Il caso di Esher di Giovanni Pescio con Intervista

Il caso Esher
Il caso di Esher svela come si pugnala un uomo alle spalle restando invisibili a due testimoni.

Il caso di Esher

Recensione di: Emanuela Di Novo

TRAMA:

Inghilterra, 1931. Nel salotto di una villa a Esher, nel Surrey, John Charlton muore sotto gli occhi di due persone. Un momento prima è lui a puntare un fucile contro uno di loro; un istante dopo crolla, con un coltello nella schiena. Eppure entrambi i testimoni giurano di non aver visto nessun altro nella stanza, né alle spalle della vittima.

Chiamato a indagare, l’ispettore capo di Bow Street Arthur Sinclair dovrà districarsi tra una moglie ambigua, un socio dalle mani sudate, una segretaria eccessivamente devota e un amante che non perde mai la calma. Ogni versione sembra lasciare fuori qualcosa: alibi fragili, presenze a Esher difficili da spiegare e oggetti che non si trovano più al loro posto. Un delitto impossibile. Un giallo classico costruito secondo le regole del fair-play, in cui ogni indizio è sotto gli occhi del lettore.

RECENSIONE:

Il caso di Esher di Giovanni Pescio è un giallo classico che mostra come rispettando le regole del genere un’indagine funzioni sempre.

Siamo nell’Inghilterra del 1931. John Charlton viene trovato morto nella casa di Richard Graves, con un coltello conficcato nella schiena. Il problema è che al momento della sua caduta Graves si trova davanti a lui e un secondo testimone, il capostazione Edmund Bell, osserva la scena attraverso la grande finestra della villa. Nessuno vede un assassino. Nessuno sembra materialmente in grado di averlo colpito.

È il classico delitto impossibile, costruito secondo la tradizione del giallo deduttivo che rimanda immediatamente ad Agatha Christie: un numero limitato di personaggi, segreti, relazioni nascoste e soprattutto un patto di lealtà con il lettore. Gli elementi necessari alla soluzione sono sulla pagina. Il difficile è capire quali meritino davvero attenzione.

L’attenzione ai dettagli diventa fondamentale. La madre di Bell, per esempio, gli ricorda che il compito di un testimone non è stabilire ciò che conta, ma raccontare ciò che ha visto. Ed è esattamente il principio su cui lavora l’intero romanzo: guardare ciò che abbiamo davanti senza lasciarci ingannare dall’interpretazione che ne abbiamo già dato.

Perché gli uomini come quello non cercano solo un colpevole. Cercano il punto in cui una storia smette di tornare.

Arthur Sinclair incarna perfettamente questo metodo. È razionale, paziente, poco interessato alle intuizioni spettacolari. Al suo fianco Wilkes osserva, prende appunti, formula domande. Il loro rapporto funziona proprio per questa complementarità. Quando il sergente gli chiede che cosa faranno, Sinclair risponde che non faranno niente di brillante: torneranno a Londra, terranno stretti i fatti e lasceranno al giorno successivo ciò che ancora deve essere scoperto.

Pescio costruisce inoltre l’enigma quasi geometricamente: ore precise, percorsi, distanze, porte, finestre e posizioni dei corpi acquistano progressivamente significato. Il lettore è continuamente invitato a distinguere tra ciò che un testimone ha realmente visto e ciò che crede di aver visto. Non è un caso che Sinclair osservi che due persone che dichiarano di non aver visto nessuno non equivalgono necessariamente alla prova che nessuno fosse presente.

Attorno al meccanismo investigativo si muove però anche una rete di rapporti personali e interessi economici. Matrimonio, tradimento, denaro e reputazione rendono tutti potenzialmente sospetti. L’amore non è una transazione, dice Charlton: una frase particolarmente significativa in una storia popolata da uomini abituati a quantificare affari, proprietà e vantaggi, ma costretti a confrontarsi con qualcosa che sfugge a quella logica.

La scrittura è lineare, asciutta e molto scorrevole. Scene brevi, dialoghi rapidi e un narratore esterno mobile spostano continuamente l’inquadratura da un personaggio all’altro, creando un vero e proprio montaggio narrativo. Il ritmo rimane sostenuto senza sacrificare la chiarezza dell’intreccio. È curioso, inoltre, sapere che il nucleo de Il caso di Esher nasce da una “caccia all’assassino” ideata da Giovanni Pescio quando aveva circa dodici anni, dopo la lettura di Agatha Christie. A distanza di oltre trentacinque anni, quell’enigma è diventato un romanzo, ma conserva qualcosa dello spirito originario: il piacere di mettere davanti al lettore tutti i pezzi e sfidarlo a sistemarli prima dell’investigatore.

Editore: Leucotea Edizioni

Pagine: 272 pagine

Anno di pubblicazione: 2026

Intervista

Buongiorno cari lettori, il graditissimo ospite del nostro spazio interviste di oggi è Giovanni Pescio, con il suo libro Il caso di Esher (Leucotea edizioni, 2026) letto e recensito dalla nostra Emanuela Di Novo.

THRILLER LIFE: Quali sono i romanzi o gli autori che hanno influenzato maggiormente il tuo modo di scrivere e di costruire le storie?

Giovanni Pescio: Il primo nome è inevitabilmente quello di Agatha Christie, perché è stata l’autrice che mi ha fatto scoprire e amare il genere. Proprio dalla lettura di La sagra del delitto è nata l’idea di organizzare le mie prime «cacce all’assassino». Quello che ho sempre ammirato in Christie è soprattutto la capacità di nascondere gli indizi in piena vista, facendoli apparire come particolari

insignificanti che soltanto alla fine rivelano la loro importanza cruciale. È un aspetto della costruzione del giallo che mi ha sempre affascinato e al quale tengo molto anche quando scrivo. Il secondo nome è sicuramente John Dickson Carr, per il gusto del delitto impossibile e degli enigmi della camera chiusa. Se devo citare un terzo autore, più recente, scelgo Paul Halter, soprattutto per la sua capacità di avvolgere il lettore in un’atmosfera apparentemente soprannaturale, sulla scia di Carr ma forse in maniera ancora più accentuata. Una delle cose che apprezzo maggiormente nei suoi romanzi è proprio il piacere di vedere come ciò che sembrava sfidare ogni spiegazione razionale venga infine ricondotto a una soluzione perfettamente logica.

TL: L’enigma alla base de Il caso di Esher nasce da una “caccia all’assassino” che avevi inventato da ragazzo dopo aver letto Agatha Christie. Ne avevi creati altri? E c’è qualche altro gioco investigativo di allora che potrebbe, prima o poi, trasformarsi in un romanzo?

Giovanni Pescio: Sì, ne avevo ideati una decina. La cosa curiosa è che, insieme ai fogli originali dell’enigma da cui è nato Il caso di Esher, ho recuperato anche quelli di altre tre “cacce all’assassino”. Di queste possiedo le storie iniziali e gli indizi, ma non le soluzioni. E, dopo oltre trentacinque anni, non le ricordo neppure io! È piuttosto divertente ritrovarsi davanti a misteri inventati personalmente e non sapere più come risolverli. Di altri tre enigmi, invece, non ho ritrovato alcun documento, ma ricordavo perfettamente il nucleo centrale. Insomma, delle circa dieci idee di allora, sette sono sopravvissute in qualche forma: quattro sulla carta e tre nella mia memoria.

A uno di questi ultimi enigmi è legato un episodio che ricordo molto bene. Avevo quattordici anni e, dopo averlo proposto agli amici durante l’estate, lo trasformai in un racconto per un compito d’italiano al ginnasio. L’insegnante aveva annunciato che avrebbe letto alla classe il racconto migliore e, con mia grande soddisfazione, scelse proprio il mio.

Cominciò a leggerlo, ma i miei compagni facevano così tanta confusione che, esasperata, interruppe la lettura e iniziò a interrogare i più indisciplinati. Ci rimasi malissimo, sperando che avrebbe ripreso il racconto in un’altra occasione. Purtroppo non accadde mai. Quanto alla possibilità che qualcuna di quelle vecchie cacce all’assassino diventi un romanzo, posso anticipare che forse siamo già andati un po’ oltre le semplici intenzioni…

TL: Uno dei principi del giallo classico è il fair play: il lettore deve avere a disposizione gli stessi elementi dell’investigatore. Quanto è difficile disseminare gli indizi in modo che siano visibili senza rendere evidente la soluzione? Hai creato prima della stesura uno schema da seguire?

Giovanni Pescio: Sì, prima di iniziare la stesura avevo preparato uno schema piuttosto dettagliato, con i personaggi, gli indizi, i movimenti e gli orari. Credo che per un giallo a enigma sia fondamentale avere fin dall’inizio una struttura solida. Naturalmente, però, durante la scrittura il romanzo tende ad acquistare quasi una volontà propria. Nascono situazioni nuove, vengono in mente idee che non erano previste, altre cambiano rispetto al progetto iniziale. È successo anche con Il caso di Esher: alcuni indizi sono nati proprio durante la stesura e questo mi ha costretto a tornare sui capitoli precedenti, riscrivendo interi passaggi per inserirli correttamente nella storia.

Quanto alla difficoltà di nascondere gli indizi, c’è un problema curioso: ogni volta che ne inserisci uno, la prima impressione è che sia troppo evidente. Tu conosci già la soluzione, quindi quel particolare ti sembra quasi gridarla al lettore. In realtà non è necessariamente così, perché chi legge non possiede ancora il quadro completo. Il sistema che cerco di utilizzare è piuttosto semplice: presentare gli indizi importanti nel modo più naturale possibile.

Se si tratta di un oggetto, può comparire accanto ad altri oggetti apparentemente altrettanto significativi; se si tratta di una frase, può essere inserita in una conversazione nella quale, a una prima lettura, sembra avere un significato diverso da quello che acquisterà successivamente. La tentazione di nascondere meglio un indizio, magari citandolo una sola volta anziché due, è sempre molto forte. Ma ho cercato di resisterle, perché considero il fair play soprattutto una questione di lealtà nei confronti del lettore.

Preferisco un romanzo nel quale qualche lettore in più riesca a individuare la soluzione, ricavandone la soddisfazione di aver svolto un vero lavoro deduttivo, piuttosto che un mistero apparentemente impenetrabile soltanto perché un’informazione decisiva è stata nascosta o fornita in maniera insufficiente. In fondo, chi risolve il caso prima dell’investigatore non ha rovinato il gioco: lo ha vinto.

TL: Hai scelto di ambientare il romanzo nell’Inghilterra del 1931. Che tipo di ricerca hai svolto per ricostruire non soltanto luoghi e procedure investigative, ma anche mentalità, convenzioni sociali e peso della reputazione in quell’epoca?

Giovanni Pescio: Per quanto riguarda i luoghi, ho cercato di svolgere una ricerca il più possibile diretta. A marzo, durante un viaggio di famiglia a Londra, ho dedicato parecchio tempo a visitare le zone nelle quali avevo deciso di ambientare il romanzo, per vedere con i miei occhi strade, edifici e distanze. Una delle prime cose che ho fatto è stata cercare una casa per Arthur Sinclair. Ho girato per diversi quartieri, finché ho scelto il numero 19 di Dombey Street. A questo proposito c’è una piccola curiosità: la copertina del libro è ricavata da una fotografia che ho scattato proprio durante quel viaggio, e il portone che vi compare è quello dell’edificio che ho scelto come abitazione dell’investigatore.

Ho cercato anche la casa di Henry Collins in Thurloe Street, visitato Belgravia e Chester Square, dove ho collocato l’abitazione di John Charlton, e percorso lo Strand, dove si trova lo storico Simpson’s, nel quale è ambientata una scena del romanzo. Ho visitato anche la zona del porto e il Bow Street Police Museum. Proprio di fronte a Bow Street si trova la Royal Opera House, che compare in uno dei primi capitoli.

L’unico luogo fondamentale che non sono riuscito a visitare personalmente è Esher. In quel caso mi sono documentato attraverso fotografie dell’epoca e immagini satellitari. Per quanto riguarda le procedure investigative, ho consultato diverse fonti online, anche in lingua inglese, per ricostruire l’organizzazione della polizia britannica dell’epoca, i ruoli degli investigatori e le modalità con cui venivano condotte le indagini.

Ho svolto anche ricerche su aspetti apparentemente secondari, ma importanti per rendere credibile la vita quotidiana dei personaggi: il sistema monetario dell’epoca, il potere d’acquisto della sterlina, gli stipendi delle diverse categorie di lavoratori e persino le tariffe dei taxi. Non mi interessava soltanto sapere quanto costasse qualcosa, ma capire quale valore avesse realmente quella somma per una persona che viveva nel 1931.

Infine, per la mentalità, le convenzioni sociali e il peso della reputazione, mi sono basato sia su ricerche specifiche sia sulla letteratura del periodo, non soltanto poliziesca. I romanzi scritti in quegli anni sono una fonte interessante per cogliere modi di parlare, comportamenti e rapporti sociali. Ho preso in considerazione anche testimonianze storiche più dirette, come i manuali britannici di etichetta dell’epoca, tra cui Manners and Rules of Good Society, e materiali documentari sulla società inglese degli anni Trenta, come quelli raccolti dai National Archives britannici.

Il mio obiettivo era ricostruire un’ambientazione credibile, nella quale i personaggi si comportassero in modo coerente con l’epoca, pur mantenendo una scrittura e un ritmo narrativo contemporanei.

TL: La narrazione passa spesso da un personaggio all’altro e permette al lettore di osservare gli stessi fatti da prospettive differenti, quasi attraverso un montaggio cinematografico. È stata una scelta pensata fin dall’inizio? Come hai lavorato sul narratore esterno e sulla gestione dei diversi punti di vista senza perdere la chiarezza dell’indagine?

Giovanni Pescio: La mia esperienza cinematografica è stata sicuramente una delle principali fonti di ispirazione nella costruzione del romanzo. Oltre alla scrittura e alla regia, una delle mie grandi passioni è il montaggio, del quale mi sono sempre occupato personalmente nei miei cortometraggi. È una fase che trovo particolarmente affascinante, perché permette di dare all’opera la sua forma definitiva: cambiando l’ordine delle scene, la loro durata o il momento in cui viene mostrata una determinata informazione, può cambiare profondamente anche il modo in cui lo spettatore vive una storia.

Ho cercato di applicare questo principio anche alla scrittura. Soprattutto nella prima parte del romanzo, l’idea era quella di seguire diversi personaggi e diverse vicende che, attraverso percorsi apparentemente separati, convergono progressivamente verso Esher e verso il delitto. Volevo che il lettore assistesse a questa convergenza da più punti di vista, quasi attraverso una successione di inquadrature. Naturalmente era una scelta che comportava qualche rischio rispetto a una narrazione più lineare. Per questo ho lavorato molto sulla struttura, ripensandola più volte e spostando interi capitoli, cercando di mantenere sempre chiari i tempi, i luoghi e il percorso di ciascun personaggio. Mi sembrava però un modo interessante per raccontare un enigma classico attraverso una struttura narrativa più contemporanea.

A questo proposito posso rivelare una piccola curiosità. Nella prima versione, Il caso di Esher non cominciava con il prologo che si legge oggi, ma direttamente con quello che è diventato il primo capitolo. Solo in un secondo momento, proprio ragionando in termini cinematografici, ho deciso di inserire all’inizio una sorta di flashforward, mostrando subito al lettore la scena apparentemente impossibile attorno alla quale ruota l’intera indagine. Volevo che, prima ancora di conoscere i personaggi e le loro vicende, il lettore avesse già davanti agli occhi il mistero che sarebbe stato chiamato a risolvere.

THRILLER LIFE: Dopo aver seguito Sinclair e Wilkes nel caso di Esher, viene naturale chiedersi se li incontreremo ancora. Hai già immaginato una nuova indagine per loro oppure i tuoi prossimi progetti ti porteranno verso personaggi e territori completamente diversi?

Giovanni Pescio: in realtà, Sinclair e Wilkes hanno già ripreso le indagini. Posso infatti anticipare una cosa che non ho ancora raccontato pubblicamente: i tre enigmi di cui vi ho parlato prima, quelli che ricordavo ancora a memoria dopo oltre trentacinque anni, hanno già preso forma. Due sono diventati romanzi completi e il terzo è in fase avanzata di scrittura. Il primo è proprio quello che, a quattordici anni, avevo trasformato in un racconto per la scuola, la cui lettura in classe venne interrotta e mai più ripresa. Oggi è diventato un’indagine più ampia, nella quale un delitto apparentemente impossibile si intreccia con vicende della guerra boera, risalenti a circa trentacinque anni prima.

Il secondo porta Sinclair a Torquay, in piena estate del 1935, tra famiglie aristocratiche e un misterioso omicidio in camera chiusa. Il terzo è ambientato a Londra e ruota intorno a un ascensore sul quale grava da vent’anni la leggenda di una maledizione.

Nei romanzi successivi trovano inoltre sempre più spazio la dimensione domestica di Sinclair e l’evoluzione del suo rapporto con Wilkes. Vorrei che i due investigatori non fossero soltanto i protagonisti di una serie di enigmi, ma diventassero personaggi ai quali i lettori possano affezionarsi, imparando a conoscerli un po’ meglio a ogni nuova indagine. Sono tre misteri molto diversi, ma tutti costruiti sullo stesso principio che guida Il caso di Esher: il lettore deve avere la possibilità di arrivare alla soluzione prima dell’investigatore. Naturalmente, per il momento, non ci sono date di pubblicazione da annunciare.

THRILLER LIFE: Prima di salutarti e ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato, c’è qualche consiglio che vorresti dare ai lettori di Thrillerlife?

Giovanni Pescio: Innanzitutto vorrei ringraziare di cuore Thriller Life ed Emanuela Di Novo per lo spazio, il tempo e l’attenzione che hanno dedicato a Il caso di Esher. Più che un consiglio, vorrei esprimere un paio di auspici. Il primo è che chi leggerà il romanzo possa semplicemente godersi la storia, lasciandosi accompagnare dagli avvenimenti, dai personaggi e dal piacere di scoprire, pagina dopo pagina, che cosa succederà. Il secondo riguarda soprattutto gli appassionati del giallo classico e del whodunit. Mi piacerebbe che affrontassero il romanzo anche come una sfida, partecipando idealmente all’indagine accanto ad Arthur Sinclair, formulando ipotesi, cercando collegamenti e provando ad arrivare alla soluzione prima di lui. Naturalmente, le due cose non si escludono.

Credo che uno degli aspetti più affascinanti del giallo deduttivo sia proprio questa possibilità: lasciarsi coinvolgere dalla storia e, nello stesso tempo, sentirsi parte dell’indagine. Se Il caso di Esher riuscirà a offrire ai lettori entrambi questi piaceri, avrò raggiunto esattamente ciò che mi proponevo quando ho cominciato a scriverlo.

AUTORE:

Giovanni Pescio è nato a Genova e dal 2022 vive ad Arenzano. Prima della narrativa ha scritto e diretto cortometraggi selezionati e premiati in diversi festival. Il caso di Esher è il suo primo romanzo pubblicato e il primo con protagonista l’ispettore capo Arthur Sinclair.

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