Goodbye Hotel
Recensione di: Giorgia Gallerani
Trama:
C’è un posto, a New York, che chiamano Goodbye Hotel, perché è l’ultimo rifugio di chi, per ragioni diverse, si è allontanato dal mondo e nel mondo non vuole (o non può) più tornare. Lì, mentre una nevicata «ipnotica» cade sulla città, François siede davanti al fuoco, stappa una bottiglia di vino da quattro soldi e inizia a scrivere la sua storia. Vuole metterci a parte di un avvenimento capitato venticinque anni prima, ma soprattutto raccontarci quello che sarebbe potuto succedere e – forse – è successo davvero.
Ha a disposizione solo «un pezzetto di verità», che certo non basta a colmare tutti i vuoti. La sua voce, carica di un’antica sofferenza, ci trasporta ancora una volta a Harmony, un’anonima cittadina del Sud degli Stati Uniti, dove ogni sera «si confonde con un milione di altre sere» e i giovani sono «destinati a perdersi» ma non smettono di desiderare «l’impossibile». Dove «non c’è differenza fra chi è amato e chi non lo è», perché «tutti si sentono soli, con addosso la maledizione di un vuoto americano che gli cresce dentro».
Eppure, come sanno i lettori di L’ultima cosa bella sulla faccia della terra, Harmony è anche un crocevia dove il destino dà appuntamento alle sue vittime ignare: in questo caso due ragazzi innamorati e un misterioso uomo con un completo di seersucker, che in una notte di fine estate si incontrano sotto lo sguardo benevolo e saggio di Lazarus, una tartaruga dai poteri chiaroveggenti, indimenticabile protagonista del romanzo.
Perché nell’universo di Michael Bible il passato può facilmente diventare futuro e viceversa; come in un sogno di David Lynch, a una dimensione della realtà ne corrispondono infinite altre, parallele e comunicanti. Non ci resta quindi che abbandonarci al ruolo di testimoni involontari e accettare che la verità a volte risulti inaccessibile, protetta da un guscio di bugie e inganni simile a quello di una testuggine centenaria.
Recensione:
Leggendo Goodbye Hotel di Michael Bible, pubblicato da Adelphi nel 2025, il lettore si ritrova in uno strano albergo sospeso sopra Manhattan, il Goodbye Hotel, dove il tempo sembra fermarsi e in cui si rifugiano “quelli che non hanno più niente da dire al mondo”. È lì che vive François, il protagonista. Un uomo con un passato pesante che lo tormenta da venticinque anni, e una storia che tenta di raccontare — a sé stesso, prima ancora che a noi. Scrive accanto a un camino, tra pile di manoscritti e pensieri mai detti, cercando di ricucire un evento che ha spezzato la sua vita in due.
La narrazione si sviluppa su diversi livelli temporali, ma al centro di tutto resta un evento cruciale: una notte a Harmony, una piccola città del Sud degli Stati Uniti. È lì che accade qualcosa — qualcosa di oscuro, irrisolto — che cambia per sempre la vita di François e di chi gli era vicino. Ma il punto è che, in questo romanzo, la verità non è mai una sola, definitiva. Michael Bible ce la restituisce in modo frammentato, come se la osservassimo attraverso pezzi di vetro incrinati: ogni personaggio racconta una versione diversa, ogni prospettiva aggiunge un tassello, ma nessuna riesce a contenere il tutto.
Accanto a François c’è Eleanor, una figura enigmatica, dolce e sfuggente, che compare e scompare come fanno certi ricordi. E poi ci sono loro, le due tartarughe: Lazarus e Little Lazarus. Queste due creature sono forse i personaggi più profondi del libro. Lazarus è vecchissima, saggia, quasi magica. È testimone silenziosa del tempo che passa, delle parole non dette, dei traumi taciuti. È come se guardasse gli esseri umani con un misto di compassione e ironia. Little Lazarus, invece, è la piccola tartaruga che Eleanor porta con sé. Una nuova possibilità, un seme di rinascita.
Uno degli aspetti più originali di Goodbye Hotel è proprio questa struttura a più voci, dove i capitoli si alternano fra i punti di vista dei protagonisti. E sorprendentemente, anche le tartarughe parlano – o meglio, riflettono – con un tono buffo e profondo, a tratti quasi filosofico.
Uno dei temi centrali del romanzo è la memoria intesa come qualcosa di profondamente personale e instabile. Michael Bible ci mostra come ogni personaggio, per sopravvivere al proprio dolore, costruisca una narrazione del passato che gli permetta di andare avanti, anche a costo di deformarlo.
Bible scrive con uno stile molto semplice, ma denso di atmosfera. Le frasi sono brevi, i capitoli tagliati come fotogrammi. Non c’è retorica, non ci sono colpi di scena. Solo una grande delicatezza. E, sotto, una malinconia di fondo che non è mai disperazione, ma piuttosto una forma di tenerezza.
Goodbye Hotel non è un romanzo che si preoccupa di offrire risposte chiare o definitive. Ed è proprio questa sua qualità a renderlo affascinante: ci guida nel mistero di ciò che siamo, nelle nostre verità frammentarie e imperfette, nel profondo desiderio di essere ascoltati, anche solo da una tartaruga centenaria. E, alla fine, ci lascia con una sensazione strana ma bella: forse, in mezzo al rumore del mondo, c’è ancora spazio per un po’ di silenzio.
Traduzione: Martina Testa
Editore: Adelphi
Pagine: 156
Anno di Pubblicazione: 2025
Autore:

Michael Bible è uno scrittore americano nato nel North Carolina, noto per i suoi romanzi “L’ultima cosa bella sulla faccia della terra” e “Goodbye Hotel”, pubblicati in Italia da Adelphi Edizioni. Ha scritto anche per varie riviste come Oxford American, The Paris Review Daily, e Al-Jazeera America. La sua scrittura è stata descritta come visionaria, concreta e carica di accenti biblici, con recensioni che elogiano la sua poetica concreta.