L’eredità di Sciascia al noir italiano – Intervista a Fabrizio Catalano

Ho avuto il piacere di conoscere e intervistare Fabrizio Catalano in occasione di una recente rassegna culturale bolognese organizzata nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita di Leonardo Sciascia. Catalano – scrittore, saggista, regista, drammaturgo, traduttore – aveva da poco pubblicato un’opera fondamentale per la comprensione della figura del grande maestro siciliano, Il tenace concetto. Leonardo Sciascia: la letteratura, la conoscenza, l’impegno civile (Rogas, 2021, con Alfonso Amendola ed Ercole Giap Parini).

Dal suo osservatorio privilegiato di nipote di Sciascia e di profondo conoscitore dei suoi scritti, Catalano ha potuto offrire un contributo prezioso alla comprensione della vita e dell’opera dello scrittore, disegnando un ritratto intimo della sua figura di uomo, sfatando i luoghi comuni sul personaggio pubblico e sottolineando il suo movente più appassionato, la strenua ricerca di verità.

Con la pubblicazione de Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), Sciascia getta solide basi per quello che diventerà il noir sociale italiano, irrompendo «in una narrativa che fino a quel momento della mafia aveva fornito una rappresentazione apologetica e in una società che, negli organi politici e di informazione, ne negava addirittura l’esistenza» (v. Antonella Guerra, Urbinoir 2015).

Fabrizio, tu conosci molto bene il romanzo, lo hai addirittura trasposto per il teatro. A tuo parere, quanto è attuale il suo messaggio di denuncia?

Purtroppo è attualissimo, e va molto al di là della lotta alla mafia. Mio nonno ha detto e scritto in più di un’occasione che, poiché la sfiducia nelle idee che aveva caratterizzato la storia della Sicilia si diffondeva in ogni angolo del pianeta, questa bellissima e tragica isola, dalla quale lui non s’era mai davvero allontanato, avrebbe potuto essere eletta a metafora del mondo. Oggi, in una società ipnotizzata e bipolare, in cui si continua a ripetere che non v’è alternativa a un sistema che pure palesemente non funziona, in un continente europeo retto dalla magia nera mascherata da alta finanza, una vita basata sulla passività e sull’obbedienza viene subdolamente imposta a cittadini di nuovo trasformati in sudditi: pena l’esclusione dai diritti basilari, che in un futuro relativamente prossimo di questo passo diventerà perdita definitiva della facoltà di parlare. Tutto o quasi intorno a noi è gestito con metodi mafiosi; e i capitani Bellodi – o i Don Chisciotte – che provano a opporsi vengono silenziati. Nel cupo, liquido formicaio – sono parole di Sciascia – ci sono ancora molti onorevoli che non hanno mai avuto una sola idea in vita loro. Ma tanto – e anche questo mio nonno l’aveva già detto al termine della sua esperienza da deputato – il Potere è altrove…

Ritieni che nel panorama della narrativa italiana esistano autori di pari impegno sociale?

Istintivamente mi verrebbe da rispondere: assolutamente no. Una risposta più ponderata però sarebbe: apparentemente no. Non foss’altro che per un calcolo delle probabilità, tra i sessanta milioni di abitanti dell’Italia o tra i circa settecentocinquanta milioni di abitanti dell’Europa, ci saranno tanti individui intelligenti, liberi, coraggiosi e scomodi; ma il sistema – termine equivoco epperò dolorosamente efficace – non permette loro di emergere. In Italia, comunque, per quel che vale la mia opinione, il panorama è abbastanza desolante. D’altra parte, nessuna nazione vive come l’Italia un così lacerante contrasto fra glorioso passato e odioso presente.

In una “Nota” che accompagnava Il giorno della civetta, Sciascia stesso sottolineava l’adesione dell’opera a una realtà fattuale, espressa sì in forma di romanzo ma non per questo meno rappresentativa di un contesto tangibile e drammatico. Anche Gramsci d’altronde, esprimendosi a proposito del genere poliziesco (Quaderni del carcere, n°21, 1934-35) aveva sostenuto che un più costruttivo discorso sul “giallo” muoveva dalla letteratura popolare delle causes célèbres.

Dunque, per Sciascia solo noir sociale? E il giallo deduttivo, il rompicapo alla whodunit?

Decisamente un po’ di tutto; e d’altro canto questo vale per una cospicua parte della letteratura. Così come la pittura è piena di quadri “simbolisti” dipinti prima della fine del XIX secolo, anche in tanta letteratura è possibile riconoscere elementi “gialli” o rompicapi prima dell’ingresso in scena di Auguste Dupin. Non è un segreto che mio nonno fosse un appassionato lettore di gialli: ancora oggi, dagli scaffali della casa di Racalmuto e di quella di Palermo, emerge di tutto: da Agatha Christie a Georges Simenon, da Carter Dickson a Ed McBain, da Franco Enna a E. S. Gardner, da Gilbert Keith Chesterton a Graham Greene fino a Gadda. Sciascia sosteneva che la dimestichezza con questo genere letterario insegnasse a scrivere, che aiutasse a trovare e a creare al contempo la logica della narrazione e quella della singola frase. Quasi tutti i romanzi di Sciascia sono costruiti secondo una tecnica che è debitrice di queste letture.

Sciascia, oltre che autore di alcuni romanzi che ruotano attorno a un mistero e a un crimine (Il giorno della civetta, Todo modo, A ciascuno il suo, Il contesto. Una parodia, Il cavaliere e la morte, Una storia semplice) è stato un appassionato di narrativa di quel genere e un formidabile saggista in materia. Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo (Adelphi, 2018) raccoglie ventitré suoi testi in tema, compilati tra il 1953 e il 1989: sulla letteratura poliziesca, su Maigret e Simenon e su altri autori, quali Spillane, Chesterton, Wallace, Doyle, Christie, ecc. Di Simenon in particolare afferma: «Ci sarà magari in lui qualcosa di mancato: sarà un Gogol mancato, un Cechov mancato: ma è certo uno degli scrittori del nostro tempo più vicino alle ragioni umane, all’uomo com’è».

Simenon, e il suo Maigret, vicino agli ultimi…è questo in particolare che glielo faceva sentire così vicino?

È probabile. E ancor prima, il fatto che Maigret fosse molto umano, che non avesse appunto quelle caratteristiche da superuomo alla Sherlock Holmes e nemmeno la brutalità dei detective di Hammett o di Chandler. E poi, a proposito di costruzioni narrative, Simenon è un maestro, ben al di là dei romanzi del ciclo di Maigret. Nello scantinato dell’appartamento palermitano anni fa ho scovato e letto con enorme piacere perfino opere più o meno dimenticate come Il clan degli ostendesi.

Sciascia sosteneva che la tecnica narrativa di Simenon, il suo modo di ordinare la realtà, di dare un senso, di collegare le cause e gli effetti, di far scaturire il mistero della verità era senza dubbio una grande lezione di scrittura e di letteratura. In sintonia, io credo, con la metodologia di una indagine della realtà praticata da Sciascia tutta la vita, sul filo del rigore della ragione.

Una finzione letteraria divenuta in Sciascia strumento di verità, di resistenza alla menzogna del potere?

Una resistenza senza clamori e sempre schierata con la ragione. D’altronde, credo che si potrebbe affermare che indagine e ragione sono due concetti intimamente legati. Bisogna collegare con intelligenza gli indizi, ma questi indizi devono assumere valore di prova: aveva detto Sciascia a proposito delle inchieste sulla mafia. E, per rimanere nel campo delle citazioni e per riallacciarci alla domanda precedente, come non riconoscere la saggezza della regola che Simenon aveva imposto a Maigret: Comprendere e non giudicare, perché nella vita esistono solo vittime e non colpevoli? Il che ci fa chiudere il cerchio con i riferimenti iniziali all’attualità: come potrebbero affiorare scrittori così genuinamente scorretti nella continua mistificazione a base di marketing inutile – o utile a chi ricicla denaro – di oggi?

Per finire con un sorriso, rivolto in particolare ai cultori del giallo classico, sottolineo che Sciascia era così rispettoso dei suoi lettori da non violare mai nei suoi romanzi le venti regole d’oro dettate da Van Dine: nessun inganno dunque per chi leggeva e le stesse possibilità di risolvere il mistero dell’investigatore. Forse però è più corretto affermare che i romanzi di Sciascia del giallo hanno solo l’apparenza.

E magari, visto che il grande maestro utilizzava questa forma narrativa e la trasformava per poter riprodurre obiettivamente la realtà della vita, possiamo scorgere un tributo della sua ispirazione al genere hard boiled fondato su un più crudo realismo?

Questo non credo. Non aveva in realtà molta propensione verso quest’area del poliziesco. Però sì: Sciascia era cresciuto in un mondo smaccatamente e protervamente ingiusto, per certi versi violento; e questo aveva generato in lui una sorta d’indignazione; e forse aveva conferito alla sue idee – quasi mai alle sua immagini – una certa crudezza. Ciò che mi sembra caratterizzi il realismo di Sciascia è che le sue storie – siano o no ambientate in Sicilia – divengono metafore comprensibili in ogni angolo del globo. Il giorno della civetta è stato tradotto in thailandese, in vietnamita, in giapponese… in più di quaranta lingue. Perché la vicenda narrata nel romanzo e le sue implicazioni etiche interpellano qualunque lettore. Questa era una capacità fino ad alcuni decenni or sono relativamente comune, non solo negli scrittori, ma per esempio anche nei registi italiani. Oggi, tutti noi avremmo il dovere di chiederci: come è possibile che l’Italia sia una nazione culturalmente così marginale? Naturalmente replicare a questa domanda è operazione non solo complessa, ma che presuppone una forte autocritica. È più che probabile che l’imperante concetto di politicamente corretto abbia imbrigliato la vivacità intellettuale e deduttiva di molti di noi. E l’ha imbrigliata già da troppo tempo. Ma tanto gli eventi della Storia stanno sopraggiungendo a spazzare via tutto questo.

Un grazie particolare a Fabrizio Catalano che ho incontrato qui a distanza di tempo ma con immutato piacere. E al quale va un plauso particolare per custodire la preziosa eredità di Leonardo Sciascia, con pari fervore di cultura e intensità di impegno civile.

Grazie a te, cara Giusy, per le tue fin troppo generose parole. In questa stagione così omologata e vigliacca, resiste per fortuna un manipolo di disperati che prova a non essere indegno di chi li ha preceduti.

L’autore

Fabrizio Catalano (Palermo, 14 ottobre 1975). Regista e drammaturgo, dopo aver diretto diversi documentari e cortometraggi, si è dedicato prevalentemente al teatro , riscuotendo un notevole successo di pubblico e di critica con alcuni spettacoli tratti dalle opere del nonno Leonardo Sciascia (Il giorno della civetta, Todo modo, A ciascuno il suo, La scomparsa di Majorana) e non (Amore intorno al vuoto, Dannata bellezza). È stato per tre anni direttore artistico del Teatro Regina Margherita di Racalmuto. È anche autore di alcuni romanzi (Le viole dagli occhi chiusi, Una goccia d’ambra nella neve, La profanazione del pudore), di articoli e saggi (Il tenace concetto, Sciascia e il cinema, L’immaginario rubato). Ha inoltre tradotto dal francese liriche e testi teatrali di Charles Van Lerberghe, Georges Rodenbach, Émile Verhaeren, Auguste de Villiers de l’Isle-Adam. Ha appena terminato di girare in Bolivia, assieme a Fátima Lazarte, un pamphlet per immagini che teorizza il possibile ritorno delle società matriarcali, intitolato Irregular.

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