Ed è un poco la notte e un poco l’alba
Recensione di: Giulia Magnanini e Alessandra Boschini
TRAMA:
«Scappa, Serafina.» È con queste parole che l’anziano Geremia, in un pomeriggio caldo di sole, mi mette in allarme. Ma ancora non posso immaginare che questa terra sta per mutare volto e temperamento, forse per sempre. Nella Zona libera della Carnia, finora, la guerra è stata una tempesta distante, che ha strappato gli uomini dai nostri paesi ma non ha ancora lacerato del tutto gli animi.
Quello in arrivo è però un vento nuovo e spaventoso, che soffia da Est e porta sconvolgimenti. E da oltre il grande fiume giungono infine carovane di cavalieri delle steppe, con copricapi di pelliccia e lunghe spade ricurve, che entrano nelle nostre case prendendone possesso.
La nostra terra è la loro terra promessa, questa non è un’invasione ma un insediamento. Io, che da sempre abito un luogo di confine, chiamata a custodire i respiri e a evocarli; io, che da sempre ho in me il cuore delle donne che mi hanno preceduto e il soffio della donna che voglio essere; io vivo con sgomento questi giorni fatti di fuochi da campo accesi sulle assi dei pavimenti lustri, di animali riparati nelle cucine, di saccheggi e violenze.
Ma vedo anche la meraviglia dei cammelli che pascolano nei campi, lo stupore fanciullesco degli invasori nel salire su una bicicletta, le danze russe nelle piazze, alla luce di antichi fuochi, le loro donne guerriere, i canti liturgici ortodossi, lo splendore delle icone. Io, che sono ombra, non posso più stare al liminare: devo farmi luce, in questa lunga notte, per trovare l’alba.»
RECENSIONE:
Con È un poco la notte e un poco l’alba, Ilaria Tuti firma un romanzo che sembra nascere direttamente dal respiro della sua terra. La Carnia non è solo un luogo: è una radice viva, una memoria che pulsa sotto ogni pagina, un territorio che custodisce ferite e rinascite. E’una pagina di storia infinita che va raccontata. Ilaria Tuti la racconta con una delicatezza espositiva rara, trasformando la storia in emozione e il passato in racconti ancora vivi.
A Verzegnis paese di confine, terra dura da coltivare e contadini dalla pelle segnata dalle intemperie, la II guerra mondiale appare come un’eco lontana di spari tra le valli e bagliori notturni. Tra quelle montagne però, la Resistenza ha trovato radici “la gente non voleva l’ennesimo padrone e i partigiani erano ombre che appartenevano alla selva”.
Lì, donne e uomini erano abituati a vivere di poco, piegati dalla fatica, come Serafina, una giovane donna che selvatica, esperta conoscitrice delle erbe e del loro uso, ostinata e tenace “era venuta al mondo tra le gambe fredde di una madre morta dandola alla luce”.
Cresciuta dalla nonna, impara presto che l’essere femmina comporta più tribolazioni e sacrifici che possibilità, apprende l’uso delle erbe che nonna Silvia usa per aiutare le donne a sgravarsi o per evitare gravidanze indesiderate.
Serafina vive un momento di frattura nel 1944 con l’arrivo dei cavalieri Cosacchi delle steppe, un popolo che irrompe nella vita della comunità con violenza e prepotenza. Non bussano, non chiedono, non trattano: entrano nelle case, prendono ciò che vogliono lasciando dietro di sé paura, spaesamento, morte. È una rappresentazione cruda, che mostra la brutalità dell’invasione senza filtri, ma anche la complessità dell’incontro tra mondi e culture e lingue lontane che lentamente devono imparare a convivere insieme.
C’è chi sceglie di andarsene ma Serafina resta, “erba amara e tenace, aggrappata a quarto pendio più che mai impervio”. Resta Serafina perché il suo desiderio di maternità mai sopito, torna a galla quando un bambino della tribù cosacca, un orfano sporco, denutrito, inselvatichito come lei, fa breccia nel suo cuore.
Serafina non è solo una giovane donna che resiste. È una figura complessa, quasi doppia: da un lato vista come un misto tra creatura mistica per via del retaggio della sua famiglia e delle credenze, dall’altro una mente raffinata, curiosa, assetata di sapere. Sogna di andare a scuola per capire come funzionano le cose, desidera studiare, imparare, costruire.
Accanto a lei si muovono altre figure straordinarie. Nonna Silva incarna ciò che è ancestrale: il retaggio, le conoscenze antiche, i saperi che precedono la Chiesa e che la Chiesa spesso teme. È la memoria vivente di un mondo che rischia di essere dimenticato. Domitilla, la levatrice, è invece la forza della vita: una donna concreta, solida, che aiuta le altre donne a dare alla luce i loro figli.
Ripercorrendo dati, testimonianze e documenti storici, Ilaria Tuti accompagna il lettore verso il destino di un popolo che era stato illuso con la promessa di nuove terre e poi abbandonato al proprio destino, un’etnia che ha condiviso e spartito lo stesso pane e gli stessi dolori, le stesse lacrime e la stessa fame con la popolazione friulana. “Vivere insieme in spazi ristretti, ancor più se costretti, faceva scoprire il peggio, ma anche il meglio delle persone”.
L’impatto emotivo del romanzo è travolgente. È un libro impossibile da smettere di leggere, perché ti cattura con una scrittura elegante, vivida, rara.
È un poco la notte e un poco l’alba non vuol essere solamente un racconto storico bensì con il personaggio di Serafina, Ilaria Tuti regala una voce a tutte quelle donne che hanno conosciuto e subito violenze e ingiustizie, la cattiveria e la meschinità ma, come tutte le sue protagoniste, anche Serafina continua a guardare avanti, riesce a rimettersi in piedi e a costruirsi un futuro
Ilaria Tuti ha una capacità unica: ti fa entrare nella storia fino a farti sentire la fame, il freddo, la paura, la gioia, la speranza. Ogni pagina è un’esperienza sensoriale: cammini nella neve, senti il gelo che taglia la pelle, ridi, piangi e speri. La sua prosa è precisa, scolpita più che scritta e ti scava dentro con una eleganza che non lascia scampo.
Non è un libro che si legge soltanto: è un libro che si attraversa. E quando lo chiudi, ti accorgi che questo non è un romanzo.
È un grido di speranza e fratellanza che unisce popoli e spezza confini, un elogio al miracolo della vita e della natura che si rigenera, all’umanità che vive luci ed ombre ma che sa sempre e comunque aspettare l’alba dopo l’oscurità della notte.
Editore: Longanesi
Pagine: 320 pagine
Anno di pubblicazione: 2026
AUTORE:

Nata nel 1976 a Gemona del Friuli, dove risiede, è laureata in Economia e Commercio. Dopo aver lavorato come illustratrice, ha pubblicato racconti gialli e fantasy in riviste e antologie ottenendo il Premio Gran Giallo Città di Cattolica nel 2014 e Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo 2020.
Nel 2018 ha esordito nella narrativa gialla con il thriller Fiori sopra l’inferno con protagonista la commissaria e profiler sessantenne Teresa Battaglia che torna ad indagare anche nei seguiti, Ninfa dormiente uscito l’anno successivo e Luce della notte pubblicato nel 2021.
Dalle indagini di Teresa Battaglia sono state tratte nel 2023 la serie televisiva Fiori sopra l’inferno – I casi di Teresa Battaglia e nel 2024 Ninfa dormiente – I casi di Teresa Battaglia, entrambe con protagonista Elena Sofia Ricci. Nel 2020 ha pubblicato Fiore di roccia, romanzo storico ambientato nella prima guerra mondiale con protagoniste le portatrici carniche con il quale si è aggiudicata la 37ª edizione del Premio letterario nazionale per la donna scrittrice. Nel 2022 è uscito Come vento cucito alla terra un altro romanzo storico ambientato ancora durante la prima guerra mondiale.