Susanna Raule è una apprezzata autrice che si dedica soprattutto al Weird, nonché sceneggiatrice di fumetti, psicologa e psicoterapeuta.

Dal suo esordio, nel 2011, ha pubblicato per Salani tre romanzi dedicati al Commissario Sensi, L’ombra del commissario Sensi (2011), Satanisti perbene, un nuovo caso per il commissario Sensi (2012), L’architettura segreta del mondo, una nuova inchiesta del commissario Sensi (2015) cui va aggiunta l’antologia di racconti Perduti Sensi: Sette avventure per il commissario Sensi.

Ha anche sceneggiato numerosi albi di Ford Ravenstock e di Dampyr.

Per Fanucci ha pubblicato i primi due volumi della annunciata trilogia dedicata al Club dei cantanti morti, iniziata con Il club dei cantanti morti (2019) e il cui secondo volume, Il detective fantasma, abbiamo recensito QUI.

Susanna ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Ho amato molto Il detective fantasma, anche più del suo prequel, pubblicato peraltro sotto un nome diverso. L’ho trovato più libero, più ritmato, forse perché partiva con un bagaglio di personaggi già presentati nel libro precedente. 

Quando lo hai scritto sapevi già che lo avresti pubblicato sotto pseudonimo?

E, in questo caso, la maschera leggera di un nom de plume influenza il risultato?

No, non ne avevo idea. Di usare uno pseudonimo l’abbiamo deciso con l’editore all’ultimo minuto. Sulle penultime bozze dell’impaginato c’era ancora scritto Susanna Raule. Poi Sergio Fanucci mi ha chiamato e mi ha detto “Mi è venuta un’idea un po’ azzardata…” e l’abbiamo fatto. Anche la “biografia” di Vanessa S. Riley è farina del sacco di Sergio. Credo che si sia divertito moltissimo.Se avessi saputo prima che sarebbe uscito con un altro nome forse la mia prospettiva sarebbe cambiata. È difficile a dirsi con il senno di poi.

Il tuo è un romanzo abbastanza atipico per il panorama italiano, a partire dal titolo che enuncia la premessa. Infatti, pur essendo un noir che per costruzione e ritmo rimanda ai canoni dell’hard boiled, la storia si svolge in un territorio che è quello del Weird: il detective è un fantasma e, nell’arco narrativo, si ha a che fare con i ragazzi della Morte, con gli Esper e addirittura col diavolo in persona. Siamo dalle parti di Gaiman, di Pratchett, di Stross, di giochi come Grim Fandango.

Wow, magari!

Quanto è difficile scrivere Weird, o in generale cross-genre, in Italia?

Per me è facilissimo perché mi nutro di un certo tipo di letteratura da una vita. Mescolare il reale con il fantastico un tempo era più comune, poi è stato racchiuso, ingabbiato in un genere. Pensa a Shakespeare. Non è forse weird, secondo i canoni moderni? Il Maestro e Margherita, solo per citare uno dei miei libri preferiti di sempre? La trilogia sui nostri antenati di Calvino? L’elenco potrebbe essere molto lungo e rappresenta il mio primo incontro con la letteratura, in pratica. I libri che leggevo da ragazza. Poi, crescendo, mi sono resa conto che i romanzi “seri” oggigiorno non comprendevano quasi più il fantastico, così mi sono avvicinata alla cosiddetta letteratura di genere.E intendiamoci, amo tutti i generi, non ho preclusioni, ma non scrivo fantasy con i draghi e i maghi (bugia, ho scritto un racconto in cui mescolo draghi, magia e realpolitik).

La scelta di pubblicare sotto pseudonimo, è legata a questa difficoltà?

Sì. I lettori italiani sono molto sospettosi riguardo gli scrittori italiani di urban fantasy e weird. Li comprano se si tratta di libri per bambini o young adult, ma li snobbano se propongono storie più adulte. In realtà anche per il mercato straniero si tratta di una piccola nicchia.


Il Weird è un genere che, anche in questo caso, è spesso venato del tipico umorismo inglese e anche l’ambientazione, nonostante la parentesi ligure del finale, si sposta tra Londra, Los Angeles e il Guatemala.

E l’Aldilà. In questo libro si vede poco, nel prossimo torna protagonista.

Quello dell’ambientazione è un altro forte pregiudizio della editoria italiana, hai incontrato difficoltà con questa scelta? E come ti sei documentata?

Difficoltà no. L’editore era pienamente a suo agio con l’ambientazione. Rispetto al Club dei cantanti morti, che è tutto ambientato a Los Angeles, qua ho giocato più “in casa”, perché conosco molto bene Londra, ci vado spesso e sono stata fisicamente in tutti i posti che ho descritto. Paradossalmente è la Liguria a essere descritta in modo meno realistico, perché l’isola di cui si parla nel libro negli ultimi anni è andata incontro a una trasformazione turistica e non è più selvatica come nel romanzo!

Dei thriller italiani ambientati all’estero che ho letto ultimamente, i due dal taglio più internazionale sono probabilmente il tuo Il detective fantasma e London Voodoo, di Orso tosco, due autori liguri.
Credi ci possa essere un legame tra la Liguria e questa internazionalità?

London Voodo è sul mio comodino e non vedo l’ora di cominciarlo! Che ti posso dire, sarà che noi liguri siamo una manica* di vagabondi?

*spezzino per “gruppo di gente”, spesso malassortito e di dubbia integrità morale.

Il Weird, lo Eerie, il grottesco, sono sottogeneri particolarmente poco frequentati nel nostro paese, nonostante esempi cinematografici e letterari notevoli, almeno fino alla fine degli anni settanta, basta pensare a Le venti giornate di Torino, al cinema di Fellini, di Avati. Eppure, dagli anni ottanta in poi, questi generi sembrano quasi rimossi. Perché, secondo te, questa avversione verso il perturbante?

È un ottima domanda a cui mi piacerebbe avere una risposta. Anche perché, con tutto l’affetto per i film intimisti sui problemi delle giovani coppie borghesi che hanno invaso il nostro cinema… no, quale affetto? Visto uno, visti tutti, sul serio. Per di più, al cinquantesimo appartamento con terrazza sui tetti di Roma, arredato ultralusso e abitato da personaggi che non potrebbero permettersi una casa del genere nemmeno vendendo un rene al mercato nero, l’irritazione tracima. Intendiamoci, qualche flebile tentativo c’è stato. Garrone e il suo sontuoso  Cunto de li Cunti, qualche horror italiano, Gabriele Mainetti. Garrone a parte, siamo ancora lontani dai prodotti che mi piacerebbe vedere, ma qualche vagito c’è, via. Purtroppo non mi aspetto una prepotente rinascita dello strambo, nel prossimo futuro.

Se dovessi indicare tre parole che ti rappresentano, quali sarebbero?

Seria. Fatua. Appassionata.

E se invece dovessi scegliere tre cose di cui non potresti mai fare a meno, ovviamente escludendo la scrittura, quali diresti?

La focaccia, al primo posto. Tempo per me stessa. Tempo con il mio compagno. Le ultime due si danno il cambio in classifica a seconda del giorno.

Prima di salutarci, che messaggio o augurio ti piacerebbe lasciare ai nostri lettori?

Grazie. Quello che state facendo cambia il mondo ogni giorno. E con “quello che state facendo” intendo leggere. Vi auguro quindi di continuare in quest’opera meritoria. E, diciamocelo, molto piacevole.

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