Luca Crovi: La mia Milano in noir

La Milano dei suoi romanzi

Luca Crovi – giornalista, scrittore, saggista tra i massimi esperti di narrativa giallo-noir – fa rivivere nei suoi romanzi una Milano d’antan, avvolta nella scighera e percorsa dai tram in legno. Dove la mala stessa, la ligera, ha una dimensione più umana, fatta com’è di poveri diavoli che faticano a sbarcare il lunario, ben diversi dai colletti bianchi del crimine organizzato che li seguiranno a distanza di qualche decennio. Una Milano che suona ancora del suo dialetto e profuma di cibi semplici e di fascino genuino. Una Milano molto amata da Luca Crovi, che qui ci spiega il perché.

La mia Milano in noir

di Luca Crovi

Ho sempre amato la mia città fin da piccolo per le sue storie e la sua dimensione di vita, per questo non la cambierei con nessun’altra al mondo. E proprio per questo, quando da grande ho iniziato a scrivere una serie di romanzi di atmosfera noir, ho deciso che Milano sarebbe stato il luogo dove le avrei ambientate. Per il periodo ho deciso di affidarmi alla possibilità di rimettere in scena un personaggio che ho sempre amato come il commissario Carlo De Vincenzi creato da Augusto de Angelis. Ho poi deciso di usare il dialetto che ho sempre trovato insostituibile nella mia quotidianità e vi ho aggiunto un uso oculato della biografia della famiglia di mia nonna, pescando poi a piene mani dalla cronaca del Corriere della Sera, dalle pubblicità dell’epoca e dagli aneddoti sui luoghi e i piccoli e grandi personaggi che animavano la mia città in quel periodo. E sono state poi le canzoni di Giovanni d’Anzi, dei Gufi, di Jannacci, di Gaber, di Gorni Kramer, di Cochi e Renato a guidare i miei sentimenti di scrittore e a costituire lo spirito di quello che ho scritto. 

La Milano della sua infanzia

Quando ero bambino i miei genitori mi portavano all’Angelicum, l’Auditorium dei Frati Minori situato in piazza Sant’Angelo, dove spesso il sabato mattina andavano in scena gli spettacoli del Teatro per Ragazzi. Molti di questi erano firmati da Gici Ganzini Granata, che ne curava anche la regia. E talvolta le musiche erano di Niny Comolli. Gici e Niny collaboravano in Rai con mio padre ai programmi del pomeriggio di cui lui era responsabile di produzione.

Assieme a loro mi capitò di incontrare spesso personaggi come Cino Tortorella, Tiziano Sclavi, Mino Milani, Bianca Pitzorno, Tinin e Velia Mantegazza. Tutte queste persone erano per me “gli amici colorati di papà”. Quelli divertenti, quelli che mi piaceva incontrare anche a pranzo o a cena perché avevano sempre una storia incredibile da raccontarmi. Quelli che mi facevano cantare, recitare, ballare, oppure mi stupivano costruendo oggetti anche solo con carta e forbici.

Mio fratello Alessio per un po’ era entrato a far parte dei Piccoli Cantori di Milano diretti da Niny Comolli, ed era stato lui a farmi innamorare di pezzi come Nostalgia de Milan e O mia bèla Madunina. In repertorio quel coro aveva anche Crapa pelada la fa i turtei, Maramao perché sei morto e Pippo, Pippo non lo sa. Non potevo immaginarmi allora quanto quelle canzoni fossero state fondamentali per la storia del nostro Paese e quanto fossero legate al periodo che sto raccontando nel ciclo dedicato al commissario Carlo De Vincenzi.  D’altra parte non potevo nemmeno sognarmi che avrei mai dedicato una storia a Giovanni D’Anzi come Il Gigante e la Madonnina. Poi, mentre scrivevo il romanzo L’ultima canzone del Naviglio, il mio amico disegnatore Tino Adamo mi ha dato da leggere un bellissimo volume su D’Anzi, con accluso un cd di canzoni curato dal presentatore Tony Martucci (buon amico di Niny Comolli e Gici Ganzini Granata, nonché autore del Caffè della Peppina), e così lì ho scoperto molti degli aneddoti sul piccolo re che ho poi raccontato. Per molti anni il Premio musicale Giovanni D’Anzi ha promosso in città la canzone popolare, e quando si è deciso di ridimensionarlo Tony Martucci e Roberto Brivio sono scesi in campo per difenderne la dignità e l’importanza musicale e culturale.

Mi piace cantare in milanese così come mi piace parlare in milanese. Credo che l’uso di questa lingua dia alle mie storie una forma e un sapore particolare così come la lingua di Vigata caratterizza le storie di Camilleri e quella di Roma identifica il pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda.  Cosi per dare voce alla mia città ho scritto tre romanzi dove cito spesso Carlo Porta, Emilio De Marchi, Arrigo Boito e dedico spazio a personaggi come Giuseppe Meazza, Arturo Toscanini, Giuseppe Verdi e Giovanni d’Anzi.  Il linguaggio del noir si è adattato in pieno a raccontarli. Milano d’altronde aveva già stregato Giorgio Scerbanenco, Renato Oliveri, Carlo Castellaneta, Luciano Bianciardi e Andrea G. Pinketts che ne hanno raccontato il benessere e il malessere nelle loro storie nere.

Autore

LUCA CROVI è tra i massimi esperti in Italia di letteratura di genere. Critico rock e conduttore radiofonico, Luca Crovi si è laureato in Filosofia con specializzazione in Storia Antica presso l’Università Cattolica di Milano.

Dopo aver lavorato per le case editrici Camunia e Garzanti è diventato redattore presso la Sergio Bonelli Editore, dove dal 1993 si occupa della collana Almanacchi. Contemporaneamente ha svolto l’attività di critico musicale per “Italia Oggi”, “Il Giornale” e “Max”. Ha debuttato come autore con un racconto dal titolo Bietole al forno uscito nell’antologia Misteri (1992, Camunia). È autore di saggi e romanzi, tra cui Noir. Istruzioni per l’uso (Garzanti Libri, 2013), La storia del giallo in 50 investigatori (Centauria, 2019), L’ombra del campione (neroRizzoli, 2018), L’ultima canzone del Naviglio (neroRizzoli, 2020), La storia del giallo italiano (Marsilio, 2020) e Il gigante e la Madonnina (neroRizzoli, 2022). Ha sceneggiato fumetti ispirati alle opere di Andrea G. Pinketts, Joe R. Lansdale e Massimo Carlotto. Per Marsilio è autore della monografia Tutti i colori del giallo (2002) che ha inspirato l’omonima trasmissione radiofonica andata in onda su Radio 2, con cui ha vinto il Premio Flaiano nel 2005.

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