Andrea Vitali

 Andrea Vitali nasce a Bellano, piccolo comune in provincia di Lecco, sulla sponda orientale di  “quel ramo del lago di Como”,  nel Febbraio del 1956. 

Il sogno di diventare giornalista non collima con le ambizioni del padre, che lo porteranno a laurearsi in medicina ed esercitare la professione di medico di base nel suo paese natale fino al 2014, anno in cui decide di dedicarsi solo alla letteratura. La sua vita trascorre a Bellano, dove vive con moglie e figlio, piccolo microcosmo umano da cui prende ispirazione per ogni sua opera. “Nelle mie storie racconto sempre lo stesso paesaggio di provincia perché il mio universo è tutto qui, in questo braccio di terra e di acqua. Lo amo e lo posso narrare perché lo conosco. Ne so gli umori, i respiri, la forza e la caducità”  le sue parole riportate sul giornale Panorama. 

Il suo esordio letterario lo vedrà vincitore del Premio Montblanc per il romanzo giovane nel 1990 e da allora i riconoscimenti prestigiosi si sono susseguiti fino a portarlo alla finale del Premio Strega e al Campiello nel 2009 con il romanzo – Almeno il cappello. Unanime l’apprezzamento di pubblico e critica.

Scrittore prolifico, oltre 70 le opere pubblicate dal suo esordio, viene tradotto in vari Paesi e ogni sua uscita viene accolta con entusiasmo da un folto numero di lettori affezionati.

 Eleganza e raffinata ironia la cifra stilistica dello stile vitaliano, tra le sue pagine ripercorriamo la storia dell’Italia, quella della commedia in bianco e nero, dove si rideva ma in modo intelligente. 

“ Quando esce un suo nuovo libro è come ritrovare un vecchio amico, uno di quelli che non puoi fare a meno di abbracciare e poi invitare a bere un bicchiere, magari in una di quelle piccole osterie che assieme al profumo di vino e salumi hanno mantenuto intatta l’atmosfera di un tempo, quando la vita era più semplice e meno frenetica. “  questo l’incipit della nostra recensione al romanzo Sono mancato all’affetto dei miei cari che puoi leggere Qui

Andrea Vitali ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

1. Un autore non andrebbe mai misurato per la quantità delle opere pubblicate, ma nel tuo caso voglio fare un’eccezione e chiederti: come sei riuscito in tutto questo tempo a coniugare quantità e qualità?

Semplicemente scrivendo, tanto o poco, tutti i giorni e grazie al fatto che cose da raccontare non mi sono mai mancate. Quindi posso dirmi fortunato poiché quest’ultimo fatto si è unito alla passione che ho sempre avuto verso la scrittura, non disgiunta dalla lettura, anch’essa quotidiana, che mi ha insegnato, mi insegna e mi insegnerà a migliorare il lessico. Da cui quel risultato che è definito qualità e che peraltro spetta ad altri verificare.

2. Il protagonista del tuo nuovo romanzo sembra vinto in partenza, incapace nonostante tutti i suoi sforzi di dare agli eventi la direzione che vorrebbe. Durante la lettura ho pensato che fosse la metafora di come il passato con tutte le sue tradizioni, specie quelle familiari, sia indifeso rispetto all’avanzata del futuro e alle suggestione che è in grado di esercitare sui più giovani. È così?

Assolutamente sì. Il protagonista della storia, volutamente anonimo, è uomo d’altri tempi, anche se non troppo lontani. Peraltro interpreta un passaggio fondamentale, è il discrimine tra generazioni che si differenziano per codici educativi e, direi, anche un certo modo di interpretare la vita. Io come tanti vengo da un costume abbastanza simile a quello che ha formato il protagonista della storia e ho verificato come certi codici comportamentali, certi approcci alla vita e al futuro non appartengono più alle generazioni più recenti. Non c’è critica ovviamente, solo la constatazione che le cose cambiano e ci si deve adattare se non si vuole restare al palo, fuori gioco insomma. 

3. Naturalmente il libro è anche una critica nei confronti di un sistema di valori che un tempo era basato esclusivamente sui voleri del capo famiglia, una figura che nel romanzo sembra giunta al termine della propria storia culturale. Come già accaduto nelle tue opere precedenti, anche stavolta l’ambientazione è quella della provincia, quasi fosse una sorta di coprotagonista con tutto il suo microcosmo di umanità, abitudini, colori e profumi. Da cosa è dettata questa scelta?

Scelta obbligata vorrei dire, visto che la provincia è stata il mio terreno di cultura e coltura. Circa il primo aspetto, oltre all’indissolubile legame che ho verso la mia terra, debbo molto a quei narratori, italiani perlopiù, che hanno fatto del loro luogo di origine, e spessissimo la provincia, il teatro delle loro opere: Chiara, Bassani, Parise, Piovene, Oreno e avanti con l’elenco che è numerosissimo. Sino ad arrivare, all’inarrivabile Adrea Camilleri. Una provincia che ora è cambiata  diventando per molti suoi aspetti luogo della memoria, lontana anche da me quel giusto per farla diventare un territorio della fantasia sul quale riesco a muovermi con la massima libertà d’azione.

4. “Sono mancato all’affetto dei miei cari” fa sorridere fin dal titolo, un vero e proprio presagio di quanto accadrà di lì a poco al protagonista. È un po’ il tuo marchio di fabbrica quello di scrivere con leggerezza anche di autentiche tragedie. L’Italia è un paese irrimediabilmente da “commedia”? 

Forse non completamente, ma è indubbio che offre molti spaccati che con la commedia vanno a nozze. Credo che tutto ciò derivi dal fatto che uno zoccolo duro di dimensione “ provinciale “ non abbia alcuna intenzione di farsi da parte. Il giorno d’oggi peraltro offre anche prove a carico, guardando per esempio certi talk show che, se ci fosse ancora Alberto Sordi…

5. Una cosa che mi colpisce sempre è l’enorme verosimiglianza delle ambientazioni, ma anche dei dialoghi, con quell’uso divertentissimo di espressioni gergali e dialettali, magari oggi desuete ma che in un libro come questo tornano a vivere. Questo significa che prima di scrivere un romanzo dedichi molto tempo alla ricerca storica? 

Ambientazioni, dialoghi, espressioni gergali: sono tutte cose che mi appartengono o appartengono al luogo dove sono nato e vivo. In questo caso non ho bisogno di alcuna ricerca, a volte basta passare un’oretta al caffè per recuperare materiale da inserire in una storia. La ricerca vera pertiene invece alle storie che hanno un’ambientazione legata a anni che per questione anagrafica non ho vissuto. Ma in ciò mi aiuta la passione che ho sempre avuto per il novecento, la curiosità verso i fatti della politica, del costume, delle arti che hanno contraddistinto un secolo in cui si sono rincorsi eventi diversissimi a una velocità sorprendente.

6. Uno dei temi di “Sono mancato all’affetto dei miei cari” mi sembra essere lo scontro generazionale tra il protagonista e i figli, scapestrati e inconcludenti magari ma comunque animati dalla voglia di andare oltre i confini imposti dal padre famiglia. Pensi sia un tema attuale ancora oggi? 

Non credo,  perlomeno non lo credo per quanto riguarda la mia esperienza personale. Oggidì molta parte della gioventù rivela a una età precoce una maturità ben diversa rispetto ad anni passati. Ne ho un esempio in casa, mio figlio col quale mi confronto pensando a quando io avevo i suoi diciotto, venti, venticinque anni: la libertà d’azione e di comunicazione di cui lui, come tanti altri, gode, ne ha fatto un individuo con le idee chiare sul presente e sul futuro: idee solide, ragionate, alle quali non si può che dare il placet.

7. Mi ha colpito la tua capacità di scrivere una storia per certi versi assai complessa, ricca di episodi e personaggi, in un numero di pagine contenuto. Dal mio punto di vista è un autentico talento. La sinteticità è voluta o è semplicemente la trama a dettare lo spazio di cui ha bisogno per essere raccontata? 

Usando con parsimonia parole, verbi, aggettivi soprattutto, permette di raccontare tanto, non ti concede distrazioni, e non le concede, mantiene alto il ritmo della storia. Anche in questo caso è una lezione che si apprende via via leggendo molto e, ancora, i narratori italiani sono stati e spesso sono ancora maestri in questo senso: ne voglio indicare uno che li riassume tutti, Leonardo Sciascia. 

8. La pandemia sembra essere passata, almeno nella sua fase peggiore. In che modo quanto vissuto in prima persona ha modificato, se lo ha fatto, il tuo modo di scrivere? 

Ho vissuto la pandemia tornando per un certo periodo a fare il medico essendosi verificate le condizioni per dare una mano a colleghi o persone in difficoltà. Ciò non ha modificato il mio approccio generale alla scrittura, semmai mi ha dato il destro di scrivere alcuni racconti suggestionati da quel tempo che pareva sospeso in occasione del confinamento stretto. Mi rendo conto però di non essere stato del tutto sincero perché la parte finale di “ La gita in barchetta “ ( Ed. Garzanti ) è stata ripensato proprio durante quel periodo e ha trovato uno sbocco che da anni mi sfuggiva.

9. Se dovessi indicare tre parole che ti rappresentano, quali sarebbero?

 Nostalgia, che per me ha un segno positivo. Terra, poiché mi piace tenere i piedi saldamente attaccati a essa. Ironia, attitudine frutto di un’imperitura auto ironia.

10. Se dovessi scegliere tre cose di cui non potresti mai fare a meno, ovviamente escludendo la scrittura, quali sarebbero? 

Famiglia, lettura, lago.

11. Prima di salutarci e anzi, proprio per inaugurare un saluto di eccezione, che messaggio o augurio ti piacerebbe lasciare ai nostri lettori?  

Tra le tante manifestazioni di affetto l’abbraccio, per me, è la più emozionante. Mi auguro che ciascuno di loro abbia sempre qualcuno da stringere, avvertendo la profonda bellezza di un simile contatto.

ThrillerLife ringrazia Andrea Vitali

a cura di Patty Pici e Andrea Martina

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