Intervista a Giuseppe Fusari
SPAZIO CURATO DA: Beatrice Orrù

Buongiorno cari lettori, il graditissimo ospite del nostro spazio interviste di oggi è Giuseppe Fusari, con il suo libro “I morti non mi sono mai piaciuti” (Neri Pozza, 2026) letto e recensito dalla nostra Beatrice Orrù.
Giuseppe Fusari, accademico dell’Ateneo di Brescia, insegna Storia dell’Arte presso l’UniBrescia, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato direttore del Museo Diocesano di Brescia e ha collaborato con prestigiose istituzioni culturali italiane e straniere. Al suo attivo ha la cura di diverse mostre che spaziano dal Rinascimento all’arte contemporanea e la pubblicazione di saggi e articoli di argomento storico e storico-artistico. Si dedica anche all’incisione e alla scrittura creativa. “I morti non mi sono mai piaciuti” è il suo primo romanzo, vincitore della settima edizione del Premio Neri Pozza.
THRILLER LIFE: Ci troviamo di fronte a un giallo, una scelta particolare per chi, come te, è un sacerdote e uno storico d’arte, figure che nell’immaginario comune si collocano molto lontano da un genere legato al crimine. Come mai ha deciso, per il suo esordio narrativo, di affrontare proprio il tema dell’omicidio?
Giuseppe Fusari: Indagare il male e l’omicidio non è estraneo dal mondo di un sacerdote, anzi: spesso, nella mia vita di prete, mi sono chiesto perché e come il male sia riuscito a entrare nel cuore di una persona e portarla ad arrivare a un delitto, cioè a togliere la vita a un suo simile. È la domanda che, in alcuni luoghi, il commissario Alessandri si fa e riguarda la morte inutile. In qualche modo mi sono messo sull’altra sponda del fiume. Come storico dell’arte poi sono a contatto quotidianamente (si fa per dire) con i delitti, sia quelli raffigurati nelle opere sia quelli compiuti dagli artisti. Non solo Caravaggio era assassino, anzi…
THRILLER LIFE: Il fulcro del libro non è tanto il “chi è stato”, ma il viaggio interiore del commissario Alessandri. Il motore di tutto è il suicidio del padre, anch’egli storico dell’arte. C’è un intento di esplorare il peso dell’eredità familiare e delle aspettative?
Giuseppe Fusari: Certamente. Mi piace pensare che questo libro sia un lungo atto di amore di un figlio verso un padre del quale non capisce l’atto ultimo. Il suicidio del padre di Alessandri crea una cesura nella sua vita, una negazione che solo in delitto riesce a sanare. Mi piace pensare che il commissario si trovi davanti al dilemma di voler sapere e quello di voler evitare di sapere. E l’omicidio di Mazza lo mette davanti all’ineluttabile.
THRILLER LIFE: Il romanzo presenta frasi molto brevi ed essenziali, che creano un ritmo incalzante. Per uno storico dell’arte e un docente, abituato alla complessità della saggistica o della teologia, quanto è stato difficile “asciugare” la penna e costringersi alla brevità del genere noir?
Giuseppe Fusari: In verità questo stile mi è nato come necessità. La scrittura, anche saggistica, per me ha sempre rappresentato un’occasione per rendere chiaro un pensiero, ma anche per ‘scrivere bene’. Non è un caso che il gioco tra i grandi studiosi nel romanzo nasca dal rapporto con Roberto Longhi, il vero gigante della storia dell’arte italiana del Novecento. Mettendomi dalla parte di un narratore (che narra in prima persona) ho avuto la necessità di frammentare il pensiero, di renderlo a tratti sfuggente. Ma è stato un approccio naturale, come se fossi diventato ambidestro.
THRILLER LIFE: Nel libro, lo studio della pittura ferrarese non è un semplice elemento decorativo, ma la chiave per decifrare il mistero. Perché hai scelto proprio la scuola ferrarese rispetto a correnti più “famose” o rassicuranti?
Giuseppe Fusari: Devo dire che, in questo caso, ha giocato l’amore per questa pittura così discosta dai caratteri del Rinascimento ufficiale. Ed è una pittura che porta con sé elementi di mistero e di profondità che la rendono unica nel panorama italiano. E poi c’è il mio amore sconfinato per Ferrara.
THRILLER LIFE: L’elemento artistico è protagonista costante della storia. Spesso, nel mondo reale, l’arte è vista come l’espressione più alta del bello e dell’armonia, mentre qui diventa lo strumento per decifrare un delitto efferato. Pensi che la bellezza abbia in sé una forza capace di fare luce anche sul male più profondo, o è il male che a volte usa la bellezza come maschera per nascondersi?
Giuseppe Fusari: Quando rifletto su questo mi torna sempre in mente la vicenda di Artemisia Gentileschi: è una storia vera, è una storia che si intreccia con l’arte, è una storia che diventa ‘oggetto d’arte’ perché Artemisia usa il suo trauma per trasformarlo in arte solennemente brutale. Penso che l’arte e la bellezza abbiano la forza di svelare, o per similitudine o per via di contrario.
THRILLER LIFE: La lettura di questo romanzo premia l’attenzione, spingendo il lettore a una continua ricomposizione del “puzzle” temporale, a volte costringendolo persino a rileggere. Come autore, hai cercato volutamente di creare un parallelismo tra il lavoro del commissario che analizza gli indizi e una continua riflessione sul passato del protagonista?
Giuseppe Fusari: Scrivendo questo libro ho immaginato di poter fare immergere il lettore in un procedimento che facciamo tutti automaticamente: ci accade qualcosa e subito si aggancia un ricordo o una constatazione; questo ricordo apre a ulteriori agganci. Poi riprende il sopravvento quello che sta accadendo e costringe a rimandare il pensiero. Poi il pensiero riemerge a distanza. In fondo, nella nostra vita, non viviamo un’esperienza lineare, ma un continuo rincorrersi di interferenze, solo che poi le riduciamo all’unica narrazione che le unifica. In questo caso, il presente si allaccia così strettamente con il passato tanto che l’uno svela l’altro, che questi continui rimandi non possono che mostrare questo stretto rapporto, dando ad esso anche forti significati simbolici.
THRILLER LIFE: Prima di salutarti e ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato, c’è qualche consiglio che vorresti dare ai lettori di Thrillerlife?
Giuseppe Fusari: Parto proprio dall’ultima domanda: il mio libro non è di facile lettura proprio per questa scelta stilistica, soprattutto di montaggio; tuttavia, questo permette di entrare nel labirinto del protagonista senza rischiare di trasformarlo in un personaggio di carta, vorrei dire il solito commissario. Il consiglio è di provare a entrare nella sua testa e di lasciare che la storia e il giallo si raccontino attraverso i suoi occhi.
Anch’io, prima di salutare, vorrei ringraziarti per questa opportunità. Spero in questo modo di essere stato di aiuto a capire un po’ cosa mi ha guidato nella scelta e nella stesura di questo libro al quale sono molto affezionato, e non solo perché è il primo (sperando poi che non sia l’ultimo).
La redazione di Thriller Life ringrazia Giuseppe Fusari per la disponibilità.





