I delitti della Rue Morgue – Edgar Allan Poe

IDELITTI DELLA RUE MORGUE

I delitti della Rue Morgue

Recensione di: Federica Salzano, Domenico Vacca, Emanuela Di Novo, Sabrina Campagna, Evi Shtrepi, Barbara Casavecchia

TRAMA:

La prima Detective Story mai scritta. L’efferato assassinio di due donne, madre e figlia, e un solo uomo in grado di risolvere l’enigma, l’investigatore Auguste Dupin, acuto, ironico ed eccentrico. Dalla penna tagliente di Edgar Allan Poe, la storia che ha dato vita al genere poliziesco.

RECENSIONE:

I delitti della Rue Morgue occupa un posto speciale nell’opera di Edgar Allan Poe perché rappresenta davvero un momento di svolta, non solo per lui ma per la narrativa moderna in generale. È qui che Poe dà forma per la prima volta al genere poliziesco così come lo intendiamo oggi. Prima di questo racconto nessuno aveva ancora immaginato un’indagine costruita sulla deduzione logica, guidata da un investigatore dotato di un’intelligenza fuori dal comune e alle prese con un caso che sembra impossibile da risolvere. Con questo racconto, Poe inaugura la struttura della “stanza chiusa”, che diventerà un modello per Conan Doyle, Agatha Christie e tutto il giallo deduttivo successivo.

Il racconto esce per la prima volta nel 1841 su Graham’s Magazine e in seguito viene inserito nelle varie edizioni di Tales of Mystery and Imagination, la raccolta che riunisce molti dei suoi testi più celebri. È il primo dei tre racconti dedicati a Dupin, seguito da Il mistero di Marie Rogêt e La lettera rubata, e apre un filone narrativo che Poe continuerà a esplorare negli anni immediatamente successivi.

Quando scrive questo racconto, Poe ha poco più di trent’anni e vive a Philadelphia. È un momento relativamente sereno della sua vita, almeno rispetto ai drammi che lo colpiranno più avanti. Lavora come redattore e critico, pubblica racconti e poesie, e sta elaborando la sua idea del racconto breve come forma perfetta, capace di produrre un “effetto unico” sul lettore, cioè una sensazione intensa e coerente dall’inizio alla fine.

La storia si apre con il narratore che racconta la sua amicizia con Dupin, un uomo molto colto e dotato di straordinarie capacità di osservazione e deduzione con cui condivide una casa a Parigi. La loro vita scorre tranquilla, finché i giornali non riportano un fatto terribile: in un appartamento della Rue Morgue sono stati ritrovati i corpi di Madame L’Espanaye e della figlia Camille, uccise in modo brutale e inspiegabile.

 La stanza era chiusa dall’interno, non sono stati trovati segni di effrazione, i vicini raccontano di aver sentito urla terrificanti provenire dalla casa e di aver udito due voci: una sembrava francese, l’altra invece era acuta, incomprensibile e impossibile da identificare. La polizia, pur interrogando diversi sospetti, non riesce a interpretare gli indizi e a trovare una soluzione convincente.

“Gli omicidi della Rue Morgue” (1841) è ambientato principalmente a Parigi, in Francia.

I luoghi chiave della storia sono La Rue Morgue. una strada immaginaria di Parigi dove avviene il brutale duplice omicidio.

Il crimine si consuma in un appartamento chiuso a chiave al quarto piano di un alto palazzo. La stanza viene descritta come caotica e inquietante dopo gli omicidi, con i mobili rovesciati e segni di una violenta colluttazione.

Le strade di Parigi dove Dupin e il narratore fanno lunghe passeggiate notturne per la città, contribuisce all’atmosfera malinconica e misteriosa del racconto. Nel complesso, Poe crea un’atmosfera urbana cupa e gotica: Parigi appare tenebrosa e labirintica, perfettamente adatta a una storia di mistero e orrore.

 L’ambientazione della stanza chiusa a chiave in cui avviene l’omicidio è particolarmente importante, poiché costituisce il fulcro della trama: come ha fatto l’assassino ad entrare e a uscire da una stanza chiusa dall’interno?

Edgar Allan Poe

I delitti della Rue Morgue, Edgar Allan Poe costruisce personaggi che non si limitano a muoversi all’interno dell’intreccio investigativo, ma diventano strumenti attraverso cui riflettere sul funzionamento della mente umana, sul rapporto tra logica e caos e sui limiti della percezione comune.

La vicenda è narrata in prima persona dall’amico di Auguste Dupin, figura priva di un’identità autonoma forte ma fondamentale nella struttura del racconto. Il suo ruolo anticipa chiaramente quello che sarà il dottor Watson nei romanzi di Sherlock Holmes: osservatore, testimone e tramite tra il genio investigativo e il lettore. Attraverso il suo sguardo, Poe costruisce infatti un continuo contrasto tra ciò che appare inspiegabile e il procedimento razionale che conduce alla verità.

Al centro del racconto si impone Charles Auguste Dupin, destinato a diventare il prototipo del detective moderno. Poe lo presenta come un uomo comune dotato però di capacità analitiche straordinarie, in grado di osservare dettagli ignorati dagli altri e di ricostruire la realtà seguendo rigorosamente il filo logico delle proprie deduzioni. Dupin non agisce come un eroe d’azione, ma come una mente capace di leggere il mondo in profondità, penetrando oltre la superficie degli eventi.

In questo senso, il personaggio assume una funzione quasi rivoluzionaria: di fronte a un delitto apparentemente impossibile, Dupin dimostra che anche l’orrore più assurdo e inspiegabile appartiene comunque al mondo reale e può essere compreso attraverso l’osservazione e la ragione. Non è un caso che Poe insista sull’importanza dell’analisi come forma di conoscenza, facendo dire al personaggio: “L’importante è sapere cosa bisogna osservare.”

L’intero metodo investigativo di Dupin si fonda infatti sull’idea che la verità emerga proprio da ciò che devia dalla normalità, dagli elementi apparentemente assurdi o trascurabili. La sua intelligenza non consiste soltanto nella capacità di dedurre, ma soprattutto nella qualità dello sguardo.

Chi possiede spiccate facoltà analitiche raccoglie nel silenzio una grande massa di osservazioni e di deduzioni. Può essere che i suoi compagni di gioco facciano lo stesso, ma la differenza sta non tanto nella validità della deduzione, quanto nella qualità dell’osservazione.”

Dupin si pone inoltre in netto contrasto con la polizia ufficiale, rappresentata dal prefetto, incapace di uscire dagli schemi tradizionali dell’indagine. Poe tratteggia gli investigatori istituzionali come figure limitate, incapaci di immaginare l’impossibile e dunque destinate a fallire davanti a un caso che infrange ogni logica apparente. Dupin, al contrario, si muove proprio nelle crepe dell’assurdo, seguendo un procedimento che trasforma l’inspiegabile in qualcosa di perfettamente comprensibile.

La storia introduce così una figura investigativa nuova, ironica e anticonvenzionale, ispirata in parte a Eugène François Vidocq, ex criminale divenuto investigatore, ma destinata a influenzare profondamente tutta la narrativa poliziesca successiva, a partire da Sherlock Holmes di Conan Doyle.

Nel finale, il racconto compie il suo movimento più perturbante: la soluzione del caso porta infatti fuori dall’umano. Là dove tutti cercavano un assassino razionale e riconoscibile, Dupin comprende che il crimine appartiene a qualcosa di radicalmente altro. Quando la colpa supera i confini dell’umano, suggerisce Poe, l’unica direzione possibile è guardare verso l’inumano.

In tutto il corso del Novecento il giallo diventerà genere letterario predominante a livello globale, declinato in particolar modo nei sottogeneri giallo classico, thriller all’americana e, nel nostro Paese, il fortunato giallo all’italiana in stile Andrea Camilleri. Indimenticabili, nella prima metà del XX secolo, le storie di Hercule Poirot e Miss Marple narrate da Agatha Christie, i romanzi e i racconti di Rex Stout (Nero Wolfe), S.S. Van Dine (Philo Vance) e Georges Simenon (il commissario Maigret); altrettanto note e amate nella seconda metà del secolo le saghe partorite dalle menti di Michael Connelly (Harry Bosch), Patricia Cornwell (Kay Scarpetta) e Kathy Reichs (Temperance Brennan), solo per citarne alcune.

Molti dei personaggi citati poc’anzi hanno trovato gran fortuna anche al cinema o in TV, diventando veri e propri fenomeni mediatici per generazioni diverse e fasce d’età differenti tra loro. Proprio in questo sta la grandezza di Edgar Allan Poe, che con I delitti della Rue Morgue pone le basi per creare l’archetipo del giallo e, ancora di più, di una nuova figura eroica, quella del detective, lontana da quella dei grandi guerrieri classici ma, al tempo stesso, altrettanto spinta da medesimi valori di serietà, giustizia e onestà.

Nonostante i diversi punti di forza di questo breve racconto, un piccolo appunto potrebbe essere fatto allo scioglimento della trama: per quanto tutto risulti calzante, la fervida immaginazione di Poe è arrivata a generare un escamotage verosimile, ma alquanto fantasioso e veicolato dal caso. Malgrado le sue grandi capacità deduttive, cosa sarebbe successo se Dupin non avesse letto il famoso articolo di giornale?

Anche un personaggio come lui avrebbe avuto serie difficoltà a sbrogliare il caso. Se poi tale risoluzione potesse suonare maggiormente possibile all’epoca di Poe, risulterebbe alquanto anacronistica per il lettore medio di oggi. In definitiva il racconto, scritto con uno stile abbastanza lento e molto legato alla sua epoca, resta indubbiamente un’opera di pregio e di gran valore, ma per alcuni limiti stilistici e temporali potrebbe risultare un po’ ostico rispetto ai racconti di Conan Doyle, improntati sì sulla stessa linea, ma decisamente più freschi e riproducibili secondo linee guida odierne.

Prima del 1841, il crimine nella letteratura era soprattutto materia dell’emozione: orrore, mistero, senso del destino. Poe lo trasforma in materia dell’intelligenza. Con I delitti della rue Morgue il delitto diventa un problema e il lettore, per la prima volta, è invitato a risolverlo. Da quella soglia in poi, il giallo esiste con tutta quella serie di elementi destinati a durare nel tempo con la forza dei miti.

Il primo, e forse il più duraturo, lascito di questo racconto è il detective come figura intellettuale isolata. Auguste Dupin non è un investigatore per mestiere: è una mente che si esercita nel piacere puro del ragionamento, capace di leggere il mondo dove gli altri vedono solo caos. Questa solitudine aristocratica del pensiero, il genio che non ha bisogno di correre, di urlare, di sporcarsi le mani diventerà il modello di tutto ciò che segue. Sherlock Holmes ne eredita la flemma e la deduzione. Hercule Poirot ne riprende l’ironia e le cellule grigie. Ogni grande detective della tradizione angloamericana porta in sé qualcosa di Dupin.

Poe introduce anche la struttura narrativa che ancora oggi riconosciamo: la scena apparentemente impossibile, l’investigazione metodica, la rivelazione finale che rovescia le aspettative. È il racconto come macchina logica — un dispositivo narrativo progettato per ingannare il lettore e poi illuminarlo.

Ma l’influenza di Poe va oltre la tecnica. Egli introduce nella narrativa poliziesca una tonalità — quella gotica, notturna, leggermente allucinata — che il genere non ha mai del tutto abbandonato. I migliori thriller contemporanei, quelli che sanno lasciare un’inquietudine residua anche dopo la risoluzione del mistero, portano ancora impressa quella luce obliqua che Poe proiettò per la prima volta su una strada di Parigi in una notte di agosto.

Questa invenzione non nasce dal nulla. Poe vive in un’epoca in cui la modernità urbana sta cambiando il volto delle città: Parigi – che lui non visiterà mai, ma che immagina come capitale dell’intelligenza e del mistero – diventa lo scenario ideale per un nuovo tipo di narrazione. È la stagione in cui nascono le prime forze di polizia organizzate, in cui la scienza positivista comincia a credere nella possibilità di spiegare tutto attraverso l’osservazione. Poe intercetta questo clima e lo traduce in letteratura, creando il modello del poliziesco deduttivo: la Rue Morgue diventa così un luogo simbolico: la stanza originaria del giallo, il laboratorio in cui si definiscono per sempre le regole del gioco.

Leggere I delitti della rue Morgue oggi significa quindi compiere un doppio movimento: da un lato immergersi nella storia con la curiosità che il testo continua a suscitare, dall’altro riconoscere in ogni pagina l’ombra lunga di un’eredità che ha cambiato per sempre il modo in cui raccontiamo, e leggiamo, il crimine.

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