Cuore capovolto
TRAMA:
Alberto Danini è un’ombra. Agente del Servizio centrale operativo, esperto informatico, si nasconde dietro a uno schermo del dipartimento di Polizia giudiziaria perlustrando i meandri della Rete a caccia di predatori. Si finge un adolescente fragile, ma è una maschera dolorosa da indossare: un adulto che si muove come un serpente in mezzo ai ragazzi, che cambia pelle di continuo. Quel ruolo da esca entra in risonanza con il bambino fragile che anche lui è stato; per questo è il migliore in quello che fa.
La sua identità di copertura nasce e muore nel mondo virtuale, mentre i colleghi lottano tutti i giorni nel mondo reale: non importa se i meriti vanno ad altri, ad Alberto rimane la possibilità di elaborare ogni volta l’orrore di cui è stato testimone. Fino al giorno in cui l’agente Danini si imbatte nella vicenda di Leonardo P., tredici anni, caduto in una rete di mostri. O almeno questo è ciò che riferisce alla polizia il padre del ragazzo; questo è ciò su cui si concentrano Alberto e la squadra. Ma in realtà i bambini non c’entrano.
Dietro l’app La Rete dei Cuccioli, dal nome innocuo, si nasconde stavolta un nemico diverso, dal volto ugualmente feroce. Mentre l’indagine entra nel vivo, Alberto è costretto a esporsi, a spingersi in prima linea, mosso non da un coraggio che non sente di avere, ma dalla paura. Di non saper difendere ciò che ha di più caro. Di non sapersi fermare in tempo. Di diventare come quelli che ha sempre combattuto.
RECENSIONE:
Paola Barbato torna a indagare le zone più oscure dell’animo umano con un romanzo che non concede tregua, né al suo protagonista né al lettore. Cuore capovolto è una discesa nelle pieghe intime della paura, della fragilità e del coraggio involontario, raccontata con la consueta precisione psicologica dell’autrice.
Alberto Danini è un agente dell’oscuro: non delle strade, ma dei sottoboschi digitali in cui si annidano predatori silenziosi. Informatico del Servizio Centrale Operativo, vive dietro schermi multipli e identità fittizie, trasformandosi in un adolescente vulnerabile per attirare chi sfrutta i ragazzi. L’immedesimazione è il suo talento e la sua condanna. Barbato lo costruisce come un uomo sospeso, logorato dal ruolo stesso che lo rende il migliore: la sua maschera virtuale risveglia vecchie ferite, riportandolo a quel bambino fragile che non ha mai smesso di essere.
L’autrice evita però il cliché dell’eroe maledetto. Alberto non è un savio custode del male: è un adulto che inciampa, che si spezza, che teme costantemente di diventare ciò che combatte. Il suo è un lavoro di solitudine, in cui i meriti vanno ad altri mentre a lui restano solo gli strascichi emotivi delle trappole scoperte.
Ed è proprio questa umanità incrinata a rendere la sua voce così potente.
Quando sulla sua scrivania approda il caso di Leonardo P., tredici anni, la narrazione cambia ritmo. L’apparentemente innocua app chiamata “La Rete dei Cuccioli” apre spiragli inquietanti verso un male diverso, meno riconoscibile e più subdolo di quanto Alberto e la squadra siano abituati ad affrontare.
Paola Barbato orchestra l’indagine con precisione chirurgica: alterna tensione e introspezione, sposta l’attenzione dal virtuale al concreto, stringe i confini attorno al protagonista fino a costringerlo a uscire dal suo rifugio digitale e affrontare il mondo reale, quello in cui non può cancellare la cronologia o rifarsi un’identità con un clic.
Il vero nodo del romanzo, però, non è tanto l’indagine quanto il confine sempre più labile tra protezione e ossessione, tra empatia e identificazione. L’autrice sonda con delicatezza il rischio di contaminazione: osservare continuamente il male espone, incuriosisce, trascina. Alberto teme di superare una linea invisibile, e questo timore diventa la sua bussola.
Lo stile di Paola Barbato è asciutto, nervoso, tagliente quando serve, ma capace di improvvise aperture emotive che arrivano come fenditure di luce. Non indulge nel morboso: lo sfiora, lo suggerisce, lo incastona nel quotidiano, rendendolo ancora più inquietante.
Cuore capovolto è un thriller psicologico che non cerca solo il colpo di scena (che arriva proprio nelle ultimissime pagine), ma lo scavo profondo. Racconta la vulnerabilità come forma di coraggio e mostra quanto sia difficile restare integri quando si scruta troppo a lungo nell’abisso.
Un romanzo lucido, inquieto e necessario, che conferma ancora una volta la straordinaria forza narrativa di Paola Barbato.
Della stessa autrice abbiamo recensito per voi La torre d’avorio e La cattiva strada .
Editore: Neri Pozza
Pagine: 368
Anno di pubblicazione: 2025
AUTORE:

Classe 1971, Paola Barbato è sceneggiatrice di fumetti, attività per cui è stata quasi subito chiamata a sceneggiare dei numeri fondamentali di Dylan Dog. Nel 2006 invece inizia la sua carriera di scrittrice, pubblicando subito per un grande editore: il suo primo romanzo thriller, Bilico, è infatti uscito per Rizzoli. Nel 2008 il suo secondo romanzo Mani nude, uscito sempre per Rizzoli, ha vinto il Premio Scerbanenco.
Tra gli altri suoi libri ricordiamo Il filo rosso (Rizzoli 2010), Non ti faccio niente (Piemme 2017), Io so chi sei (Piemme 2018), primo romanzo di una trilogia, Il ritornante (Piemme 2019) e L’ ultimo ospite (Piemme 2021). Ha anche lavorato per la televisione (la fiction Nel nome del male con Fabrizio Bentivoglio è stata trasmessa da Sky nel 2009). Paola Barbato si occupa anche del sociale come presidente della Onlus “Mauro Emolo” che sostiene persone colpite da una malattia neurodegenerativa. Nel 2021 ha scritto Vista da qui (Longanesi) e nel 2024 La torre d’avorio (Neri Pozza).