Andrea Vitali: Sono mancato all’affetto dei miei cari

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Provincia lombarda, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del secolo scorso. Un padre tutto casa e lavoro ripercorre la storia del proprio rapporto con i figli, che non sono venuti esattamente come si aspettava. L’Alice, maestrina frustrata, malinconica e sognante, che rimpiange di non essere andata all’università – manco studiare servisse – ed è incapace di fare l’unica cosa che una donna deve saper fare: la moglie. L’Alberto, che i libri, bisogna rendergliene merito, li ha tenuti a debita distanza, ma in compenso si rivela un ingrato. Infine l’Ercolino, che apre bocca solo per mangiare voracemente, anche se è magro quanto un chiodo; e, pensa tu, a scuola pare sia un genio. Insomma, un disastro, cui si aggiunge una moglie pronta in ogni occasione a difendere quei tre disgraziati. Troppo, davvero troppo, anche per un uomo di ferro come lui.

RECENSIONE

Gli appuntamenti con Andrea Vitali sono piuttosto regolari, almeno uno o due volte all’anno. Quando esce un suo nuovo libro è come ritrovare un vecchio amico, uno di quelli che non puoi fare a meno di abbracciare e poi invitare a bere un bicchiere, magari in una di quelle piccole osterie che assieme al profumo di vino e salumi hanno mantenuto intatta l’atmosfera di un tempo, quando la vita era più semplice e meno frenetica. Andrea ha sempre una nuova storia da raccontarti e tu non vedi l’ora di conoscere i personaggi, i fatti e le imprevedibili vicende che ti terranno col fiato sospeso, mentre cerchi di trattenere una risata, perché in fondo si tratta sempre di avventure grottesche e tragicomiche.

Leggo Andrea Vitali da molto tempo e se c’è una cosa che apprezzo del suo modo di scrivere è la capacità di raccontare una storia in un numero contenuto di pagine. È il talento di chi sa usare la penna utilizzando il numero giusto di parole, non una di più, non una di meno, secondo una misura sempre perfetta che è poi la più alta forma di rispetto che uno scrittore può riconoscere per il proprio lettore, al quale andrebbe sempre evitata l’ingiustificata profusione di dettagli superflui e ridondanti.

Di questa capacità di sintesi che gli scrittori dovrebbero sempre avere ne ha parlato tempo fa anche il compianto Valerio Evangelisti, che amava sottolineare come una buona storia non ha bisogno di un diluvio di carta e inchiostro per essere affascinante, divertente e ricca di contenuti. Ecco perché amo Andrea Vitali. O almeno questa è una delle ragioni. Ne potrei elencare molte altre, le stesse che ho ritrovato anche nel suo nuovo romanzo, Sono mancato all’affetto dei miei cari, pubblicato da Einaudi nella collana Stile Libero BIG.

Chi approda su Thriller Life è assai probabile che sia in cerca di un giallo, una storia fitta di misteri e delitti inquietanti. Ma è bene avvisare fin da subito che il nuovo romanzo di Andrea Vitali è qualcosa di completamente diverso. Consideratelo pure una boccata d’aria fresca, un modo per ossigenare la mente e liberarla almeno per un po’ dallo sgradevole olezzo di sangue e violenza.

Con Andrea Vitali si ride, come si faceva una volta con certe commedie del cinema italiano, quei vecchi film in bianco e nero dove i grandi attori di un tempo erano capaci di dare il proprio volto a quella piccola umanità di provincia, così simile ai barchini sballottati qua e là dalle onde e sempre sul punto di colare a picco. Se poi il mare in questione è una famiglia talmente disgraziata che c’è da chiedersi come se ne possano sopportare le infinite vessazioni, allora la commedia è destinata a trasformarsi anche in tragedia, di quelle che però non fanno rinunciare al sorriso.

È quello che accade al protagonista del romanzo, l’orgoglioso proprietario di una ferramenta, il posto nel quale ha riversato tutti i sacrifici di una vita e le aspettative per il futuro da consegnare ai figli, due maschi e una femmina. Saranno proprio loro a dargli del filo da torcere, stravolgendo i suoi piani e corrodendo lentamente la sua capacità di sopportazione, in attesa di quei tempi migliori che da limpida speranza si trasformano progressivamente in un autentico incubo. Perché tra le paturnie di una figlia che vorrebbe fare l’insegnante ma che poi si ritrova intrappolata in un matrimonio sbagliato, le sbandate di un figlio che tutto vorrebbe essere fuorché l’erede del padre e il più piccolo dei tre ossessionato dai libri ma incapace di delineare il proprio avvenire, ecco che il protagonista del romanzo assume sempre di più la fisionomia della vittima senza possibilità di requie, una figura che avrebbe tutti i crismi per essere tragica, ma che Andrea Vitali trasforma con la sua proverbiale ironia in una maschera di comicità.

La vicenda è narrata dal protagonista che resta per tutto il tempo senza nome, quasi non lo meritasse, destinato com’è ad essere in balia degli eventi, mai fautore del proprio destino. Lo fa in prima persona e senza l’utilizzo dei dialoghi, quasi fosse un racconto orale, una confessione o forse solo lo sfogo di chi non ne può più ed è giunto alla conclusione che l’unica cosa che gli resta è spiegare per filo e per segno come sono andate le cose, quasi a voler dire: “Ecco, io ce l’ho messa tutta ma alla fine sono mancato all’affetto dei miei cari”, titolo dalla doppia valenza che nasconde in sé l’ironia di fondo che pervade l’intero romanzo.

La storia è ambientata tra gli anni Settanta e Ottanta, un’epoca di grandi trasformazioni sociali e culturali, altro tema portante del libro, i cui effetti si riverberano anche sull’esistenza di un piccolo commerciante che in fondo non vorrebbe altro che portare avanti la propria esistenza, senza che il mondo gli dia troppo fastidio, cosa che invece puntualmente accade, guastandone i piani e gettandolo nello sconforto.

Si potrebbe dire una piccola storia, che tuttavia si fa grande se la si osserva dal punto di vista del protagonista, un padre di famiglia che lotta quotidianamente per far quadrare i conti e per garantire che nulla manchi ai propri cari. Un uomo d’altri tempi, che guarda con sospetto all’imminente futuro di cui tuttavia pensa di saperne riconoscerne le insidie, sebbene alla fine nemmeno lui sia in grado di vincere quando la posta in ballo è il desiderio dei più giovani di intraprendere la propria strada, anche al prezzo di commettere quelli che per lui non sono altro che errori madornali.

Tagliente, sagace, estremamente leggibile. Si potrebbero dire tante cose sullo stile di Andrea Vitali e ogni volta resterebbe qualcosa di non detto, come se tra le parole che danno vita alle sue storie ci fossero sempre altri piani di lettura da scovare e nuove vicende di cui ridere, con la certezza che alla fine avremo parteggiato per il protagonista, nonostante la sua disfatta sia inevitabile.

Una storia da leggere tutta d’un fiato, una commedia amara che corre veloce verso un disastro annunciato, ricca di svolte inaspettate, di sorprendenti rivelazioni e scene degne della più alta commedia all’italiana, narrata con lo stile unico di un autentico maestro della nostra letteratura, uno di quelli che se non ci fosse bisognerebbe davvero inventarlo.

Editore: Einaudi
Pagine: 176
Anno pubblicazione: 2022

AUTORE

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all’Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L’ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vista lago (Premio Grinzane 2004). Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway.

Andrea Vitali: Sono mancato all’affetto dei miei cari
Concludendo
Una commedia all’italiana, la tragica (ma anche comica) esistenza di un uomo che voleva solo gestire una ferramenta.
Pro
La perfetta misura della storia.
Contro
Nessuno.
4.5
Irresistibile
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