Enrico Pandiani, fin da bambino, ha sempre avuto la passione per il racconto, passione che ha inizialmente declinato nel fumetto, sceneggiando e disegnando le sue storie per le riviste Il Mago e Orient Express. Abbandonata la bande dessinée, apre uno studio di grafica editoriale e comunicazione e, in seguito, comincia una lunga collaborazione con il quotidiano La Stampa, per il quale cura la parte infografica.

Ma la sua passione non si è esaurita e nel 2009 pubblica Les italiens con cui inaugura la serie omonima, proseguita poi con Troppo piombo (2010), Lezioni di tenebra (2011), Pessime scuse per un massacro (2012), Una pistola come la tua (2016), Un giorno di festa (2017) e Ragione da vendere (2019). Nel frattempo, oltre a pubblicare altri racconti e romanzi non seriali, dà vita ad un nuovo personaggio, Zara Bosdaves, nato da una collaborazione con le distillerie Brunello che pubblicano il racconto lungo La testa e la coda (2012). Ma Zara reclama immediatamente una dimensione più ampia, che trova prima con La donna di troppo (2013) e quindi con Più sporco della neve, del 2015.

Fondatore dell’associazione Torinoir, Pandiani è uno dei migliori giallisti italiani e il suo nuovo romanzo, Fuoco (2022), che abbiamo recensito QUI, apre a una nuova serie, quella della banda Ventura.

Enrico ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Iniziamo dal titolo, Fuoco. Quello dell’incendio che distrugge un edificio uccidendo sedici persone, quello della passione che spinge i quattro personaggi a inventarsi esistenze fatte di legalità, affetti e valori, quello che accompagna il desiderio di giustizia di Numero Uno. Fuoco nemico che distrugge, e fuoco amico che simboleggia nel calore, la vita. Lo stesso elemento che provoca Bene o Male, a seconda di come lo si usa. Vale anche per le abilità dei quattro ex detenuti, qui finalizzate alla ricerca della giustizia. 

Come sono nati questi quattro personaggi?

Il fuoco è un elemento molteplice, che distrugge ma allo stesso tempo purifica. Nel caso di Max Ventura e dei suoi compagni è forse l’incontro, non sperato ma sempre temuto, con il destino ineluttabile che ogni latitante si aspetta prima o poi di dover fare. 

Per loro il fuoco rappresenta la sfida attraverso la quale potrebbero forse conquistare una libertà definitiva ma anche l’occasione di una possibile redenzione, l’opportunità di pagare un debito con la società che per varie vicende non è mai stato saldato. Saranno proprio le abilità individuali che, messe assieme in una sorta di legame famigliare, permetteranno loro di trovare una strada sicura all’interno di una vicenda molto intricata, dove il fuoco ha bruciato quasi ogni traccia.

Numero Uno richiama alla mente il Gruppo TNT di Bunker che, guarda caso, si chiama Max. E’ una coincidenza oppure sei stato influenzato da una passione per i fumetti di Alan Ford?

Me lo hanno chiesto, ma no, ad Alan Ford non avevo proprio pensato. Era un fumetto che non mi piaceva, che trovavo piuttosto sciatto e grossolano. Non l’ho mai preso in considerazione e avendone letti soltanto un paio di numeri, ne sapevo pochissimo. 

Il nome Numero Uno è venuto fuori così, quasi un’esigenza nei confronti di un personaggio che ha in mano i destini di quattro persone e dal quale, bene o male, dipende tutta la vicenda.

Il tema del romanzo è la corruzione in ambito farmaceutico, la delinquenza in abito grigio, più difficilmente perseguibile e ben più dannosa di un furto d’auto. Nel tuo romanzo per la ricerca del colpevole vengono usati strumenti che prevaricano i limiti della legalità. Quando il crimine è efferato, il fine giustifica i mezzi?

A volte è possibile. In questo caso – ed è una cosa che mi piace molto – dovevo lavorare con personaggi ai quali l’elemento investigativo era del tutto sconosciuto. Inventarsi il mestiere dell’investigatore dilettante, con le incapacità e gli errori che si porta dietro, è molto stimolante. 

I poliziotti hanno alle spalle un’organizzazione enorme, dispongono di uffici preposti che possono fornire tutte le informazioni di cui hanno bisogno. Max, Sanda, Abdel e Vittoria, al contrario, possono contare soltanto sulla propria intelligenza, sulle intuizioni e sulla fortuna. E hanno dalla loro parte Matilde, la figlia sedicenne di Vittoria, che da brava informatica poco incline alle regole dà loro una mano. E a volte per farlo trascende il lecito.

Durante la fuga Victoria paga con il proprio corpo la libertà di tutto il gruppo. Una scelta di coraggio estremamente  drammatica raccontata un po’ di fretta.  Perché hai scelto di narrare l’episodio in modo così marginale?

Di tutti i personaggi, in Fuoco ho scelto di raccontare in modo marginale le loro storie precedenti, in parte perché in questo romanzo era il gruppo a contare e non il singolo individuo. La ragione principale è che questa sarà una serie di cinque romanzi. 

Nel primo ho presentato i personaggi come gruppo coeso, legato da sentimenti di affetto e cameratismo. 

Nei prossimi quattro romanzi ognuno di loro, a turno, avrà un ruolo preponderante grazie al quale ci racconterà la propria storia e la vita prima dell’incontro con la giustizia.

Matilde è ghiotta di cannelés della Gironda, Max la ricatta offrendole due porzioni di questo dolce in cambio delle informazioni che ha carpito hackerando e che non vorrebbe condividere per ripicca. Da cosa nasce la scelta di un dolce così particolare?

Intanto è un dolce di cui sono ghiotto e che, incredibilmente, trovo in uno dei bar che frequento qui nel mio quartiere e quindi ne abuso. Nel momento in cui ho deciso che Max avrebbe avuto un ristorante, ho pensato che la sua cucina, studiata assieme alla sua compagna Federica, sarebbe stata un misto di cibi piemontesi e francesi. 

Mi sembrava che questo connubio potesse rendere l’Evêché un ristorante attraente per la città. In ogni caso consiglio di assaggiare i Cannelés de Bordeaux; il loro sapore leggermente speziato di anice potrebbe stupirvi.

Se dovessi indicare tre parole che ti rappresentano, quali sarebbero?

Curioso, caparbio e amichevole

Se dovessi scegliere tre cose di cui non potresti mai fare a meno, ovviamente escludendo la scrittura, quali sarebbero?

La lettura, le persone e le differenze culturali

Prima di salutarci e anzi, proprio per inaugurare un saluto di eccezione, che messaggio o augurio ti piacerebbe lasciare ai nostri lettori?

In questo momento terribile che stiamo vivendo, penso che il solo augurio possibile sia che la pandemia, questa nuova guerra che rischia di coinvolgerci tutti, l’odio, le incomprensioni e anche la rabbia strisciante che ci accompagna quotidianamente possano rapidamente avere una fine. 

Abbiamo tutti bisogno di un po’ di pace per poter ritrovare noi stessi, l’amicizia e, soprattutto, per rimettere in piedi le nostre vite provate. E magari pure una politica migliore, più sana e dalla parte della gente. Ma questo temo sia impossibile.

ThrillerLife ringrazia Enrico Pandiani

a cura della redazione e di Monica Pedretti

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