Intervista a Carolina Iappica

Buongiorno cari lettori, il graditissimo ospite del nostro spazio interviste di oggi è Carolina Iappica con il suo nuovo libro “I giustizieri del web” letto e recensito dalla nostra Chiara (Link recensione).
TL: Il romanzo è costruito su una struttura polifonica: ogni capitolo è affidato a una voce diversa, il fratello Andrea, il commissario Ferri, gli amici Giada e Lorenzo, l’ex fidanzato Achille e ognuno racconta la propria versione, con le proprie omissioni. Insieme, le voci ricostruiscono la storia di Asia come pezzi di un puzzle. La scelta della polifonia è la spina del romanzo, ma anche una delle strutture più difficili da gestire: ogni voce deve avere un suono riconoscibile e una parte di verità da nascondere. Come hai lavorato per differenziarle? E c’è una voce che ti è venuta più naturale e una che invece ti ha fatto penare?
CAROLINA IAPPICA: La scelta di costruire un romanzo corale nasceva da un’esigenza precisa: volevo che il lettore non osservasse i personaggi dall’esterno, ma si immedesimasse nelle loro emozioni. Ogni capitolo doveva essere un’immersione nella mente di chi racconta,con le sue paure, i suoi pregiudizi e, soprattutto, i suoi dubbi e le sue teorie.
Ho lavorato cercando di empatizzare profondamente con ogni personaggio, quasi interpretandolo come farebbe un attore. Prima di scrivere mi chiedevo: come parlerebbe? Quali parole sceglierebbe? Cosa direbbe e, soprattutto, cosa sceglierebbe di non dire? Da lì nasceva la voce.
La sfida più grande è stata scrivere i personaggi più lontani dal mio modo di vedere il mondo, come Chiara. Entrare nella sua testa è stato difficile, ma anche estremamente stimolante, perché mi ha costretta a sospendere il giudizio e a comprenderne le motivazioni.
La voce che invece mi è venuta più naturale è stata quella di Asia. In lei c’è tanto di me: alcune emozioni, alcuni pensieri e alcune fragilità sono nate dalla mia esperienza personale. Per questo scriverla è stato quasi terapeutico: non dovevo inventare ciò che provava, ma semplicemente trovare il coraggio di metterlo nero su bianco.
TL: La scelta più coraggiosa del libro è dare voce anche ad Asia, la vittima: è lei ad aprire il romanzo raccontando in prima persona la sua ultima mattina, ed è la sua voce a restituirle una dignità narrativa che nei gialli tradizionali resta schiacciata sotto l’etichetta di “corpo del reato”. Da dove nasce la decisione di far parlare Asia? Era un’esigenza narrativa, fornire al lettore indizi che nessun altro poteva dargli, o soprattutto un’esigenza emotiva, quella di non ridurre mai la vittima a un semplice caso da risolvere?
CAROLINA IAPPICA: Per me far parlare Asia non è stato soltanto un espediente narrativo. È stato, in un certo senso, dare voce anche a me stessa.
Molti gialli iniziano con una vittima che diventa immediatamente un caso da risolvere. Io volevo il contrario: volevo che il lettore conoscesse Asia prima come persona, con i suoi sogni, le sue paure e la sua quotidianità, e solo dopo come vittima.
In lei ho riversato molto della mia esperienza personale, soprattutto quel senso di rincorsa continua che spesso viviamo: il lavoro che diventa totalizzante, la sensazione di dover sempre dimostrare qualcosa, il poco tempo che ci concediamo per ascoltarci davvero.
Il messaggio che Asia cerca di lasciare non riguarda solo la sua storia. È un invito a ricordarci che il lavoro è importante, ma non può diventare l’unico metro con cui misuriamo il valore della nostra vita. Dobbiamo ritagliarci tempo per noi stessi, per chi amiamo e per ciò che ci rende davvero felici. Se il lettore chiudendo il libro si fermasse anche solo un momento a riflettere su questo, avrei raggiunto uno dei miei obiettivi.
TL: Il lettore de I giustizieri del web è chiamato a fare il detective: ogni personaggio fornisce indizi, ma anche depistaggi, e sta a chi legge capire chi mente e chi dice la verità. Le incoerenze sono disseminate con precisione: una telefonata omessa, un orario che non torna, una reazione sproporzionata. Quanto è stato complesso calibrare gli indizi in modo che il lettore potesse sospettare di tutti senza mai avere la certezza su nessuno? Avevi una mappa delle bugie di ogni personaggio, o l’equilibrio è nato per aggiustamenti successivi durante la stesura?
CAROLINA IAPPICA: È stata probabilmente la parte più complessa dell’intera scrittura.
La storia è nata nell’arco di diversi anni. Ogni volta che mi veniva un’intuizione prendevo appunti, anche solo una frase, un dialogo o un dettaglio apparentemente insignificante. Col tempo ho iniziato a collegare tutti quei puntini, proprio come fa un investigatore.
Avevo una vera e propria mappa degli eventi: sapevo cosa fosse realmente accaduto e cosa invece ogni personaggio avrebbe raccontato. Da lì è iniziato un lunghissimo lavoro di equilibrio, perché ogni indizio doveva essere visibile senza risultare evidente.
Il mio obiettivo era che, arrivato alla fine, il lettore potesse ripensare alla storia e dire: gli indizi c’erano tutti, semplicemente non li avevo interpretati nel modo giusto. È il tipo di soddisfazione che provo anch’io quando leggo un thriller ben costruito, e speravo di riuscire a regalarla anche ai miei lettori.
TL: I capitoli ambientati nell’Estate 2023 ritraggono una generazione milanese con affettuosità e ironicità: gli aperitivi in Darsena, le carriere nella consulenza che divorano i weekend, i primi appuntamenti nell’era di Tinder, il patto tra amiche di non cercare mai i social prima del terzo appuntamento. La Milano del romanzo è vivissima e molto riconoscibile per chiunque ci abbia vissuto i propri vent’anni e trent’anni. Quanto c’è di autobiografico in quel mond, la Bocconi, la consulenza, le serate con gli amici? E quanto è stato importante per te che il lettore conoscesse l’Asia “viva” prima di quella della scena del crimine?
CAROLINA IAPPICA: È stata probabilmente la parte più complessa dell’intera scrittura.
La storia è nata nell’arco di diversi anni. Ogni volta che mi veniva un’intuizione prendevo appunti, anche solo una frase, un dialogo o un dettaglio apparentemente insignificante. Col tempo ho iniziato a collegare tutti quei puntini, proprio come fa un investigatore.
Avevo una vera e propria mappa degli eventi: sapevo cosa fosse realmente accaduto e cosa invece ogni personaggio avrebbe raccontato. Da lì è iniziato un lunghissimo lavoro di equilibrio, perché ogni indizio doveva essere visibile senza risultare evidente.
Il mio obiettivo era che, arrivato alla fine, il lettore potesse ripensare alla storia e dire: gli indizi c’erano tutti, semplicemente non li avevo interpretati nel modo giusto. È il tipo di soddisfazione che provo anch’io quando leggo un thriller ben costruito, e speravo di riuscire a regalarla anche ai miei lettori.
TL: Il significato del titolo resta sospeso per gran parte del romanzo e, quando si rivela, cambia la natura del libro: da giallo classico a riflessione sul confine tra giustizia e vendetta, tra il tribunale delle aule e quello istantaneo e spietato dei social e della rete. Il romanzo pone una domanda scomoda: quando le istituzioni arrancano, fino a dove è lecito spingersi per ottenere giustizia? Tu che risposta ti sei data, se te la sei data? E temi che qualche lettore possa parteggiare senza riserve per soluzioni che il libro stesso mostra essere moralmente costose?
CAROLINA IAPPICA: Non credo che un romanzo debba dare risposte definitive, soprattutto quando affronta temi così complessi. Preferisco che ponga domande.
Viviamo in un’epoca in cui il processo mediatico spesso arriva molto prima di quello giudiziario. Sui social basta poco per trasformare qualcuno in un colpevole agli occhi dell’opinione pubblica, e altrettanto poco perché quella condanna diventi definitiva, anche quando la verità è molto più sfumata.
Capisco perfettamente la frustrazione che si prova quando la giustizia sembra lenta o inefficace. È una sensazione profondamente umana. Ma il libro mostra anche quanto sia sottile il confine tra il desiderio di giustizia e la tentazione della vendetta.
Se qualche lettore dovesse schierarsi completamente con i Giustizieri del Web non lo giudicherei, perché significherebbe che il romanzo lo ha coinvolto emotivamente. Mi auguro però che, chiusa l’ultima pagina, si chieda anche quale prezzo siamo disposti a pagare quando scegliamo di sostituirci alla giustizia. Perché ogni scelta ha un costo, anche quando nasce dalle migliori intenzioni.
TL:La dedica del romanzo ringrazia la madre, il marito e il fratello, “che con il suo esempio ha ispirato il legame profondo che unisce i protagonisti di questa storia”. Il rapporto tra Andrea e Asia, fratello e sorella legati da un filo indistruttibile, è il cuore del libro. Quanto del tuo rapporto con tuo fratello è confluito in quello tra Andrea e Asia? E c’è stata una scena tra loro, un ricordo d’infanzia, un gesto, una battuta, particolarmente difficile o particolarmente dolce da scrivere?
CAROLINA IAPPICA: Il rapporto tra Andrea e Asia è forse la parte più personale del romanzo.
Ho un fratello con cui condivido un legame molto profondo e, anche se la storia è completamente diversa dalla nostra, il modo in cui Andrea e Asia si vogliono bene nasce proprio da quel rapporto.
Ci sono tanti piccoli gesti, più che grandi dichiarazioni: la complicità, le prese in giro, il sapere che l’altro ci sarà sempre anche senza bisogno di dirlo. Credo che i rapporti tra fratelli siano spesso così: poco spettacolari all’esterno, ma incredibilmente solidi.
Le scene tra Andrea e Asia sono state anche le più emozionanti da scrivere, perché mi obbligavano a immaginare cosa significhi perdere una persona con cui hai condiviso tutta la vita. Ogni volta cercavo di immedesimarmi in quel dolore e non è stato semplice.
Forse è proprio per questo che molti lettori mi hanno detto di essersi emozionati soprattutto leggendo le loro pagine: perché, al di là del thriller, il cuore del romanzo resta una storia d’amore. Non quella romantica, ma quella tra un fratello e una sorella che si vogliono bene in modo assoluto.
La redazione di Thriller Life ringrazia Carolina Iappica per la sua disponibilità e le augura il meglio




