del popolo tigrino che abitava la regione: il nord restò Eritrea, colonia italiana, mentre il sud, il Tigray, rimase a far parte dell’impero abissino: uno dei tanti confini arbitrari che continuano a lacerare il continente africano. L’Eritrea “dimezzata” non riuscì mai quindi ad avere quella dimensione tale da riuscire ad innescare uno sviluppo economico autonomo e duraturo, rimanendo per decenni un’esotica anomalia che divorava fondi pubblici. La frustrazione e la voglia di rivincita, in seguito, hanno fornito abbondante materiale politico e propagandistico alla sventurata impresa di Mussolini del ’35.

Forse, chissà, un’Italia più potente e rispettata non avrebbe avuto bisogno di entrare in guerra nel 1915 per far valere le sue rivendicazioni su Trento e Trieste.

Il libro propone un’ambientazione estremamente dettagliata, sia dal punto di vista storico che geografico: come ti sei documentato?

In quella che io chiamo la mia vita precedente ho lavorato a lungo come agronomo per la cooperazione italiana allo sviluppo. La mia prima missione in Eritrea risale al 1994, l’ultima in Etiopia al 2019. Ho girato in lungo e in largo sia l’Eritrea che il Tigray, ho lavorato con molti colleghi locali, ho avuto decine di allievi sia etiopi che eritrei, ho conosciuto vari italiani che lavoravano in quei luoghi.

La mia conoscenza dei luoghi è quindi frutto di una lunga esperienza diretta; quella delle vicende deriva da una curiosità infinita di sapere che cosa è realmente successo durante gli oltre cento anni di presenza italiana in quelle terre. Più di un secolo, sì, perché anche dopo la perdita delle colonie con la Seconda guerra mondiale, decine di migliaia di italiani hanno continuato a vivere e svolgere le loro attività in quel lembo d’Africa.

Diciamo che ho letto molto.

Il Commissario Campani, pur nella sua originalità, ha alcuni elementi in comune con altre figure entrate ormai nell’immaginario collettivo, penso al Commissario Montalbano o a quel vasto campionario di investigatori e poliziotti tratteggiati da Scerbanenco.

In cosa tuttavia il tuo Commissario si discosta da chi lo ha preceduto?

Oddio, che paragoni imbarazzanti… Il bravo commissario Francesco Campani, che si trova ad abitare in pagine che hanno uno spazio e un tempo parecchio fuori dall’ordinario, non poteva che cercare di rappresentare un elemento di normalità del racconto, quanto meno per non abusare della sospensione di incredulità del lettore.

Quindi Campani è un trentenne un po’ pigro, viziato il giusto, quasi impiegatizio nella sua routine quotidiana: è timido e un po’ introverso, tristemente scapolo (almeno all’inizio…). Una specie di italiano medio che ha come tutti noi le sue piccole manie, come quella di uscire di senno se non mangia all’una in punto, o di tifare disperatamente per la Fiorentina. Però quando c’è da indagare non si tira indietro, il suo amore per la giustizia è fortissimo, ed è disposto a lavorare anche di domenica e tirare fuori i soldi di tasca propria per pagarsi le trasferte.

E poi ha un certo intuito, altrimenti non farebbe il commissario in un romanzo noir.

Tra le pagine del libro, quasi fosse un elemento sotto traccia rispetto alla trama squisitamente gialla, sembra esserci una nemmeno tanto velata critica nei confronti della politica italiana contemporanea.

E’ così? E in che modo un romanzo d’evasione come questo può contribuire alla diffusione di una critica sociale positiva?

Non nego che in certi passaggi qualche sassolino dalle scarpe me lo sono voluto levare. In una società meticcia come quella dell’immaginaria Colonia Eritrea del 1956, pur con tutte le tensioni e le difficoltà legate alle disparità sociali fra bianchi e neri, supportate da un inevitabile razzismo strisciante, io vedo una condizione umana più moderna e progressiva di tante altre rappresentazioni reali che ci vengono proposte al giorno d’oggi.

Pensare di preservare le radici, le tradizioni, la cultura della nostra società ostacolando l’afflusso di persone che provengono da mondi distanti non è solo velleitario e antistorico, ma comporta anche la rinuncia ad un arricchimento reciproco di esperienze e visioni del mondo.

Per non parlare delle obiezioni etiche e morali, ovviamente.

Un’altra storia è destinato ad avere dei seguiti? Come ti rapporti con la serialità?

Per quanto riguarda i seguiti, ho già altri quattro romanzi pronti nel cassetto: la domanda andrebbe quindi rivolta al mio editore (se questa fosse un’intervista dal vivo, a questo punto ci sarebbe una risatina).

La serialità è una delle caratteristiche di questo genere letterario, con pochissime eccezioni. Io, tuttavia, non ho scritto per mestiere, ma per un bisogno che avevo di tirare fuori queste storie che erano maturate nella mia fantasia durante le mie varie esperienze lavorative.

Il commissario Campani è una specie di amico che mi aiuta a riempire le pagine bianche. E che quindi invecchia con me. I prossimi romanzi, infatti, sono ambientati nel 1958, 1960, 1961 e 1962: il commissario è maturato, la famiglia cresce, il contesto intorno a lui si evolve. In poche parole: il tempo passa. A me non piacciono quei personaggi che io chiamo “alla Topolino”, sempre uguali di romanzo in romanzo, inossidabili.

Se dovessi indicare tre parole che ti rappresentano, quali sarebbero?

Umiltà, ironia, curiosità.

Se dovessi scegliere tre cose di cui non potresti mai fare a meno, ovviamente escludendo la scrittura, quali sarebbero?

La vita in campagna, gli affetti della famiglia, le partite della Fiorentina.

No, via, quest’ultima è una vera stupidaggine, fate finta di non aver sentito.  

Prima di salutarci e anzi, proprio per inaugurare un saluto d’eccezione, che messaggio o augurio ti piacerebbe lasciare ai nostri lettori?

Che quanto prima sia nuovamente possibile tornare in Tigray.

Come forse saprete, attualmente l’Etiopia del nord è teatro di un’orrenda e sanguinosa guerra civile che vede contrapposti il governo federale e quello regionale del Tigray. La regione è sotto assedio, le comunicazioni sono interrotte (non ho più nessuna notizia dei miei amici tigrini dal giugno 2021), le strade sono bloccate dai governativi che non lasciano transitare neppure gli aiuti umanitari.

La gente sta letteralmente morendo di fame, e io dico che qualche domanda sull’opportunità del conferimento del premio Nobel per la pace al premier etiope Abiy Ahmed bisognerebbe porsela seriamente.

Spero con tutto me stesso che questa oscena guerra finisca al più presto. Quando questo avverrà consiglio vivamente ai lettori di andare a visitare quei posti: vi rimarranno nel cuore.

A cura di Alessandra Panzini e Andrea Martina

ringraziamo anche l’Istituto Alberti-Dante per aver organizzato l’evento e averci ospitato e segnaliamo i loro canali social: Facebook e Instagram

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