La maledizione dei Montrolfe – Rohan O’Grady

La maledizione dei Montrolfe
Durante il giorno esistevo solo per tornare a dormire, in modo da poterla sognare.

La maledizione dei Montrolfe

Recensione di: Eleonora Francesca Grotto

TRAMA:

È con passo lento e strascicato che John Montrolfe sale i gradini di Cliff House, la grande casa sulla scogliera che da oggi sarà sua. Quella magione ormai in rovina non è, tuttavia, l’unica cosa che Montrolfe, ultimo rappresentante di una schiatta formidabile, ha ereditato: una terribile deformità fisica si tramanda come una maledizione nella sua famiglia. L’accoglienza a Cliff House è fredda, ma le notti di John sono rischiarate da un evento portentoso: l’apparizione di una fanciulla dalla pelle di seta bianca e gli occhi color genziana, che lo guarda come nessuna lo ha mai guardato prima.

È il fantasma che, da quando esiste Cliff House, tormenta i Montrolfe, rendendoli pazzi d’amore. Fino a che, in una notte d’orrore, il sogno si fa incubo – il fantasma muore, il collo spezzato. Per John è l’inizio di un’affannosa ricerca della verità: chi era la ragazza del sogno, se mai è esistita? E quel quaderno ritrovato in uno scrittoio, che racconta la storia di Catherine Barton, a chi appartiene? Che fine terribile, povera Catherine!

Nata con uno spirito ardente, una mente brillante e un cuore che non conosce paura, forse è stata vittima dell’incantesimo di Max Fabian, misterioso bandito dalla bellezza di angelo caduto. O forse la verità è nascosta ancora più a fondo, in un luogo oscuro dove le delicate fattezze della giovane paiono più le sembianze di una piccola Lady Macbeth…

RECENSIONE:

Rohan O’Grady con “La maledizione dei Montrolfe” ci propone una riscoperta gotica che, pur mostrando pregi evidenti, non riesce del tutto a mantenere le promesse dell’incipit. Dimenticato per oltre cinquant’anni e pubblicato per la prima volta in Italia da Neri Pozza, questo romanzo si inserisce nella tradizione della narrativa gotica classica con risultati alterni.

L’autrice canadese costruisce un’atmosfera suggestiva sin dalle prime pagine: Cliff House, la magione in rovina sulla scogliera inglese, è un perfetto esempio di ambientazione gotica, con la sua decadenza malinconica e i segreti che custodisce. Il protagonista John Montrolfe, fisico nucleare afflitto da deformità fisiche ereditate dalla sua famiglia, è un personaggio interessante nella sua solitudine e nella sua ricerca ossessiva della verità. L’apparizione notturna del fantasma femminile che tormenta la sua famiglia da generazioni crea un’aspettativa narrativa intrigante.

Uno degli elementi più riusciti del romanzo è sicuramente il rapporto tra John e la vecchia tata Beckett, custode novantatreenne dei segreti di famiglia. I dialoghi tra i due hanno un’ironia sottile e a tratti comica che alleggerisce la cupezza della storia, regalando momenti di autentica brillantezza narrativa. Rohan O’Grady dimostra qui la sua capacità di mescolare registri diversi senza cadere nel grottesco.

La struttura a matrioska del romanzo – con il diario settecentesco di Catherine Barton che si inserisce nella narrazione principale – è un espediente ambizioso. L’autrice cerca di intrecciare romanzo epistolare, gotico tradizionale e persino elementi da legal thriller d’epoca. Purtroppo, proprio questa ambizione finisce per disperdere la tensione narrativa. Il passaggio continuo tra le due linee temporali, pur interessante sulla carta, rallenta il ritmo e la storia fatica a mantenere la coesione.

Il principale limite de “La maledizione dei Montrolfe” risiede proprio nella gestione del ritmo. Dopo un inizio promettente, la narrazione si perde in divagazioni che allontanano il lettore dal cuore della storia. Il mistero del fantasma, che dovrebbe essere il motore dell’intreccio, viene diluito in troppe sottotrame che non sempre si armonizzano tra loro. La parte centrale del romanzo, dedicata quasi interamente al diario di Catherine, rischia di far perdere il filo conduttore, trasformando quello che era nato come un gotico avvincente in un romanzo storico di stampo avventuroso.

Anche la risoluzione finale non convince del tutto. Rohan O’Grady sceglie un finale metaforico che intreccia fantasia e realtà, ma l’effetto è più confusionario che suggestivo. Il lettore resta sospeso, non con quel senso di inquietudine tipico del grande gotico, ma piuttosto con una sensazione di incompiutezza. Viene da chiedersi se l’autrice stessa non fosse del tutto sicura di dove volesse portare la sua storia.

Va riconosciuto a Rohan O’Grady il merito di aver scritto un romanzo che sfugge alle categorizzazioni facili e che prova a ibridare generi diversi. La sua prosa è elegante e mai banale, ricca di quella ironia cupa che caratterizza le sue opere più riuscite come “Uccidiamo lo zio”. Tuttavia, “La maledizione dei Montrolfe” rimane una lettura dalla quale emerge più il potenziale dell’autrice che la piena realizzazione della sua visione.

In definitiva, questo romanzo si rivela un’esperienza di lettura piacevole ma non memorabile. Le atmosfere gotiche e il rapporto tra protagonista e governante salvano una narrazione che altrimenti rischierebbe di perdersi nelle sue stesse ambizioni. Una piccola gemma ritrovata, certamente, ma forse non abbastanza lucida da brillare davvero.

Traduzione: Ada Arduini

Editore: Neri Pozza

Pagine: 256

Anno di pubblicazione: 2025

AUTORE:

Rohan O'Grady

Rohan O’Grady è lo pseudonimo di June Margaret O’Grady Skinner (1922-2014), scrittrice canadese nota per i suoi romanzi di ispirazione gotica. Iniziò a scrivere narrativa all’età di quasi quarant’anni, mentre cresceva i suoi tre figli a West Vancouver. Tra le sue opere, “Uccidiamo lo zio” (1963), da cui il regista William Castle trasse il film cult “Gioco Mortale” nel 1966. Il cantautore britannico Morrissey si ispirò alle atmosfere cupe e decadenti delle sue opere per il suo secondo album da solista “Kill Uncle” (1991).

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