Erica Arosio e Giorgio Maimone: il collaudato binomio del giallo a Milano

Erica Arosio è una giornalista, già collaboratrice della rivista “Gioia”, ha scritto anche per i quotidiani “La Repubblica”, “Il Giorno” e per “Cineforum”, “Rockerilla” e “Segnocinema”. È critica cinematografica e letteraria. Il suo primo romanzo L’uomo sbagliato con La Tartaruga nel 2012 (riedito da Baldini & Castoldi nel 2014).

Giorgio Maimone, Caporedattore de “Il Sole 24 Ore” per oltre trent’anni, ha collaborato con le reti Mediaset come ideatore e autore di programmi. Si occupa di recensioni librarie e discografiche per il settimanale “Gioia”.

Dalla loro collaborazione a quattro mani nascono i romanzi Vertigine, Baldini & Castoldi 2013, L’amour gourmet, uscito nel 2014 per Mondadori Electa e Non mi dire chi sei, pubblicato da Tea nel 2016.

Li ritroviamo in Mannequin, Mursia 2023, letto e recensito per Thriller Life da Federica Cervini Qui

Erica Arosio e Giorgio Maimone hanno gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande.

Thrillerlife: La scrittura a quattro mani è un mistero da scoprire: come vi organizzate per la stesura dei vostri romanzi?

Erica Arosio: Abbiamo tutti e due un lungo passato giornalistico e siamo abituati al lavoro di squadra che ci piace molto perché arricchisce le competenze e consente un immediato riscontro critico, fin dialettico per usare un termine desueto.

Assieme io e Giorgio inventiamo la storia, il soggetto si direbbe se fosse un film, lo lasciamo sedimentare e parlando lo arricchiamo, scegliendo l’epoca in cui ambientarlo e cominciando in contemporanea le ricerche storiche sul periodo. Confrontandoci e lavorando, inventando e limando, la vicenda prende man mano forma e i personaggi si delineano.

Sui protagonisti ci soffermiamo a lungo, attribuendo a ciascuno note biografiche precise. Quando il lavoro è avviato, scandiamo il tema dei primi capitoli e a quel punto ce li dividiamo: la fase di scrittura è individuale. La revisione finale è invece di nuovo condivisa.

TL: E nello specifico parliamo di Greta e Marlon – i protagonisti del vostro romanzo – due personaggi molto diversi tra loro e con caratteristiche peculiari: in “Mannequin” sono perennemente in contrasto e disaccordo. Marlon è diffidente nei confronti di Ines e questo lo porta a battibeccare per tutto il romanzo con Greta. Come sono stati costruiti Marlon e Greta: dalla penna di chi è nato chi e/o come si sono integrati i vostri reciproci contributi nel definire questi personaggi?

Giorgio Maimone: L’idea originale, in un canovaccio che si chiamava all’epoca “Roulette russa”, appartiene a Erica. Comprendeva già due personaggi che si chiamavano Greta e Marlon. Io mi sono aggiunto, dando un senso al soprannome Marlon, come crasi del nome e cognome del detective, ossia Mario Longoni (nome milanesissimo) e accentuando, da un lato l’aspetto meneghino del personaggio e dall’altro il suo rapporto con il progenitore Philip Marlowe, prototipo di tutti i detective hard-boiled. Duri, malinconici, seduttori ma con un cuore tenero.

Greta invece è rimasto il personaggio tratteggiato inizialmente: avvocato penalista negli anni Cinquanta, quando questo ruolo era molto raro e quindi di frontiera per il mondo femminile.

Donna problematica, con il suicidio della madre alle spalle, un rapporto complicato e conflittuale con l’altro sesso, la tendenza all’autolesionismo e parecchi problemi con il cibo, in una sorta di anoressia ante litteram. Greta e Marlon sono diversi in tutto: appartenente all’aristocrazia cittadina lei, proletario di periferia lui. Lei ha la casa di famiglia in piazzetta Duse, lui in via Corelli, oltre la cintura ferroviaria. Lui comunista, lei agnostica, sebbene progressista.

Lui grezzo, lei raffinata. Eppure, la scintilla dell’amore, quasi automatica in questi casi, non è mai scoccata. Si conoscono, diventato amici e amici restano, nonostante qualche tentativo di andare oltre, salvo accorgersi che avrebbero potuto derivarne solo guai e problemi. Nella finzione romanzesca lavorano assieme da 15 anni e il 1965 che fa da sfondo a Mannequin, potrebbe essere l’ultimo anno del loro sodalizio.

TL: Greta subisce il fascino della giovane modella Ines, che è una ragazza bellissima …, ma forse anche un’abile manipolatrice, e persino in carcere una suora viene “sedotta” dalla mannequin, che riesce a farsela amica. Qual è il messaggio che volete trasmettere evidenziando come il fascino magnetico della modella le permetta di ottenere attenzione e privilegi?

EA: La femme fatale è una figura classica del noir e ha una lunga fila di attrici che l’hanno incarnata, dal giallo americano e francese degli anni Quaranta e Cinquanta per arrivare fino alla Sharon Stone di Basic instinct. Nella femme fatale la seduzione e quindi il sesso, agito ma più spesso suggerito, è una componente essenziale che giocato con mano lieve può essere molto intrigante per il lettore e divertente da giostrare per lo scrittore. Si dice, non si dice, si lascia immaginare, si preme il piede sull’acceleratore e poi si lascia tutto in sospeso. Di solito funziona. Ines è un personaggio molto complesso che mi piacerebbe riprendere.

TL: Il presupposto di questo romanzo è che “Mannequin” rappresenti l’ultima indagine di Marlon, che vuole ritirarsi dalla professione di detective. Sarà davvero questo l’addio di Marlon ai suoi lettori o possiamo sperare di continuare ad incontrarlo anche nei vostri prossimi romanzi?

GM: Non sarà l’addio di Marlon, ma solo l’ultima avventura congiunta cronologicamente. Nell’evoluzione dei nostri romanzi abbiamo un po’ viaggiato avanti e indietro nel tempo: siamo partiti dal 1958, per passare poi al 1962, 1963 e 1964, per poi ritornare al 1950 l’anno scorso con Macerie e ambientare invece Mannequin nel 1965. Il prossimo romanzo, abbiamo già deciso, sarà ambientato nel 1956. La storia di Marlon sarà ancora lunga e, magari, incrocerà ancora, per caso, quella di Greta, oltre che negli anni precedenti a Mannequin, anche in quelli successivi.

TL: Altro sottinteso che forse si legge fra le righe di “Mannequin” è una sorta di “erotismo sotterraneo”, discreto ed affascinante; ce lo possiamo aspettare da Marlon, ma l’argomento forse è stato anche utile per introdurre la tematica della rivoluzione sessuale del ’68?

EA: I semi della grande rivoluzione del 1968 che sul piano del costume è di sicuro riuscita, si cominciano ad avvertire nei primi anni Sessanta, nei film, nei romanzi, nella musica e noi abbiamo cercato di farli percepire in tutto il libro.

Da un punto di vista narrativo l’irrequietezza e il cambiamento offrono sempre molte possibilità, sono meccanismi che danno origine a sorprese e svolte narrative, che fanno evolvere i personaggi. E, lo speriamo, capaci di originare quello che gli americani definiscono “turn page”: il lettore ha una gran voglia di girare la pagina per sapere che cosa succede “dopo”.

TL: Un altro tema proposto da “Mannequin” è l’avvento dell’industria ed il conseguente spionaggio industriale: la situazione della moda a Milano nel 1965 vedeva da un lato l’utilizzo di filati pregiati e damascati preziosi, dall’altro l’avvento delle minigonne e dei grandi magazzini. Si tratta quindi di realtà socio produttive e di distribuzione in contrasto e contemporaneamente presenti sulla scena, così come Parigi e Londra erano capitali della moda, ma si stavano affacciando anche nuovi Paesi dell’Est Europa in cui diffondere l’utilizzo dei nuovi tessuti sintetici.

Quali sviluppi ha avuto di lì in avanti la moda in Italia? L’ambiente della moda viene percepito spesso come un mondo dissoluto e corrotto: questa percezione era tangibile anche all’epoca in cui si svolge la storia ? E in che modo si manifestava ? Dalle vostre ricerche quali differenze e quali similitudini sono emerse tra i due contesti, quello di ieri e quello di oggi ?

EA: La moda, allora come oggi è sia costume e a volte trasgressione che industria. Gli anni Sessanta sono molto interessanti perché hanno segnato il passaggio dall’haute couture, riservata solo ai ceti privilegiati, al prêt-àporter e agli inizi di quello che oggi definiamo street style.

Per scrivere Mannequin ho fatto molte ricerche sulla moda dell’epoca, ho letto moltissimo articoli e gran parte di quello che le giornaliste dicono nel romanzo è tratto da pezzi pubblicati sui quotidiani dell’epoca. C’era una grande fiducia nei filati sintetici, la carovana della Rhodiatoce di cui si racconta nel libro è un evento che si è svolto veramente in quell’anno, con modelli che hanno girato l’Italia e poi alcuni paesi europei per promuovere i nuovi tessuti.

Sarebbe veramente molto lungo raccontare l’evoluzione della moda dagli anni Sessanta a oggi. Diciamo che il grande salto è avvenuto negli anni Ottanta, quando è nato il termine “stilista” e personaggi come Armani, Versace, Valentino, Lagarfeld, Dolce e Gabbana e tanti altri sono diventate vere star, più famose dei divi del cinema.

Dal jet set di Agnelli e Onassis si è passati ai grandi eventi di feste e sfilate, complici i giornali e la pubblicità. Il pubblico ha seguito con entusiasmo, ogni star della moda aveva anche linee più accessibili, gli abiti avevano ancora costi proibitivi ma gli accessori, borse, scarpe, foulard erano alla portata di molti per il regalo importante. Sotto il vestito non è vero che non ci sia niente, c’era e c’è ancora oggi moltissimo. Vite di primo piano e vite bruciate e un’industria miliardaria con un indotto importante. Delineando Ines ho cercato di suggerire il cambiamento in atto e anche qualche segnale di futuro.

Per chi avesse voglia di addentrarsi nell’ambiente della moda di quegli anni suggerisco un film poco conosciuto e molto molto interessante, “Chi sei Polly Magoo?”, film francese del 1966, diretto da Willem Klein, importante fotografo di moda. Un docufilm, diremmo oggi, un esperimento di cinema verità si diceva allora. Protagonista un giornalista (Jean Rochefort) che vuole girare un documentario su una modella, Polly Magoo (interpretata da una vera mannequin, Dorothy McGowan), aiutato da un regista (Philippe Noiret). La giovane è seguita e inseguita nelle sue giornate e incalzata da domande su chi sia davvero. Sullo sfondo la Parigi dell’epoca, le sfilate, i sarti e un fantastico dietro le quinte. Mi fermo ma potrei continuare per pagine e pagine a raccontare tutto quello che fa, che è e che nasconde la moda.

TL: È stato difficile raccontare personaggi e fatti che appartengono ad un’epoca così diversa da quella attuale? Di quale tipo di documentazione vi siete serviti per creare personaggi e luoghi di Milano e per evitare inesattezze storiche?

EA:Tutta la serie di gialli con protagonisti Greta e Marlon arrivata alla sesta indagine è ambientata negli anni Cinquanta e Sessanta che quindi dal 2012 (quando abbiamo iniziato a scrivere il primo, Vertigine) ripercorriamo in lungo e in largo. Abbiamo visto e rivisto moltissimi film di quegli anni, abbiamo letto i quotidiani, sfogliato le riviste, Epoca, Europeo, Espresso, ma anche Oggi e i femminili, abbiamo cercato filmati Luce e documentari, trovato meravigliosi servizi fotografici. In parte soprattutto per quell’impalpabile atmosfera che ha il profumo dell’autenticità abbiamo ripensato ai nostri genitori e ai loro amici. Un viaggio e una ricerca storici, letterari e in qualche misura anche psicanalitici. Quei due decenni sono ricchissimi e hanno creato le basi di tutto quello che è accaduto dopo.

TL: Il romanzo “Mannequin” racconta anche parte della recente storia italiana, e non solo la storia di Greta e Marlon, e forse rappresenta la vostra ennesima dichiarazione d’amore alla città di Milano. Cosa simboleggia/rappresenta per voi questa città? Quale legame vi porta a renderla uno dei principali protagonisti del romanzo – così vivida e presente in ogni pagina, e non solo uno sfondo alle vicende?

GM: Rispondo sempre molto volentieri a questa domanda. Mi piace dire che la nostra è una lunga sotterranea canzone d’amore per la nostra città.

Milano è un’amante fedele, che si fa fatica a conquistare, ma una volta che tu hai fatto breccia nel suo cuore, non ti molla mai. La nostra città ha un volto pubblico severo e trattenuto, ma sottopelle scorre tutt’altra linfa. Le città si dividono tra quelle come Firenze, Venezia, Roma che hanno una bellezza prepotente ed evidente che ti sbattono subito in faccia e a cui è difficile resistere ed altre, come Milano, dove la bellezza bisogna andare a cercarsela e a conquistarla.

Una città che ha più volte rinunciato a sé stessa, reinventandosi sulle macerie del passato, compiendo veri e propri crimini urbanistici, ma miracolosamente conservando tracce della storia. Milano vive nelle nostre pagine, la Milano di noi ragazzi, quella che, come disse Jannacci, anche mi:

A l’ho vista dal tram/ Tacà sul respingent/ Come in giostra volar/ Prori inscì mi la vori cantà/ Ohé! Sun chì!

TL: Posta l’eterna lotta tra Beatles e Rolling Stone, nel vostro romanzo vincono a man bassa i Beatles: il tutto appare funzionale alla trama (dato il loro concerto che voi più volte citate, tenutosi al Vigorelli il 24 Giugno 1965), o c’è anche una vostra reale passione per la musica dei Fabulous Four? E più in generale: quale è il rapporto tra musica e scrittura? Sono “arti” complementari e ben si amalgamano, o l’una vince sull’altra? Ed ancora: ogni capitolo si apre con qualche strofa delle canzoni dei Beatles – quei versi ci anticipano anche le emozioni che si vivranno nelle pagine a seguire. I Beatles sono stati peraltro un fenomeno mondiale: che funzione ha la musica nella stesura dei vostri romanzi? Per scrivere il romanzo, la musica vi ha aiutato a calarvi negli anni ’60?

GM: Io ed Erica abbiamo due “specializzazioni” particolari che risentono del nostro precedente lavoro giornalistico: per me la musica, per Erica il cinema. Quindi a questa domanda rispondo io che compilo la colonna sonora della storia. Sempre a livello personale io vivo di musica, non ne posso fare a meno, in particolare quando scrivo. Per cui, sì, c’è un rapporto strettissimo tra musica e letteratura, in particolare tra la musica che viene citata nei romanzi e quella che ascolto mentre lo sto scrivendo. Se non metto su un pezzo di Chet Baker, come posso fare a descrivere le reazioni di Marlon quando l’ascolta?

La musica è una finestra aperta su un periodo del passato ed è in grado di ricreare un’atmosfera, un mondo, un piccolo fremito che altrimenti andrebbe perso.

Così le canzoni dei Beatles nel 1965 imperversavano ovunque e quindi potevano darci il polso di quell’anno meglio di qualsiasi altro supporto. Inoltre, come avete notato, ogni capitolo inizia con una frase di una canzone e quella frase o quella canzone danno un indizio su quale sarà il clima emotivo di quel capitolo. I Beatles? Certo che li ho amati. Più dei Rolling Stones. Ma di una corta incollatura.

TL: In tutto il romanzo si respira una voglia di futuro: la guerra è finita e l’Italia sta crescendo. Il personaggio che meglio interpreta questo desiderio di andare avanti e oltre è Elisabetta, la nipote preferita di Greta, che andrà al concerto dei Beatles a fine giugno. Quale significato può avere ancora oggi per le nuove generazioni questo slancio verso il futuro e la modernità?

EA:Se non si sogna un futuro migliore, che mondo è? Certo, oggi le parole d’ordine dei giovani sono spesso molto angoscianti, perché siamo assediati dalla crisi climatica a cui i ragazzi sono molto sensibili e anche il mondo devastato da conflitti e ingiustizie sembra più cupo di quello di cinquanta anni fa, ma credo siano i giovani a doverne parlare e infatti accade.

Negli anni Sessanta credo si portassero avanti battaglie con maggiore ottimismo, con la certezza di essere dalla parte della ragione e di vincere. Ci sembrava ineluttabile che le idee di cambiamento si sarebbero per forza fatte largo, c’era una percezione diffusa sulle magnifiche e progressive sorti dell’umanità, oggi lo sguardo mi sembra più cupo. Ma la voglia e il bisogno del cambiamento fanno ancora parte dei giovani: impossibile avere 20 anni e non avere voglia di rivoluzione.

TL: tutti i vostri romanzi hanno il titolo composto da un’unica parola, che indirizza ad un periodo storico preciso ed all’argomento principale del romanzo in questione: “Macerie” alla Milano distrutta nel dopoguerra (anni ’50); “Jukebox” al Cantagiro; “Vertigine” al passato; “Cinemascope” alla novità del cinema italiano (anni ’60); “Mannequin” alla moda (1965).Il linguaggio trascina il lettore nelle diverse epoche ed infatti in “Mannequin” ci sono appunto le mannequin e non le top model (parola che invece useremmo ai giorni nostri), parimenti le sarte e non gli stilisti. Come il linguaggio e la scelta dei vocaboli vi aiuta nella costruzione di trama ed ambiente – a partire proprio dalla parola mannequin, che è un termine un po’ desueto?

GM: Devo farvi i complimenti, avete studiato bene le nostre opere. Certo, c’è una precisa ricerca ed è una chiave importante per lo svolgimento del romanzo stesso. Volendo esagerare, potremmo affermare che dal titolo nasce il romanzo. Non è esattamente così, però il titolo è la prima cosa che cerchiamo. Devo fare una premessa: a me personalmente i titoli dei gialli italiani non piacciono per niente. Li trovo banali, arruffati, non accattivanti. Da qui è partita la nostra riflessione: come fare ad acchiappare al volo l’attenzione del lettore? Lavorando sui titoli. Non siamo certo i primi a farlo. De Giovanni, ad esempio, ha impostato così la serie dei Bastardi di Pizzofalcone e Jonathan Franzen è un altro. Così ci siamo provati anche noi, con una sostanziale variazione: la nostra piccola parola singola deve anche suggerire un’epoca e un tema. Ecco perché davvero spesso partiamo dal titolo.

TL: Nei vostri romanzi si svolge sempre un fatto realmente accaduto storicamente: in “Mannequin” ci sono i Beatles a Milano, in “Cinemascope” c’era l’omicidio di Kennedy, in “Vertigine” la rapina della Banda di Via Osoppo. Come questi fatti di cronaca sono funzionali alla trama e danno colore al romanzo?

GM: Questa è una scelta ben precisa ed è un po’ il nostro marchio di fabbrica, esattamente come il titolo di una parola sola. Il ciclo di Greta e Marlon è fatto di titoli evocativi, composti di una parola sola, in grado di raccontare un’epoca e di un fatto di cronaca clamoroso che si svolge esattamente nei giorni in cui sono ambientati i nostri romanzi. Abbiamo iniziato con Vertigine che è contemporaneo alla rapina di via Osoppo (1958) che segnò un nuovo modo di agire dei rapinatori, per la prima volta nella storia milanese. In Giuditta (“Non mi dire chi sei”) c’è una coincidenza di tempi con la morte di Marilyn Monroe e con le prime pietre del Muro di Berlino, totalmente sottovalutato all’epoca in brevi pezzi sui quotidiani, nessuno ne aveva colto l’impatto. “Cinemascope” invece è contemporaneo all’omicidio di John Kennedy, “Juke Box” con il Golpe Borghese, “Macerie” con l’ultima volta che la prima della Scala si tenne il 26 dicembre e “Mannequin” con la presenza dei Beatles a Milano.

Solo in due casi il fatto di cronaca ha un impatto diretto sulla vicenda: in “Juke Box”, dove Marlon contribuisce a far fallire il Golpe e in “Macerie”, dove la scena madre è ambientata proprio durante la Prima della Scala, all’interno dello stesso teatro. In scena un femminicida, Otello, e dietro le quinte il regolamento di conti tra Marlon e un proto-serial killer di prostitute. In generale non ci interessa che la vicenda di cronaca si intrecci in maniera precisa alla storia romanzesca, ma che, come informazione, plani sui nostri protagonisti, che, in diretta, reagiranno a modo loro alla notizia. Tutto questo fa parte del tentativo di ricreare un’epoca, un’emozione, una sensazione.

A questo ci aiutano le notizie riportare sui giornali di allora e le musiche che entrano sempre nei nostri romanzi come se ci fosse una radio accesa che trasmettesse in continuazione le canzoni che, volando fuori dalle finestre aperte, o dalle radio accese nei bar, arrivino anche alle orecchie dei nostri personaggi.

TL: Parlateci di due luoghi emblematici citati nel romanzo, e cioè il vecchio mercato ortofrutticolo (ed il fortino di Radetzky), la meravigliosa casa in Via Passione dove muore Egle. Leggere di quei luoghi trasmette al lettore la nostalgia degli anni ’60: l’avete vissuta anche voi scrivendo “Mannequin”?

GM: Sai, più che la nostalgia, l’hybris che ci possiede è quella di restaurare la memoria, non lasciarla deperire, non permettere che i colori sbiadiscano, che gli affreschi si stacchino dal muro, che l’opera venga messa a rischio di scomparsa.

Abbiamo voluto parlare di questa epoca anche perché, in genere, è trascurata dai romanzi attuali che pescano tutti nel presente o in un passato più remoto. Ad esempio, è facile trovare anche adesso libri che parlano della Seconda Guerra Mondiale che degli anni Cinquanta. Quindi facciamo un lavoro da restauratori, armati di pennellini e di piccoli scalpelli per graffiare le intemperie del tempo.

Il fortino di Radetzky, di cui posseggo una foto, era costruito nello spazio che, in seguito è stato occupato per qualche decennio, dall’Ortomercato e attualmente dal Parco Marinai d’Italia. Unici residui dell’epoca dell’Ortomercato, la Palazzina Liberty, ex “covo” di Dario Fo, e un cedro del Libano che non so dire quanto sia antico e se ci fosse già al tempo di Radetzky.

Fatto sta che la guarnigione austriaca, cacciata da Milano durante le cinque giornate, avesse sede lì. Ed ecco spiegato il nome di Porta Vittoria, ex Porta Tosa, quando ancora era ornata dal bassorilievo della moglie di Barbarossa che si “tosava” i peli del pube. Il bassorilievo ora è custodito al Castello Sforzesco e ha lasciato il posto all’obelisco delle Cinque Giornate, ai cui piedi sonnecchia il Leone Borleo, “el por Borleo”, con un’aria così afflitta che fa a gara con quella del cavallo del generale Missori. La casa di via Passione, dove avrebbe sede la White Eagle di Egle Bianchetti, ce la siamo completamente inventata. Ma la via è così bella e così magnificamente chiusa dalla prospettiva di Santa Maria della Passione che ci sembrava un peccato non ambientarci qualcosa. Nel prossimo libro esploreremo la zona tra via Torino e Corso Magenta, la vecchia Milano.

TL: Prima di lasciarci, quale messaggio o augurio vorreste inviare ai lettori di Thriller life?

GM: L’augurio è di trovare sempre un buon libro da leggere, ogni volta che ne abbiate bisogno e spero che ne abbiate bisogno spesso. I libri ci consentono di vivere non solo le nostre vite, ma anche quelle degli altri, in un certo senso rendendoci eterni. E, se leggete gialli, diffidate dai titoli banali: chi non ha fantasia per trovare un titolo, non ne avrà neanche per scrivere una storia coinvolgente. Grazie della piacevole chiacchierata e a presto con nuovi romanzi.

Giorgio ed Erica

Thriller Life ringrazia Erica Arosio e Giorgio Maimone per la gentilezza.

a cura di Federica, Rosaria e Claudia