Romano De Marco, classe 1965, abruzzese, è un talentuoso autore italiano. Nonostante la scrittura non sia la sua prima professione, il suo amore per le storie e la sua creatività lo portano presto a intraprendere un percorso ricco di passione e soddisfazioni. Esordisce infatti nel 2009 con il romanzo Ferro e fuoco (pubblicato nella collana Il Giallo Mondadori n. 2974, e ripubblicato da Edizioni Pendragon nel 2012), punto di partenza di una carriera prolifica: seguono infatti Milano a mano armata (2011), A casa del diavolo (2013), Io la troverò (2014) Città di polvere e Morte di Luna (2015), L’uomo di casa (2017), Se la notte ti cerca (2018), Nero a Milano (2019) e Il cacciatore di anime (2020). Nel 2021 pubblica Un po’ di meno di niente (con lo pseudonimo di Vanni Sbragia) e Storie del borgo senza tempo, un’antologia di racconti inediti.

Oltre ai numerosi romanzi e agli altrettanto numerosi premi letterari vinti, pubblica articoli e racconti su Il Corriere della Sera, Linus e le collane del Giallo Mondadori. I suoi racconti sono stati inseriti in più di venti antologie, e nel 2019 è diventato direttore artistico del festival Giallodisera.

Nei suoi libri sono sempre presenti tematiche esistenziali, trattate attraverso la caratterizzazione dei personaggi che si muovono nelle vicende. L’intrattenimento fornito dalle trame ben congegnate completa il quadro, e consegna al lettore delle opere che, seppur riescono a farsi divorare, lasciano molto su cui riflettere.

Questa caratteristica non viene meno neanche nel suo ultimo romanzo, La casa sul promontorio, pubblicato da Salani il 24 marzo 2022. Un thriller intimo, buio e coinvolgente, che abbiamo recensito QUI.

Romano De Marco ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

La casa sul promontorio contiene molte riflessioni su come passa le giornate uno scrittore intento nella stesura di un libro e su come viva il confronto con altri autori. Queste riflessioni descrivono il tuo modo di lavorare? Quanto di Mattia Lanza, nella sua veste di scrittore, combacia con lo scrittore Romano De Marco?

Praticamente nulla. Mattia Lanza è un top seller, uno scrittore sempre ai vertici delle classifiche famoso non solo in Italia ma nel mondo. Io ho un altro lavoro (il dirigente di banca) e devo accontentarmi di scrivere nel tempo libero che si riduce sempre di più a ogni anno che passa. Il mio approccio alla scrittura è strettamente legato al piacere e alla passione di mettere le mie storie su carta, non sono afflitto da obblighi, da scadenze, dalla costante insoddisfazione che, nel caso di Matia Lanza si manifesta nella delusione di non essere considerato anche dalla critica oltre che dal pubblico.

Appena arrivato nella casa sul promontorio, Mattia ritrova un sacchetto contenente strani oggetti che si scopriranno poi essere legati alle superstizioni degli indiani d’America. L’inserimento di questo elemento “magico” serve per accrescere il senso di persecuzione provato dal protagonista e dare una connotazione diversa alla sventura che sembra affliggere Mattia? Perché proprio la scelta dei nativi nord americani?

Perché quella che narro nel romanzo è una storia vera. I nativi americani hanno combattuto davvero nell’esercito canadese come alleati delle forze americane. Ortona era situata sulla linea Gustav, una delle linee di difesa dell’esercito nazista dall’avanzata degli alleati. Volevo raccontare qualcosa di particolare sulla mia città e questa storia mi è sembrata degna di essere citata anche perché contribuisce ad accrescere l’alone di mistero e paura che si addensa sulla permanenza di Mattia nella casa sul promontorio.

Quando si arriva all’ultima riga del romanzo, la prima cosa che viene da pensare è che non possa finire così. Valutando però l’intreccio narrativo, si arriva a comprendere che in realtà è il finale perfetto. La scelta del finale aperto è stata fatta appositamente per lasciare al lettore la possibilità di scegliere se credere o meno alla colpevolezza del presunto responsabile della morte della famiglia di Mattia? Perché non chiudere con il lieto fine pre-epilogo?

Cerco sempre di creare dei finali che stupiscano il lettore ma che, allo stesso tempo siano “sostenibili”. Stavolta, avendo scelto la strada del racconto metanarrativo, l’occasione di giocare in tal senso anche col finale era troppo ghiotta per non approfittarne. Comunque, io non lo considero un finale aperto. Secondo me, leggendo l’ultima pagina, appare molto chiaro ciò che è accaduto. Tanto per fare un parallelo, così come non ritengo aperto il finale di un film come Basic Istinct. Sono semplicemente storie che chiedono una presa di posizione al lettore.

Il modo in cui viene ritrovata la famiglia di Mattia dopo l’assassinio è così organizzato che sembra quasi voler nascondere un messaggio. Come mai l’assassino sceglie una disposizione precisa per i corpi? Quale emozione voleva far provare a chi avrebbe trovato i cadaveri e quale avremmo dovuto provare noi lettori?  

La disposizione dei corpi viene dalla necessità dell’assassino di sottolineare che quel discorso, quello della famiglia di Mattia, è chiuso per sempre. Il messaggio è “Vedi? Sono tutti qui, tutti morti, non ci sono più. Ora sei solo.”

Se dovessi indicare tre parole che ti rappresentano, quali sarebbero?

Sempre forza Roma.

Se dovessi scegliere tre cose di cui non potresti mai fare a meno, ovviamente escludendo la scrittura, quali sarebbero?

I fumetti, la coca cola, il sesso. In quest’ordine.

Prima di salutarci e anzi, proprio per inaugurare un saluto di eccezione, che messaggio o augurio ti piacerebbe lasciare ai nostri lettori?

L’augurio è quello di essere sempre dei grandi lettori, cosa ben più importante dell’essere mediocri scrittori. Siate come Borges che disse: “Menino vanto gli altri delle parole che hanno scritto. Il mio orgoglio sta in quelle che ho letto.”

ThrillerLife ringrazia Romano De Marco

a cura di _leggichetipassa e Nina Palazzini

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