è così che si uccide

Mirko Zilahy è un autore romano che delle contraddizioni, della magia e della bellezza misteriosa della sua città ha fatto lo scenario della trilogia sul Commissario Mancini, che ha appassionato i suoi lettori.

Il suo esordio porta il nome di È così che si uccide, pubblicato nel 2016 da Longanesi, a cui han fatto seguito La forma del buio e Così crudele è la fine.

Mirko non è solo un brillante autore. Ha insegnato lingua e letteratura italiana presso il celebre Trinity College di Dublino dove ha conseguito il più alto titolo accademico, il PhD.

Il suo percorso e la sua generosità letteraria ne fanno un autore di grandissimo livello.

E di grandissimo livello infatti è il suo ultimo libro L’uomo del Bosco, un libro appassionante e ipnotico, costruito nei minimi dettagli ma incredibilmente scorrevole, un viaggio in cui nulla è lasciato al caso e ogni personaggio è pieno di storie da raccontare. E come tutti i viaggi non si può che goderlo in ogni immagine che offre al lettore.

Mirko ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Nel romanzo utilizzi diverse chiavi che sollecitano interrogativi sull’interconnessione della materia visibile e invisibile, dell’energia che attraversa e nutre la terra e tutto quello che la abita. Noi, l’umanità, incisi e scavati da queste connessioni intangibili che ci segnano, nel bene e nel male, di generazione in generazione.

È la tua visione del cosmo?

L’emozione più bella e profonda che l’uomo possa trovare è il senso del mistero, che è dove si trova il nucleo di ogni arte, il seme di ogni vera scienza. Lo ha detto Einstein mettendo insieme queste due metà dell’universo.

Mi sembra che negli ultimi anni arte e scienza stiano percorrendo strade differenti con linguaggi differenti, come sempre, a partire però dalla stessa grande domanda iniziale, un grande Punto Interrogativo che muove ogni singola particella, visibile e invisibile (per ora), nel cuore del Pianeta, del petto di ciascuno e tra gli spazi siderali: il Mistero.

Liam è ossessionato dall’energia che muove il cuore della terra. E i personaggi del libro, ognuno a suo modo, sono alla ricerca del nucleo di se stessi, di quello che li muove, di chi sono e dei fantasmi che si portano dentro.  La domanda più difficile a cui rispondere. Chi siamo?

Siamo la sintesi tra le tre grandi anime, le tre grandi domande, del romanzo.

Io immagino che l’energia “che move il sole e le altre stelle” sia un vento cosmico, una lunga scia sonora (gli astrofisici hanno scoperto da poco il rumore di fondo dell’universo), una lugubre e amorevole voce siderale che metaforicamente è quella che ci muove dall’interno, che fa rotolare questa palla che chiamiamo Terra e che rappresenta la memoria delle voci dei nostri cari, il loro lascito.

La scelta di Civita di Bagnoreggio è perfetta per questo tipo di libro e di storia. Cosa ti ha affascinato di questo luogo? E’ stato un incontro casuale o frutto di una ricerca?

Ho passato un weekend nel 2017 a Civita e appena l’ho vista dal lungo ponte di cemento che la divide dalla “terra ferma” ho sentito il famoso click.

Quella rocca immersa in un mare tempestoso di argilla e di calcare è stata una rivelazione. Qualcosa che si trova tra il castello di Dracula, quello della Disney e la desolazione dei grandi spazi aperti dei western di Leone. Insomma, mi trovavo fisicamente di fronte all’Altrove.

Civita di Bagnoregio è un luogo ulteriore, un altrove perfetto per raccontare una storia fantasy, gotica, storica e persino thriller, se il thriller è psico-geologico come “L’uomo del bosco”.

Nell’ultima parte del romanzo una citazione di C. G. Jung, psicoterapeuta e profondo studioso dei sogni, che vede come chiave autentica dell’inconscio e come finestra sulla psiche individuale e collettiva. Ancora legami, ancora interconnessioni, come quelle che rappresenti magistralmente attraverso l’analogia del viaggio nella profondità della terra e in quella dell’animo umano. 

Che viaggio Mirko scrittore sta facendo compiere a Mirko uomo?

Questa è la domanda delle domande. Alla mia veneranda età le due linee si configurano come un binario, direi che l’umano e il letterario a questa altezza si stanno fondendo. A volte guida l’uno a volte l’altro, altre ancora prevale questo smarginamento tra il mondo immaginato e scritto e quello cosiddetto “reale”.

Vediamo dove porta questa lunga trasformazione. 

Leggendo L’uomo del bosco, un libro importante e complesso, si nota un imponente lavoro di studio e di documentazione, che conquista il lettore a poco a poco ma che lo tiene inchiodato all’evoluzione di una storia  i cui pezzi si incastrano come in un puzzle. 

Quale impressione volevi suscitare nei lettori? 

Nelle mie intenzioni “L’uomo del bosco” è il mio romanzo più ambizioso, è un omaggio ai generi e ai sottogeneri con thriller, noir, action, soprannaturale alla King, psicoanalitico e geologico. L’idea che si possa montare un romanzo fatto di sotto-romanzi collegati tra loro è complessa e divertente. È un po’ come avere una scacchiera e giocarci a scacchi, a dama, a tris, ecc. In fondo il romanzo, la letteratura tutta è un enorme gioco dell’irrealtà.

Se dovessi indicare tre parole che ti rappresentano, quali sarebbero?

Te ne dico tre che non mi rappresentano: sereno, calmo, risolto

Se dovessi scegliere tre cose di cui non potresti mai fare a meno, ovviamente escludendo la scrittura, quali sarebbero?

La mia famiglia, il buon cibo e i viaggi. Delle prime due ho fatto il pieno ultimamente .-) Mi manca un bel po’ partire, mi manca l’apertura mentale che ti dà passare da un posto all’altro durante un tour, la sensazione del caos di gente, emozioni, eventi da festival.

Prima di salutarci e anzi, proprio per inaugurare un saluto di eccezione, che messaggio o augurio ti piacerebbe lasciare ai nostri lettori?

L’editoria in questi due anni di vuoto siderale e buio interiore è cresciuta tantissimo, si stanno riscoprendo i libri come beni rifugio… dell’anima.

Leggiamo perché se già il mondo reale non ci bastava figuriamoci questo ridotto alle due dimensioni degli schermi in cui tuffiamo l’anima.

ThrillerLife ringrazia Mirko Zilahy

a cura di Alessandra Panzini

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