Ryan Gattis (Illinois, 1979) è uno scrittore statunitense che vive e lavora a Los Angeles. Dopo aver conseguito un Bachelor of Fine Arts alla Chapman University nel 2001, l’anno successivo ottiene anche un Master of Arts in scrittura creativa alla University of East Anglia. È autore di otto romanzi, tra cui Giorni di fuoco e Uscita di sicurezza, tradotti e pubblicati in Italia da Guanda.

Socialmente molto attivo, è membro di UGLARWorks, una crew di arte visiva urbana, e di Heritage Future, un’organizzazione no profit che si occupa della difesa e della diffusione del patrimonio culturale e letterario. Lui stesso racconta di quanto una terribile esperienza vissuta a diciassette anni gli permetta di entrare in connessione con le persone che sono state vittime di violenza: è stato infatti vittima di aggressione da parte di un giocatore di football, costatagli due interventi di ricostruzione facciale e un anno di sofferenze.

La sua empatia e l’incredibile passione che mette nel processo di meticolosa documentazione sono il suo tratto distintivo. Non ha infatti paura di “sporcarsi le mani” ed entrare in profonda connessione con gli avvenimenti di cui scrive (come le Los Angeles Riots o il fallimento della Lehman Brothers), e con i suoi protagonisti.

Ne Il sistema, il suo ultimo libro, tratta in modo accurato il fenomeno delle gang di Los Angeles, fornendoci un’accurata fotografia della città e della comunità ispanica negli anni 90. Un romanzo corale dal ritmo serrato che ci restituisce una profonda umanità e tutto il dolore che può provocare, di cui abbiamo parlato QUI.

Ryan Gattis ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Il sistema è un romanzo ambientato negli anni ’90, all’indomani delle Los Angeles Riots del 1992, una serie di sommosse durate sei giorni che hanno avuto come innesco l’uccisione di un uomo afroamericano da parte di un agente di polizia. Hai fatto questa scelta con lo scopo mettere in luce come nulla fino a oggi sia cambiato?

I semi gettati in quell’epoca ci aiutano a capire dove sono ora gli Stati Uniti, soprattutto per quanto concerne il ruolo delle bande delle prigioni all’interno delle istituzioni. Inoltre, i tribunali della droga sono stati introdotti nella contea di Los Angeles all’inizio del 1994; anche la legge dei “tre colpi”  (che prevede che per il recidivo che arriva a compiere tre reati simili venga riservata una condanna molto più pesante, che può arrivare all’ergastolo) è stata promulgata nel 1994. Entrambe queste cose hanno gettato le basi per il mantenimento dell’ordine e per dove siamo oggi. Una cosa che volevo rendere molto chiara nel mio romanzo è che non esiste una cosa che funzioni per tutti quando si tratta di giustizia, e che il fallimento nell’affrontare gli errori del passato porta quasi sempre a qualcosa di più o meno uguale.

Il libro presenta delle descrizioni estremamente accurate della vita delle bande di Los Angeles e dei codici che ne governano l’esistenza. Come ti sei documento? Hai tratto ispirazione da personaggi reali?

Ho fatto centinaia di ore di interviste con una dozzina di persone precedentemente incarcerate sulle loro esperienze all’interno del sistema di giustizia penale della contea di Los Angeles, e poi ho guardato dentro me stesso. Ho visitato sette carceri e prigioni in tutta la California meridionale con specialisti di gang, in particolare la prigione centrale maschile (MCJ) della contea di Los Angeles, la struttura correttiva della contea settentrionale (NCCF) e le strutture per uomini e donne della prigione di Chino. Sono stato nei posti in cui stanno i miei personaggi nel libro. Ho partecipato a un processo per cospirazione tra bande, dalla selezione della giuria ai verdetti, e ho parlato con il giudice e gli avvocati ogni volta che era possibile. Ho passato un anno con un agente per la libertà vigilata. La chiave del mio processo di scrittura, ovviamente, è guadagnare esperienza senza lasciare che la ricerca appesantisca la storia. Il mio obiettivo era sempre quello di lasciare che la trama si evolvesse organicamente sulla base degli ostacoli del mondo reale che qualsiasi imputato avrebbe potuto incontrare. Il risultato finale è che la narrazione è dettagliata e profonda, ma è pur sempre un thriller. Il ritmo e la posta in gioco sono primari. Sempre.

Anche il sistema giudiziario è trattato con una cura estrema, tipica del legal thriller. Sembra quasi che tu abbia voluto contaminare il romanzo con vari generi e stili. È una scelta voluta?

Quando l’idea per il libro ha iniziato a prendere forma, mi sono chiesto: è possibile scrivere un romanzo che sia in parti uguali gang procedural, police procedural e legal thriller? Posso davvero mostrare tutte queste complessità? I pro e i contro? Dopo aver riflettuto un po’, mi è sembrato che questo fosse esattamente ciò che il sistema di giustizia penale in America è per quasi tutti gli imputati (dal crimine alle indagini, alla custodia e al processo), e Los Angeles è il microcosmo perfetto. Quindi, ho cercato di raccontare la storia di un singolo crimine, dal primo colpo di pistola al verdetto finale e alle sue conseguenze immediate, con quante più voci possibili per dargli una portata genuina e la massima umanità.

Il Sistema è una storia corale nella quale ciascun personaggio ha un ruolo da protagonista. Da cosa nasce questa impostazione?

Parlo con ex membri di una gang latina a South Central LA da più di un decennio. Ogni giorno, lavoro per meritare la fiducia che ripongono in me nel raccontare le cose così come sono. Se scrivessi saggistica, molte persone non parlerebbero con me, perché raccontare le loro storie potrebbe metterle a rischio di essere perseguiti penalmente. Inoltre, ho la fortuna di conoscere e parlare con diverse persone da ogni lato (ex gangster, sceriffi, avvocati e altro), e da ciò ne consegue la responsabilità di esplorare l’umanità e la storia da tutte le angolazioni nel mio lavoro, così i lettori possono scegliere come sentirsi riguardo alla storia, agli argomenti e ai temi più ampi. Credo che utilizzare la libertà della narrativa sia l’unico modo per rendere giustizia a questo obiettivo.

Tra le pagine del libro, buoni e cattivi non sembrano essere divisi da una linea di demarcazione così netta come vorremmo. Credi che anche nella realtà sia impossibile essere davvero dalla parte dei buoni? C’è possibilità di riscatto anche per gli ultimi della società?

Nel mio lavoro, l’esplorazione dell’umanità nelle circostanze più difficili è della massima importanza. I miei cosiddetti personaggi cattivi hanno del buono in sé (in effetti hanno umorismo, famiglie, speranze e sogni), e anche i personaggi generalmente buoni hanno un lato cattivo, proprio come qualsiasi essere umano. Per quanto riguarda la tua ultima domanda: escludendo i veri squilibrati, c’è sempre, sempre una possibilità di redenzione.

Pensi che oggi il noir, e più in generale il romanzo, possa essere uno strumento di denuncia utile per raggiungere quel cambiamento di cui la società americana ha ancora un estremo bisogno?

L’arte sarà sempre una strada da seguire. Deve essere creata dal cuore per consentirci una visione delle cose che potremmo non sempre desiderare vedere, pensare o discutere, ma di cui abbiamo bisogno. E il genere, forse anche il noir in particolare, consente di raccontare storie che una persona normale potrebbe ignorare se non fosse per un’introduzione avvincente, una posta in gioco alta e un ritmo solido. Penso che sarà sempre necessario, soprattutto in America.

Se dovessi indicare tre parole che ti rappresentano, quali sarebbero?

Considerato. Rispettoso. Ascoltatore.

Se dovessi scegliere tre cose di cui non potresti mai fare a meno, ovviamente escludendo la scrittura, quali sarebbero?

Famiglia, arte e musica.

Prima di salutarci e anzi, proprio per inaugurare un saluto di eccezione, che messaggio o augurio ti piacerebbe lasciare ai nostri lettori?

Ascolta quando possibile. Apri il tuo cuore. Leggi cose che ti sfidano, che ti mettono persino a disagio. Prometto che alla fine ne varrà la pena. Oh, sì, e sii gentile, ogni volta che puoi. Saresti sorpreso di quanto lontano può portarti la gentilezza, anche nelle circostanze più difficili, con le persone più difficili.

The System is a novel set in the 1990s, in the period after the 1992 Los Angeles Riots, a series of riots that have been triggered by the killing of an African American man by a police officer. Have you made this choice with the aim of highlighting how nothing has changed up to now?

The seeds sown in that era help us understand where the United States is now, especially regarding the role of prison gangs within institutions. What’s more, drug courts were introduced in L.A. County in early 1994; the three strikes sentencing law was enacted in 1994, too. Both of these things set the broader stage for policing and where we are today. One thing I wanted to make abundantly clear in my novel is that there is no such thing as one-size-fits-all when it comes to justice, and a failure to address the sins of the past nearly always leads to more of the same.

In the book there are extremely accurate descriptions of the life of the Los Angeles gangs and the codes that govern their existence. How did you document yourself? Were you inspired by real characters?

I did hundreds of hours of background interviews with a dozen formerly incarcerated individuals about their experiences inside L.A. County’s criminal justice system, and then, I went inside myself. I toured seven jails and prisons across Southern California with gang specialists, most notably L.A. County’s Men’s Central Jail (MCJ), the North County Correctional Facility (NCCF), and the men’s and women’s facilities at Chino Prison. I stood in the places my characters stand in the book. I attended a gang conspiracy trial—from jury selection to verdicts—and spoke to the judge and lawyers whenever possible. I spent a year with a parole agent. The key to my fiction-writing process, of course, is to earn the experience without letting the research weigh down the story. My goal was always to let the plot evolve organically from real world obstacles that any defendant might face. The end result is that the fiction is detailed and deep, but it’s still a thriller. Pace and stakes are primary. Always.

The judicial system is also treated with extreme care, typical of the legal thriller genre. It almost seems that you wanted to contaminate the novel with various genres and styles. Is it a deliberate choice?

As the idea for the book began to form, I wondered: is it possible to write a novel that is equal parts gang procedural, police procedural, and legal thriller? Can I really show all these complexities? The ins-and-outs? After some thinking it seemed to me that this is exactly what the criminal justice system is in America for nearly any defendant (from crime to investigation, custody, and trial), and LA is the perfect microcosm. So, I sought to tell the tale of one single crime—from the first gunshot to the final verdict and its immediate aftermath—with as many voices as possible to give it genuine scope and maximum humanity.

The System is a choral story in which each character has a leading role. Where does this approach come from?

I’ve been speaking with former Latino gang members in South Central L.A. for more than a decade. Every day, I work to justify their faith in me to tell it like it is in my writing. If I wrote non-fiction, many folks would not speak to me, because telling their stories may put them at prosecutorial risk. What’s more, I am fortunate to know and speak to people on all sides (ex-gangsters, Sheriffs, lawyers, and more), and with that comes the responsibility of exploring humanity and history from all angles in my work—so readers can decide for themselves how to feel about the tale, and indeed, the broader topics and themes. I believe utilizing the freedom of fiction is the only way to do justice to that goal.

In your novel, the good ones and the bad ones don’t seem to be divided by as sharp a dividing line as we would like. Do you think that it is impossible to really be on the side of the good ones, even in reality? Is there a possibility of redemption even for the “last ones” of the society?

In my work, the exploration of humanity in the most difficult of circumstances is of the utmost importance. Even my so-called bad characters have good in them (indeed, they have humor, families, hopes, and dreams), and the generally good characters also have bad in them—just like any human beings. As far as your last question: except for the truly unhinged, there is always, always a possibility of redemption.

Do you think that today the noir genre, and more generally the novel, can be a useful tool of denunciation to achieve that change that American society still extremely needs?

Art will always be a way forward. It must be created from the heart to allow us a lens on the things we might not always wish to see, think of, or discuss, but need to. And genre—perhaps even noir in particular—allows for telling tales the average person might ignore if not for a very good hook, high stakes, and solid pace. I think it will always be needed, especially in America.

If you had to choose three words that represent you, what would they be?

Considered. Respectful. Listener.

If you had to choose three things that you could never do without, obviously excluding writing, what would they be?

Family, art, and music.

Before saying goodbye and even better, to inaugurate a greeting of exception, what message or wish would you like to leave to our readers?

Listen whenever possible. Be open-hearted. Read things that challenge you, even make you uncomfortable. I promise it will be worth it in the end. Oh, yes, and be kind, whenever you possibly can. You’d be surprised how far it might take you, even in the most difficult of circumstances, with the most difficult of people.

ThrillerLife ringrazia Ryan Gattis

a cura di Andrea Martina e Nina Palazzini

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