Il Ratto
RECENSIONE DI: Emanuela Di Novo
TRAMA:
Incontri assurdi, oggetti malvagi, appuntamenti a cui si presentano i morti in persona, incantesimi, innumerevoli insidie, pericoli in ogni istante della vita: nei racconti di questa antologia vi sono tutti segni tangibili ed evidenti della fragilità del mondo quotidiano, su cui regna, come dominatrice assoluta e incontrastata, la paura. Una paura pura e cristallina, i cui colpi incessanti non lasciano mai tregua.
Soprattutto quando a narrarla è Thomas Owen, uno dei maestri assoluti del fantastico francofono, in grado di evocare le situazioni più semplici e di spogliarle del tempo e dello spazio sino a far loro assumere un connotato tanto essenziale e universale, quanto straniante.
RECENSIONE:
Cyril Kavarnaliev, per tutti Kavar il ratto, trascorre i pomeriggi seduto davanti al muro scrostato di una conceria. Nelle macchie di umido vede leoni alati, streghe, impiccati. È un vecchio orologiaio che da giovane preferiva costruire serrature segrete e meccanismi ingegnosi e che da vent’anni lavora al proprio capolavoro: una bambola-salvadanaio con il viso di porcellana e il corpo di pelle di maialino, destinata a suonare una melodia composta da lui soltanto nel momento in cui conterrà cento monete.
Quelle cento monete, però, non è mai riuscito a raccoglierle.
Ha un padrone di casa che lo considera un fannullone, un vicino che sembra trarre piacere dalle sue disgrazie e un figlio che passa a trovarlo soprattutto per rubargli qualcosa. Da questo piccolo universo di miseria, ostinazione e fantasia nasce il racconto che dà il titolo a Kavar il ratto, quarta raccolta di Thomas Owen pubblicata in Italia da Agenzia Alcatraz nella collana Bizarre.
Kavar è uno dei personaggi che raccontano meglio il modo in cui Owen costruisce il fantastico. È un uomo che guarda il mondo attraverso ciò che potrebbe essere, più che attraverso ciò che è. Perfino il mestiere di orologiaio gli sembra troppo prevedibile.
“Gli orologi e le pendole, bisogna ben dirlo, sono di un’insulsaggine indicibile. Girano in tondo senza posa, eternamente, senza fantasia, come un animale in gabbia. Un orologio non ha mai cavato un occhio a nessuno. Ma una buona serratura a molla, un catenaccio a coda, uno scrigno per pistole, buon Dio, quelli sì che erano meccanismi degni di nota.”
Nei suoi racconti, Thomas Owen parte quasi sempre da situazioni ordinarie: una cena, un ballo universitario, una lettera, un viaggio, un castello, uno specchio comprato perché legato al ricordo di una donna amata. Bastano però pochissimi elementi perché qualcosa cominci a stonare. Un braccialetto. Una cicatrice. Un collo stranamente impolverato. Un oggetto che sembra conservare più memoria di quanta dovrebbe.
Il soprannaturale entra così nella realtà senza distruggerla. Owen non costruisce mondi separati dal nostro: lascia filtrare qualcosa attraverso le crepe del quotidiano e permette al dubbio di sopravvivere abbastanza a lungo da rendere l’inquietudine ancora più efficace.
È quello che accade ne Lo specchio, dove un uomo sente il bisogno di ritrovare l’oggetto davanti al quale lui e la sua amante si erano osservati e abbracciati. Vorrebbe recuperare in quella superficie “la traccia, magari, di una presenza e il tepore di un ricordo”, ma negli oggetti di Owen il passato raramente resta soltanto passato.
La morte è infatti il filo più evidente che attraversa la raccolta. Talvolta viene annunciata, talvolta attesa, altre volte assume il volto di qualcuno che dovrebbe essere scomparso. Un capitano trascorre la notte in un castello e si ritrova davanti a uno scheletro minuto, ancora coperto da muffa disseccata e residui fibrosi; un uomo compra lo specchio che custodisce il ricordo dell’amante perduta; un vecchio amico aspetta qualcuno perché lo ha sognato.
Incontri assurdi, oggetti malvagi, incantesimi e morti che continuano a presentarsi agli appuntamenti appartengono però sempre a scenari sufficientemente credibili da rendere l’insolito ancora più destabilizzante.
Forse la chiave di tutto è contenuta in Amanda, perché? quando Owen suggerisce l’esistenza di una realtà che un tempo sarebbe stata accessibile agli uomini e che questi avrebbero progressivamente scelto di ignorare. Solo qualcuno, dotato di una sensibilità diversa, continua a percepire ciò che è stato relegato nell’ombra.
È un’idea che ritorna anche in Ritratto di uno sconosciuto: comprendere ciò che si nasconde dietro la superficie non rappresenta necessariamente un privilegio. Può diventare una condanna. «Gli dei e i demoni che vivono in noi sono assai reali», scrive Nei suoi racconti, il confine tra una creatura soprannaturale e ciò che appartiene alla mente, al desiderio o alla paura rimane spesso volutamente sottile.
Anche i narratori contribuiscono molto all’atmosfera della raccolta. Thomas Owen li osserva con un’ironia asciutta e sottile: uomini spesso convinti della propria intelligenza, sicurezza o capacità di comprendere ciò che accade, e proprio per questo particolarmente vulnerabili quando la realtà comincia a sottrarsi alle loro certezze. Una vanità appena accennata, a volte persino ridicola, che rende ancora più efficace il momento in cui qualcosa sfugge al loro controllo.
Uno dei maggiori punti di forza di Kavar il ratto resta la costruzione dei finali.
Thomas Owen sa aspettare. Lascia che il racconto sembri aver trovato il proprio equilibrio, permette al lettore di formulare una spiegazione e spesso concentra tutto nell’ultima riga. Una parola, una rivelazione, un dettaglio sufficiente a costringere a rileggere mentalmente ciò che è venuto prima.
L’inquietudine nasce proprio da ciò che resta.
Una frase di Pavana per un’infanzia defunta sembra restituire perfettamente l’atmosfera dell’intera raccolta:
“Le strade deserte esalavano un respiro misterioso, come se una vibrazione stesse nascendo dal suolo, dai muri, dal cielo stesso.”
Nei racconti di Owen è il mondo stesso a sembrare sul punto di rivelare qualcosa. Un muro, una casa, uno specchio, una strada conservano la possibilità che dietro ciò che conosciamo esista ancora qualcos’altro.
Kavar il ratto è una raccolta per chi ama il fantastico classico, le storie di fantasmi e quel tipo di inquietudine che preferisce insinuarsi piuttosto che esplodere. Un autore da riscoprire proprio per la capacità di trasformare il quotidiano in una soglia e lasciare che il lettore decida, fino all’ultima riga, cosa abbia davvero visto.
TRADUZIONE: Camilla Scarpa
TITOLO ORIGINALE: Le Rat Kavar et autres histoires de vie et de mort
EDITORE: Agenzia Alcatraz
PAGINE: 192
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2026
AUTORE:

Thomas Owen (Leuven, 22 luglio 1910 – Bruxelles, 2 marzo 2002) è lo pseudonimo più noto dello scrittore Gérald Bertot. Insieme a Jean Ray e Gérard Prévot, fa parte dei grandi autori fantastici della cosiddetta “scuola belga del bizzarro”, di cui è uno degli esponenti più celebri e apprezzati.
Dopo gli studi in giurisprudenza, diventa critico d’arte e in seguito intraprende la carriera di scrittore di romanzi polizieschi. Sono però i suoi racconti che trattano dell’insolito, del sovrannaturale e della paura che gli permettono di raggiungere il favore del grande pubblico e l’attenzione appassionata e fedele degli amanti della letteratura fantastica, genere a cui si dedicherà interamente sviluppando uno stile personale e inconfondibile.