Premio Scerbanenco2023: Speciale NOIR InFestival

Domani sabato 2 dicembre, nell’ambito del Noir InFestival, a Milano, sarà proclamato il vincitore del Premio Scerbanenco, che dal 1997, in accordo con la famiglia del celebre scrittore, elegge la miglior opera narrativa italiana dell’anno, nell’ambito del genere noir: un appuntamento imperdibile per gli amanti del genere.

Questi -in ordine rigorosamente alfabetico- i cinque titoli finalisti del premio:

Il misfatto della tonnara di Francesco Abate  (Einaudi)
L’inferno degli eletti di Cristina Brondoni  (Clown Bianco Edizioni)
La banda dei carusi di Cristina Cassar Scalia (Einaudi)
L’angelo di Castelforte di Gabriella Genisi (Rizzoli)
La fine è ignota di Bruno Morchio (Rizzoli)

Thriller Life ha avuto il piacere di intervistare i cinque finalisti.

Partiamo con Francesco Abate e Il misfatto della tonnara

In una vivacissima Cagliari di inizio ‘900, tra caffè chantant e manifestazioni teatrali, scontri tra socialisti e nazionalisti, manifestazioni femministe e lotte per l’emancipazione, Clara Simon indaga per scoprire l’identità dell’aggressore della “maestrina” Costanza Pes, una giovane suffragetta del Comitato Eleonora d’Arborea.

L’indagine, condotta con l’aiuto del collega Ugo Fassberger e del capitano dei Carabinieri Rodolfo Saporito, si muove su un terreno piuttosto scivoloso, nel quale si intrecciano interessi privati, calcoli politici e questioni di ordine pubblico.

Ma Clara, ormai la conosciamo (siamo al terzo romanzo della serie a lei dedicata), è caparbia e determinata, sempre al servizio della verità e della giustizia; in più è solidale con la causa delle suffragette, al cui successo vuole contribuire, essendo lei per prima vittima di critiche e pregiudizi da parte di chi non le perdona di essere donna in un mondo di uomini -quello del giornalismo- e persino italiana solo a metà -in quanto figlia di una donna cinese-.

Tutto ciò la rende empatica e capace di comprendere il punto di vista dell’altro: Clara è un personaggio “che funziona”, anche in virtù della sua profonda umanità.

Ne abbiamo parlato con lui:

1- Un tratto per me molto apprezzabile del tuo libro consiste nella accuratissima ricostruzione del contesto storico-culturale nel quale si svolgono i fatti. Stesso discorso vale anche per la descrizione della città di Cagliari, dipinta nelle sue luci, ma anche nelle sue ombre, tanto precisamente da sembrare quasi un’altra protagonista della storia. In che modo e in che misura l’ambientazione ha favorito lo sviluppo della narrazione e la costruzione dell’intreccio?

Clara Simon, la protagonista della trilogia, giornalista investigativa, ha un ruolo: portarci a conoscenza del poco noto se non dello sconosciuto. Ed ecco Cagliari, capitale di una regione che sino a pochi anni prima era Regno, quello di Sardegna. Siamo nel 1905 e il poco conosciuto di questa città è il suo essere città occidentale Novecentesca che in pieno vive i fasti della Belle époque e allo stesso tempo le inquietudini di quell’inizio di secolo. Ovvero: movimenti sindacali, lotte sociali, scontri di piazza e un movimento femminista agguerrito e così attivo come nessuno sarebbe portato ad immaginare nella mia isola. Dunque, l’ambientazione è lo scopo della narrazione. Portarvi in territori per ora inesplorati dalla narrativa.

2- Nel tuo libro, il terzo dedicato a Clara Simon, affronti in modo approfondito il tema della lotta per l’emancipazione femminile. La rivendicazione della parità di genere trova una voce potente nelle suffragette dell’Eleonora d’Arborea, nella maestra Floriana, nell’attrice Italia Vitaliani e, neanche a dirlo, nella protagonista, impegnata in una battaglia costante contro i pregiudizi e le critiche per il fatto di essere una “mezzosangue” e “la prima giornalista donna della Sardegna”. A che punto siamo rispetto a questo percorso? Con il tuo libro hai voluto mettere in evidenza che tanta strada è stata fatta, proprio a partire dalla tenacia di figure come quelle, oppure che, nonostante sia passato più di un secolo e malgrado le battaglie condotte, poco è cambiato nella sostanza?

Nasco in una famiglia dove il femminismo è passato a tavola con la pastasciutta e anche il battipanni che saltava fuori quando facevamo arrabbiare la mia mitica mamma a cui dedicai un libro con Einaudi proprio a sottolineare la mia stramba e forgiante educazione. Il femminismo in casa è stato non solo fondante ma è stato fatto nostro con tale naturalezza da far risultare un sentimento opposto come innaturale se non impossibile persino da concepire.

Mamma frequentava i collettivi degli anni Sessanta e Settanta, insegnava nelle scuole popolari, era molto attiva come lo furono tutte le donne che l’hanno preceduta nella nostra famiglia. Su tutte sua zia Elvira, anarchica, che pagava amaramente pegno proprio per i suoi ideali all’inizio del Novecento.

Infatti, ogni qualvolta un reale o un alto funzionario del regno giungeva a Cagliari, lei veniva incarcerata preventivamente e rilasciata solo alla partenza del dignitario. “Il misfatto della tonnara” racconta la radice del male (l’oppressione nei confronti del movimento suffragista) ma punta inoltre a non far dimenticare che la battaglia per l’emancipazione ha una storia lontana e coraggiosa. E, sì, che questo lungo cammino è frustrante ma non per questo si deve abbandonare la strada verso il cambio definitivo di una società imbevuta di troppe storture a partire dalla imparità di genere.

3- “…l’attenta osservazione è alla base di ogni animo indagatore”; “…le sorti di un caso poggiano tutte sulle prime ore dell’indagine”: sono considerazioni che Clara e Ugo traggono dalla lettura delle opere di Sir Arthur Conan Doyle e che utilizzano come spunti concreti per la loro indagine. Un rilievo particolare nel testo è rappresentato per le femministe dalla pièce teatrale di Ibsen, Casa di bambola, così come modello di riferimento per gli “ascari” risultano essere vita e opere di G. D’Annunzio. Anche per te la letteratura è fonte di ispirazione nella vita quotidiana? Quali autori e quali libri ti hanno formato come scrittore?

E qui servirebbero pagine e pagine. Prima di essere uno scrittore sono un lettore. Dico sempre: se potrà arrivare il tempo in cui non sarò più scrittore, non arriverà mai quello in cui non sarò più lettore. Detto ciò sono un lettore onnivoro. Sono diversi gli autori che mi hanno formato: vanno da Kafka a Marquez, da Tondelli ad Atzeni, da Poe a Carver, da Doyle a Fruttero e Lucentini, come da Pratt a Scerbanenco o McInerney o Lucarelli. Guardate che gran minestrone. Insomma, l’elenco sarebbe infinito e così variegato.

4- Il tuo libro è finalista al premio Scerbanenco, che verrà assegnato domani. Come stai vivendo l’attesa della proclamazione del vincitore?

Con grande curiosità e gioia. È già bellissimo essere per la terza volta di fila in finale. Due le ho perse. Non c’è due senza tre? Oppure…

La prossima finalista è Cristina Brondoni con il suo L’inferno degli eletti

La storia ci insegna che gli eletti vanno in Paradiso. Ma nel libro di Cristina Brondoni, il terzo della serie dedicata all’ispettore Enea Cristofori, gli eletti si ritrovano in una sorta di cerchio infernale.

L’intreccio si dirama inizialmente in diverse direzioni: la storia di Mariana, che non riesce a trovare un posto nel mondo; quella di Sonya, rinvenuta morta nei Navigli; quella di Monica, la cui vita è spesa nel tentativo di compiacere in ogni modo suo marito. Presto le varie linee narrative convergono e appaiono come tante sfaccettature diverse di un unico male, proveniente, appunto, da un unico inferno.

Molto spazio è dedicato anche alla vicenda di Enea e alle sue vicissitudini sentimentali e professionali: reintegrato in servizio dopo una sospensione, poco capace di gestire la sua rabbia, diviso tra varie figure femminili (il suo capo, la sua psicologa, le “fidanzate” di sempre), è costretto, suo malgrado, a guardare in faccia il proprio passato, ad affrontarlo senza sconti.

Il libro affronta dunque tematiche molto forti (che purtroppo non passano mai di moda), in particolare quella della violenza domestica, analizzando in profondità sia i comportamenti manipolatori e dispotici di chi la esercita, sia le conseguenze fisiche e psicologiche di chi la subisce. Nel personaggio di Monica è ben tratteggiata la tendenza delle vittime a colpevolizzarsi e a negare i maltrattamenti, nascondendosi dietro la facciata della rispettabilità e del perbenismo.

Con uno stile fluido e incalzante, Cristina Brondoni traccia un quadro dettagliato delle varie forme in cui può incarnarsi il disagio psicologico e dei vari modi in cui gente senza scrupoli può approfittarne.

Ne abbiamo parlato anche con lei:

1- Al centro del tuo libro c’è (anche) la famiglia, non vista come “nido” e rifugio, ma spesso dipinta in maniera negativa, come fonte di forme diverse di violenza o, quanto meno, di incomprensioni e di contrasti. A tuo avviso, la disfunzionalità della famiglia è un fenomeno peculiare dei nostri tempi oppure è un problema che esiste da sempre?

Immagino che sia un problema che ha radici antiche. E ben salde, disgraziatamente. In un paese cattolico come l’Italia, la famiglia è considerata il valore. Ma l’accezione positiva, quella del nido di Pascoli, spesso resta sullo sfondo. Perché l’Italia, è inutile nascondersi, è anche il paese dei panni sporchi che si lavano solo in famiglia, delle apparenze, è il paese in cui fino al 1981 esisteva il delitto d’onore.

L’Italia è patriarcale.

La resistenza strenua, quanto ridicola, di alcuni politici contro le famiglie di fatto, omogenitoriali e persino le coppie, etero o LGBTQAI+ senza figli è il segnale che qualcosa non va. Soprattutto se arriva da ipocriti che predicano la famiglia cosiddetta tradizionale e poi loro stessi sono divorziati, risposati, con figli da più partner. Il voler imporre e portare avanti la famiglia tradizionale, composta da madre, padre e figli, porta inevitabilmente al conflitto, all’implosione. Tutti restano schiacciati in ruoli non cercati, non voluti.

Siamo umani, non siamo perfetti. Cambiamo idea, ci innamoriamo e ci disamoriamo, abbiamo pulsioni e passioni. E cercare di serrarle, costringerle, tacerle non sembra fare molto bene. La setta dell’Inferno degli eletti è una sorta di estensione della famiglia: ci sono ruoli, regole, precetti. E solo chi abdica alle proprie responsabilità e a sé stessə si trova bene: meri esecutori della vita.

Sono almeno venticinque anni che mi sento chiedere da chiunque (tranne dai miei genitori, che sono fighissimi): “E i figli?”. I figli non li voglio. Non li ho mai voluti. E la mia famiglia sono marito e le gatte. E viviamo anche in case separate seppur contigue. Perché ci va bene così. Perché anche questo è amore. L’amore non ingabbia. Se si è costretti a ruoli che non ci appartengono, perché abbiamo cambiato idea, perché non ci amiamo più, perché ci siamo stancati è difficile riuscire a contenere la frustrazione, la tristezza. La rabbia. L’idea che la famiglia debba essere unita a tutti i costi è sbagliata. Profondamente. A tutti i costi significa anche con la violenza.

2- Nel tuo libro parli in modo approfondito (tra gli altri temi) di violenza domestica, violenza di genere, infanzia rubata. Possiamo ormai considerare il giallo/thriller non più come un genere di evasione, ma come uno strumento di denuncia di questi fenomeni?

Leggo gialli e thriller da quando ho imparato a leggere. Ho iniziato da quelli di Agatha Christie, poi Simenon, Sciascia e poi ancora Scerbanenco, Camilleri. E ho sempre trovato denunce piuttosto manifeste. Anche in alcuni thriller scandinavi, per esempio quelli di Stieg Larsson, Henning Mankell e Jussi Adler-Olsen, i riferimenti sociali ci sono. Ci sono sempre stati. Sono giornalista, ho una rubrica sul settimanale Giallo, e sono una criminologa.

Mi occupo di omicidi, suicidi e morti sospette e forse scrivendo romanzi ho pensato, prima di tutto, alle vittime. Come mi accade sempre. Quando leggo un fascicolo mi chiedo quale sia stato l’ultimo pensiero della vittima, cosa abbia visto mentre moriva. Quando parlo di morti ammazzati, anche se non sono incline al pietismo, ma alla pietà, sento una responsabilità. Per chi non ha più voce, e per chi è rimasto. Penso alle madri, ai padri, ai figli, alle figlie, ai fratelli, alle sorelle con cui ho parlato della persona che amavano e che qualcuno ha strappato alla vita. La fiction, soprattutto televisiva, è sempre più utilizzata dai criminali per alterare la scena del crimine, per fare staging: far credere che l’omicidio sia altro, un incidente, un suicidio. La responsabilità c’è sempre.

3- Il protagonista della tua serie, Enea Cristofori, è un personaggio quanto mai complesso, un amante e un difensore della giustizia, che però si muove costantemente su un terreno minato, a causa dei traumi pregressi, della sua incapacità di contenere la rabbia, della sua ‘instabilità’. Sei ormai al terzo ‘episodio’ della serie a lui dedicata, come si è evoluto il suo carattere attraverso i vari volumi della serie?

Enea è ispirato a un amico che, una sera, mi ha raccontato di sé. Della sua infanzia. Ci siamo ritrovati senza fiato. Senza parole. Ha poi detto che, prima di allora, non ne aveva mai parlato. E nemmeno lui sapeva perché avesse deciso di raccontare, in quel momento e a me. Però è successo. Sono passati anni da quella sera. Abbiamo continuato a frequentarci, a vederci, a parlare.  Quando ho iniziato a scrivere non sapevo che Enea avesse avuto tanti problemi. Poi sono usciti. Ho chiesto il permesso di mettere nella fiction un po’ di realtà. La risposta è stata “grazie, sì”. Perché nascondersi, restare in silenzio, vergognarsi fa male.

Quando è uscito il secondo romanzo mi sono arrivate decine (e decine) di messaggi di donne, alcune madri, altre insegnanti, alcune giovani altre meno giovani, che mi bacchettavano le mani. La frase ricorrente è stata: “Bello il libro. Certo, poco credibile che il protagonista abbia subito abusi sessuali da piccolo. Sarebbe stato meglio scrivere che gli abusi fossero stati commessi ai danni di una donna”. Ai primi messaggi ho risposto che la violenza sessuale, sui bambini, e anche sugli adolescenti e talvolta sugli adulti, è su entrambi i sessi. Poi ho smesso. E ho iniziato a scrivere L’inferno degli eletti. Avevo bisogno di Enea più di quanto Enea ne avesse di me. E ho deciso di andare oltre, di fare del libro una denuncia: Enea parla degli abusi. Finalmente.

4- Il tuo libro è finalista al premio Scerbanenco, che verrà assegnato domani. Come stai vivendo l’attesa della proclamazione del vincitore?

Con Vania Rivalta, la mia editor di Clown Bianco, eravamo talmente contente di essere entrate nella quindicina dei semifinalisti che non abbiamo nemmeno ancora realizzato di essere nella cinquina finale. Siamo tramortite di felicità. E anche marito e le gatte. Gli amici. Per noi va già bene così. Restiamo felici.

Altra finalista, Cristina Cassar Scalia, La banda dei carusi.

Il libro racconta il riscatto sociale di una banda di ragazzi, con alle spalle vite e famiglie difficili, che hanno avuto la fortuna di incontrare chi ha creduto in loro e che cercano in tutti i modi di restituire il favore.

Thomas, animato da una grande desiderio di riscatto e più di tutti impegnato ad aiutare, finisce per pagare il prezzo più caro.

Ecco dunque Vanina e la sua squadra indagare a fondo nelle relazioni personali e nell’ambiente malsano dal quale Thomas proviene.

Per Vani è una questione personale, conosce Thomas e tutti i ragazzi che “appartengono” alla banda di Don Rosario Limoni.

Con uno stile fluido e un intreccio ben strutturato, l’autrice ci conduce poco a poco verso l’epilogo del romanzo, in cui troviamo un importante colpo di scena (che però non riguarda l’indagine).

Tra amici, parenti, vicine e padrone di casa che passano il tempo a sfornare manicaretti, la scrittrice ci culla in un romanzo dal sapore familiare.

Ne abbiamo parlato con lei:

1- Il tuo libro è ambientato a Catania; ciò che colpisce l’attenzione del lettore, più della descrizione della città, è l’attenzione che hai dedicato agli odori, quelli tipici della tradizione. All’interno del libro si può quasi sentire il profumo dei piatti preparati da Bettina o da Nino; quanto è importante la tradizione oggi e quanto, secondo te, l’innovazione la sta soppiantando?

Pur essendo, probabilmente per la mia formazione scientifica, una sostenitrice delle innovazioni e del progresso, spero che le tradizioni resistano a tutti i cambiamenti cui andiamo incontro. Perché ciò avvenga credo sia necessario che ognuno di noi faccia la propria parte, cercando di non disperdere il patrimonio culturale che le generazioni precedenti ci hanno trasmesso, e tramandandolo a quelle future.

2- Il personaggio di Vanina è il punto di forza dei tuoi romanzi, anche se la costellazione dei protagonisti secondari è altrettanto potente. Vani ha sempre una sigaretta accesa in mano, è una buona forchetta e non disdegna l’uso del dialetto: in una società come la nostra, nella quale tutto deve essere politicamente corretto, il salutismo viene prima di tutto, ma contano anche tanto le apparenze e l’estetica, Vanina piace perché va controcorrente?

Io credo che Vanina piaccia soprattutto perché con i suoi difetti, i suoi vizi e le sue fragilità, è una donna cui è facile sentirsi vicini.

3- Al centro de La banda dei Carusi c’è un manipolo di ragazzi, con vite difficili alle spalle, che cercano, un giorno alla volta, di trovare il proprio posto nel mondo e di aiutare chi non riesce, a sua volta a trovarlo; sembra quasi che rappresentino “l’essere” invece che “l’apparire”. Quanto possiamo credere in questa generazione?

Spero tanto! Ogni generazione ha i suoi punti deboli, e anche questi nostri giovani non fanno eccezione, ma sono sicura che tra loro ci siano molte più menti brillanti e molte più spalle solide di quanto immaginiamo. Emergeranno, e ci stupiranno.

4- Il tuo libro è finalista al premio Scerbanenco, che verrà assegnato domani. Come stai vivendo l’attesa della proclamazione del vincitore?

Io e Vanina la stiamo vivendo con trepidazione, ognuna a modo proprio: io leggendo i libri degli altri finalisti, lei fumando Gauloises e mangiando cioccolata.

Veniamo a Gabriella Genisi e a L’angelo di Castelforte

Il terzo libro della serie dedicata a Chicca Lopez si muove lungo due direttrici principali: la prima è rappresentata dalle indagini relative ad una serie di morti sospette (una vera e propria “catena di morti”) che si verificano nei pressi di Castelforte, una magnifica tenuta a pochi chilometri da Gallipoli e che lo scrittore inglese Victor Allen ha acquistato e ristrutturato per creare una Residenza letteraria, destinata ad ospitare artisti e intellettuali provenienti da varie parti del mondo. Benché possa considerarsi una sorta di piccolo paradiso terrestre, la Residenza sembra perseguitata da una sorta di maledizione che uccide chi ha a che fare con lei. Del resto, il mondo apparentemente dorato degli ospiti di Castelforte risulta anch’esso attraversato da odi, gelosie, invidie e vecchi rancori.

Il secondo filone narrativo è costituito dalle vicende private della protagonista: dopo la fine del burrascoso rapporto con Flavia, Chicca sembra trovare la serenità insieme alla nuova compagna, Glenda.

Sempre indaffarata a combattere i pregiudizi e le critiche che più o meno direttamente la riguardano, in quanto Carabiniere donna e omossessuale, questa volta si vede costretta a fare i conti con il suo doloroso passato. Il padre Giovanni, ricomparso dopo anni, ha tutta l’intenzione di farsi perdonare i suoi errori e di instaurare con lei un rapporto ‘sano’ e duraturo. Chicca è piena di rancore nei confronti di quest’uomo e il suo carattere ostinato e tenace non le consente con facilità di mettere da parte l’orgoglio.

Forte e fragile nello stesso tempo, “un osso duro”, “una vera salentina”, sente però incrinarsi il suo “cuore corazza”.

Ne abbiamo parlato con lei:

1- Iniziamo con una domanda inevitabile, quella sull’ambientazione. Hai scelto di svolgere nel Salento la serie di libri dedicati al maresciallo Chicca Lopez. Mèta tra le più ambite e ricercate da turisti inglesi e svedesi (tra gli altri), “laboratorio all’avanguardia per ogni forma di arte”, questa terra meravigliosa si tinge anche di sfumature esoteriche (“Macare e diavoli e sirene e case stregate dalle nostre parti sono a ogni angolo”) e di tratti noir, visto che è lo scenario di numerosi delitti.

In che modo la compresenza di questi aspetti tanto diversi ha favorito lo sviluppo della narrazione e la creazione della suspence nel romanzo?

La Puglia è un territorio plurale, a volte con aspetti contraddittori.
Il Salento in particolare, oltre alla cultura millenaria e alla bellezza del paesaggio è affascinante e suggestivo proprio per le contraddizioni che lo avvolgono. È un territorio dove coesistono mille anime. Ne L’Angelo di Castelforte ho provato a raccontarne alcune

2- In questo romanzo Chicca Lopez è impegnata con le indagini sui delitti di Castelforte, ma è anche tanto presa dalle sue vicissitudini private. Se da un lato sembra appagata dal nuovo amore per Glenda, dall’altro vive con grande tensione emotiva il tentativo, da parte di suo padre, di costruire finalmente una relazione affettiva e sincera con lei, dopo anni di ‘latitanza’ come genitore. Alla luce di questi sviluppi, puoi spiegare ai lettori di Thriller life quanto e come si è modificato il carattere della protagonista attraverso i tre volumi della serie?

La serialita’ consente allo scrittore una evoluzione della vita dei personaggi. In questo terzo episodio, il lettore troverà‘   Chicca Lopez molto più risolta rispetto al passato, in virtù di una vita sentimentale appagante, dei suoi successi professionali ma anche di alcuni nodi della sua vita che si sbrogliano regalandole quella pace interiore che non ha mai conosciuto.

3- “Gli scrittori passeggiano moltissimo”: è una lezione inaspettata che Chicca Lopez apprende nel corso dell’indagine. Ronny, “l’angelo di Castelforte”, le spiega che il contatto con la natura e l’aria fresca sono essenziali nella prima fase del lavoro, quello della ricerca dell’ispirazione.

Vale anche per te? Come si sviluppa il processo creativo quando inizi a scrivere? Segui uno schema preciso o ti affidi alla creatività del momento?

Creatività pura e approfondimenti delle tematiche: questa è la mia ricetta. L’idea principale arriva da una scintilla. Talvolta è un luogo visitato, o un incontro casuale, o ancora una storia che ci viene raccontata.

4- Il tuo libro è finalista al premio Scerbanenco, che verrà assegnato domani. Come stai vivendo l’attesa della proclamazione del vincitore?

Godendomi la felicità di essere in finale al premio di Gialli e Noir più importante d’Italia. Dopo sei semifinali, è già una vittoria.

Ultimo, ma non ultimo, è Bruno Morchio con La fine è ignota

Genova e i suoi carruggi, Mariolino Migliaccio e la sua professione da investigatore privato senza licenza e senza ufficio. Questo è La fine ignota di Bruno Morchi, il giallo pubblicato per Neri-Rizzoli in lizza per il premio Scerbanenco.

Mariolino vive di stenti e disperazione, inventandosi un mestiere (quello dell’investigatore privato appunto) che lo porterà a fare a botte col passato.

Figlio di una prostituta, si trova ad investigare sulla scomparsa di  una ragazza. Le indagini lo porteranno a scoprire una feroce tratta di giovani schiave del sesso, trattate come carne da macello.

La narrazione in prima persona scorre abbastanza veloce, se non fosse per le numerosissime espressioni dialettali (prontamente tradotte) che ne rallentano il corso.

Un libro interessante che, più che un giallo, appare un esperimento linguistico e sociologico degno di nota.

Ne abbiamo parlato con lui:

1- Al centro del tuo libro ci sono due protagonisti che emergono su tutti gli altri: Mariolino Migliaccio e la città di Genova. Un investigatore senza licenza e senza ufficio, con addosso 33 anni (e non credo sia un caso la scelta di quest’età), e gli intricati carruggi dove, pur non vedendosi sempre, si respira aria di mare. Come si intrecciano queste due “vite”?

Si intrecciano, eccome! Mariolino appartiene (e ne è la rappresentazione estrema) a una generazione senza tutele, condannata alla precarietà, figlia di un’Italia dove tutti gli ascensori sociali sono saltati e dove luogo e classe sociale di nascita diventano destino. Genova è una città che ai giovani non offre opportunità e, se dispongono di competenze, li costringe a emigrare. Per Mariolino, come per i suoi coetanei, è matrigna (e infatti nel romanzo è spesso dipinta a tinte cupe). Una matrigna che quando mostra la propria bellezza anziché felicità induce conflitto e dolore.

2- La fine ignota oltre che un romanzo sembra essere un esperimento linguistico. Non solo il dialetto genovese ma anche espressioni di altre regioni e l’italiano degli stranieri. Sicuramente c’è uno studio dietro questa scelta stilistica. Perché l’hai voluta percorrere?

Ho lavorato con impegno sulla lingua nel tentativo di rendere, attraverso la scrittura, il melting pot di lingue e parlate che caratterizza i carruggi di Genova. Luogo non ancora gentrificato, dove con i genovesi appartenenti a diverse classi sociali (dal sottoproletariato alla media borghesia colta) convivono le etnie delle varie ondate migratorie (balcanica, sudamericana, maghrebina e africana). Ciascuno parla la propria lingua (nel romanzo troviamo il genovese, il castigliano, l’albanese), ma anche un italiano bastardo, contaminato dalle diverse matrici linguistiche. L’intento è sì realistico e mimetico, ma anche letterario. Si tratta infatti di linguaggi artificiali finalizzati a un esito espressivo, “colorato” della scrittura, in netto contrasto con l’idea manchettiana del poliziesco come genere caratterizzato da una prosa basica di grado zero.

3- Altra particolarità di questo romanzo è la disperazione. Il nostro detective è un disperato tra i disperati. Ti sei ispirato a qualcuno?

Dopo una quarantina di presentazioni una lettrice mi ha folgorato con una osservazione: ricorda il romanzo picaresco, mi ha detto. In effetti, il crime ha assorbito tanti generi (dal romanzo psicologico alla commedia nera e rosa, dal romanzo sociale a quello storico al romance) e con Mariolino Migliaccio ha recuperato perfino un genere letterario morto da qualche secolo. In realtà, quando ho cominciato a scrivere avevo in mente Sei stato felice, Giovanni di Arpino, una vicenda che si svolge a Genova nel dopoguerra e il cui protagonista è afflitto dalla stessa “fame” che caratterizza il mio investigatore.  Naturalmente c’è poi quello che vedo intorno a me: una povertà crescente e una drammatica, irrisolta domanda di futuro che ricorda uno straziante urlo silente.

4- Il tuo libro è finalista al premio Scerbanenco, che verrà assegnato domani. Come stai vivendo l’attesa della proclamazione del vincitore?

Questa dev’essere la quarta volta che arrivo in cinquina e con Un piede in due scarpe ho anche ricevuto una Menzione speciale della giuria. Come posso sentirmi? Mi dico: chissà mai che, dopo una ventina di romanzi, a forza di provarci…

Domani, a uno di questi cinque autori sarà assegnato il Premio Scerbanenco.

Noi non possiamo fare altro che inviare loro il nostro “in bocca al lupo”, ringraziandoli per la gentilezza e la disponibilità che hanno dimostrato nei confronti di Thriller life e dei suoi lettori.

Tanti auguri a tutti.