Gigi Paoli, classe 1971, è un giornalista, caposervizio del quotidiano “La Nazione” di Firenze di cui ha curato, per oltre 15 anni, la cronaca giudiziaria. Lettore compulsivo di gialli fin da teenager, la sua passione lo ha portato nel 2016 a cimentarsi finalmente nel genere come autore, con grande successo. 

Il suo esordio avviene con il rumore della pioggia, in cui incontriamo per la prima volta il reporter di cronaca giudiziaria Carlo Alberto Marchi, personaggio a cui è facile appassionarsi e che abbiamo seguito poi ne il respiro delle anime (2017), la fragilità degli angeli (2018), il giorno del sacrificio (2021)  . 

Nel filone di suspense e ritmo incalzante che caratterizza tutti i romanzi dell’autore, il cronista Marchi ci accompagna nelle indagini che ruotano intorno ad una serie di omicidi che funestano la città di Firenze, e che hanno come sfondo l’inquietante e avveniristico Palazzo di Giustizia. 

Oscurità, fascinazione, tensione e mistero, le chiavi imperdibili e appassionanti anche del suo ultimo romanzo Diritto di sangue, pubblicato come i precedenti per i tipi di Giunti e la cui recensione potete leggere QUI.

Gigi ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Per chi ancora non conoscesse il protagonista del romanzo e non avesse letto i libri precedenti, vuoi dirci chi è Carlo Alberto Marchi?

E’ un giornalista di cronaca giudiziaria del quotidiano più antico di Firenze, Il Nuovo, ed è anche e soprattutto un padre single, cresce da solo la figlia teenager Donata con tutti i problemi di un lavoro totalizzante che si scontra con le esigenze sempre crescenti della figlia. 

Al giornale ha un ottimo rapporto con il suo compagno di Banco, il collega della cronaca nera Alessandro Della Robbia detto l’Artista, e abbastanza buono con il suo capocronista Andrea Lorenzoni che lo difende dalle frequenti ire del Direttore che non apprezza la sua tendenza all’insubordinazione. 

Ha una fidanzata, Olga, avvocato penalista, con la quale il rapporto è un po’ ondivago ma resiste

Leggendo “Diritto di Sangue” si ha la netta sensazione di leggere una storia di cronaca. Quanto è importante per te raccontare il vero in un thriller che è comunque il risultato della fantasia dell’autore?

Fondamentale, cerco di usare tutta la mia esperienza di cronista di giudiziaria per quindici anni a La Nazione. Conosco le dinamiche investigative, ho avuto la fortuna di conoscere tanti magistrati, avvocati ed esponenti delle forze dell’ordine e la credibilità è un elemento chiave. Troppe volte capita di leggere libri o vedere dei film dove vengono descritte delle dinamiche impossibili nella realtà, ma il lettore merita rispetto. 

E penso sia giusto ancorarsi quanto più possibile alla realtà

Il romanzo inizia con un evento drammatico che produce ferite fisiche ed emotive nel protagonista. In questo modo Marchi non è più il classico investigatore tutto d’un pezzo ma acquisisce una fragilità che lo rende ancora più umano. Era questa la tua intenzione?

Certo, anche perché Marchi non è un investigatore, è un osservatore della realtà, un giornalista che cerca di scoprire la verità solo per pubblicarla sul suo giornale e informare i suoi lettori. 

Marchi è un uomo normale che, per i casi della vita e per il suo lavoro, si trova ad affrontare certe situazioni. Ma non è un investigatore, non può esserlo; avessi creato un giornalista-investigatore mi avrebbero riso dietro i giornalisti, gli investigatori e anche i lettori stessi, presumo

La ricerca della verità è un altro tema portante del romanzo e in questo caso è qualcosa che appartiene anche alla storia recente dell’Italia. Senza svelare troppo della trama, puoi dirci se ti sei basato su documenti ufficiali o su figure realmente esistite?

Certo, in tutti i miei libri racconto eventi reali. 

Ad esempio, Il rumore della pioggia, il mio primo libro, si rifà a un delitto irrisolto realmente accaduto a Firenze. La realtà è sempre meglio, o peggio, di qualsiasi fiction. E il lettore se ne accorge eccome se racconti qualcosa di vero o di inventato e che soprattutto non conosci

Hai scelto di chiamare il Tribunale di Firenze con un appellativo suggestivo e per certi versi anche moderno: Gotham. Pensi che il mondo della giustizia sia oscuro come la città di Batman?

Assolutamente sì. Non credo che la giustizia sia uguale per tutti, come c’è scritto nelle aule dei tribunali. Ho visto troppe cose nei miei anni di frequentazione del Palazzo di giustizia di Firenze, Gotham appunto, per mantenere questa idea romantica. 

La giustizia è come la medicina: solo i malati sono convinti che sia una scienza esatta. Lo stesso vale per chi entra in quell’ingranaggio che a volte può essere infernale, non solo salvifico

Probabilmente questa è una domanda che ti hanno fatto mille volte: quanto c’è di te in Marchi? Ed è difficile separare se stessi dalla propria creatura letteraria?

Beh, molto. Ma dico sempre che se fossi stato Margherita Hack avrei provato a scrivere un libro con protagonista un’astrofisica. ripeto: bisogna scrivere di quel che si sa, perché la sincerità di quel che scrive traspare fra le parole. 

Io sono un giornalista, sono un padre che ha cresciuto da solo una figlia: scrivo di quel che conosco, nel bene e nel male. E penso che i lettori se ne accorgano. Poi, però, Marchi è Marchi e Paoli è Paoli. 

Io per esempio sono molto più fortunato di lui con la fidanzata, anche se pure la mia, come la sua, fa l’avvocato

Per un giornalista è “pericoloso” darsi alla letteratura di evasione? Si rischia di perdere credibilità agli occhi dei colleghi o magari di generare qualche invidia di troppo?

Non credo, anzi, 

Quello che mi fa molto piacere è che proprio fra i miei colleghi, non solo del mio ma anche degli altri giornali, i miei libri sono molto apprezzati. Anche perché io non faccio sconti alla mia categoria e anzi ne racconto tutte le storture, dico la verità sui problemi del giornalismo e questo è gradito. 

Pericoloso? Non direi. Io faccio sempre l’esempio di Michael Connelly, il mio autore preferito assieme a Don Winslow: prima di diventare scrittore, Connelly era un cronista di nera del Los Angeles Times.  Per me è un esempio, anche di scrittura: usare cioè la tecnica giornalistica nei romanzi per me è una scelta vincente

Anche se appartiene ad una vera e propria serie, questo romanzo può essere letto indipendentemente dagli altri. Per un autore la serialità è un vantaggio o un limite?

La serialità è difficile. Perché il lettore vuole sì ritrovare i personaggi che ama ma non vuole nemmeno annoiarsi con ripetizioni. 

E’ come in cucina: bisogna dosare attentamente gli ingredienti sennò viene fuori un pasticcio. A me però piace raccontare l’evoluzione dei miei personaggi, non ne vedo un limite. E comunque i limiti son fatti per essere superati

Se dovessi indicare tre parole che ti rappresentano, quali sarebbero?

Ironico, idealista, buono

Se dovessi scegliere tre cose di cui non potresti mai fare a meno, ovviamente escludendo la scrittura, quali sarebbero?

L’amore, la salute e i miei libri

Prima di salutarci e anzi, proprio per inaugurare un saluto di eccezione, che messaggio o augurio ti piacerebbe lasciare ai nostri lettori?

Che leggano, sempre. E che diano l’esempio, invogliando alla lettura i propri figli, come ho fatto io con la mia fin da piccola. 

Perché, come diceva Cicerone, una casa senza libri è come una stanza senza finestre

ThrillerLife ringrazia Gigi Paoli

a cura di Andrea Martina e Alessandra Panzini

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