“Il giardino delle ombre” – intervista a Mirko Zilahy
DOMANDE DI: Domenico Vacca
SPAZIO CURATO DA: Beatrice Orrù

Buongiorno cari lettori, il graditissimo ospite del nostro spazio interviste di oggi è Mirko Zilahy, con il suo libro “Il giardino delle ombre” (Mondadori, 2026) letto e recensito dal nostro Domenico Vacca.
Mirko Zilahy (Roma, 1974) ha insegnato lingua e letteratura italiana a Dublino ed è cultore di lingua e letteratura inglese presso l’Università per stranieri di Perugia. Molto attivo su vari fronti editoriali, è stato fra l’altro editor per minimum Fax e traduttore dall’inglese di testi molto importanti, quali per esempio Il cardellino di Donna Tartt. Nel 2015 è uscito per Longanesi il suo romanzo d’esordio, È così che si uccide, a cui seguono La forma del buio (2017), Così crudele è la fine (2018), L’uomo del bosco (2021) e Nostra signora delle nuvole (2023), La stanza delle ombre (2025).
THRILLER LIFE: Il romanzo si apre con la scoperta di un dettaglio nascosto nel Trittico delle Delizie. Quanto è stato complesso lavorare sulla stratificazione simbolica di Bosch senza tradirne l’essenza e, allo stesso tempo, trasformarla in un motore narrativo credibile per la trama?
Mirko Zilahy: È stato naturale farmi rapire dal suo mistero e lasciarlo conquistare, come un’ombra che s’allunga al tramonto, ogni pagina di questo romanzo. Il Trittico delle Delizie è un adunaton, un impossibile, un’opera sfidante, dinamica, senza soluzione ed è per questo che l’ho scelta, perché di fronte alla sua oscura complessità non si possono dare risposte. Si può solamente accettare lo straniamento che produce su di noi senza razionalizzare, almeno di primo acchito. Un po’ come accade quando ci si ritrova su una scena del crimine in cui non si sa dove posare lo sguardo.
THRILLER LIFE: Nemo Sperati osserva il Male attraverso il linguaggio dell’arte, come se ogni scena del crimine fosse un quadro da decifrare. Quale sfumatura della sua sensibilità volevi mettere in luce in Il giardino delle ombre, e cosa ti interessava esplorare del suo modo unico di “vedere” il mondo?
Mirko Zilahy: Nemo osserva la scena del crimine senza filtri morali, senza giudicare il Male. Semplicemente sa che ogni scena del crimine è, letteralmente, un’opera d’arte e ogni opera d’arte, nei suoi processi autoritari e nei suoi effetti somiglia a una scena del crimine. D’altronde questa cosa la raccontano autori come Thomas de Quincey ne “L’assassinio come una delle belle arti” o, di contrappunto, John Douglas, il creatore del moderno Criminal Profiling (la sua storia è finita nella splendida serie Netflix Mindhunter). Insomma, Nemo non interpreta ma vive l’arte e anche la scena del crimine. Quella che tenta di dare luce alla scena è Miriam, Nemo invece ne interpreta le ombre. Ricostruisce le assenze, l’invisibile.
THRILLER LIFE: Roma, nel romanzo, non è solo un’ambientazione: è un organismo vivo, inquieto, quasi complice. Come hai scelto i luoghi che diventano teatro delle installazioni del killer e quanto la dimensione notturna e segreta della città ha influenzato la costruzione dell’atmosfera?
Mirko Zilahy: Roma è una città fantasmatica, spettrale, vampiresca. È più oscura della Londra vittoriana o della Edimburgo di Stevenson. La sua bellezza impossibile è il frutto di duemila e settecento anni di vampirismo perché Roma è stata fondata su un atto sanguinoso e abominevole come un fratricidio e dello spargimento di sangue sono stati bagnati monumenti che oggi andiamo a visitare con la bellezza negli occhi.
Roma attrae col fascino imperituro e rovinoso del vampiro e poi morde e con questo sangue nutre la sua bellezza mostruosa e inarrivabile. I suoi misteri sono sepolti pochi metri sotto i nostri piedi e questa è la prima scintilla della mia scrittura: raccontare la città che per me è il centro di un mondo mitologico.
THRILLER LIFE: Il romanzo intreccia continuamente arte e indagine. Come hai calibrato il ritmo del thriller con la profondità dei riferimenti iconografici, evitando che uno dei due elementi sovrastasse l’altro?
Mirko Zilahy: È stato naturale partendo dall’assunto che composizione artistica e crimine parlano la stessa lingua. E che l’opera d’arte al centro del romanzo, Il Trittico delle delizie di Hieronymus Bosch, si presenta di per sé come un’indagine su un mistero lungo cinquecento anni. Io ho solo immaginato una serie di omicidi ai giorni nostri che “dialogasse” con i tanti misteri del Trittico e della oscura biografia di Bosch.
THRILLER LIFE: Il killer sembra dialogare direttamente con Bosch, reinterpretando le visioni. Qual è stata la scintilla iniziale che ti ha portato a immaginare un antagonista così legato al mondo dell’arte fiamminga?
Mirko Zilahy: Anni fa sono stato al Prado e, di fronte all’enorme dipinto del Trittico delle delizie, davanti ai suoi tre pannelli, mi sono reso conto di trovarmi di fronte a un mistero insondabile, non comprensibile con gli strumenti culturali e intellettuali a disposizione. Insomma una cosa che produce un effetto repentino sullo spettatore senza che questo possa, inizialmente, razionalizzarlo. Senza che si possa difendere dal suo mistero. Sono partito da quell’istante per immaginare a ritroso un mistero al quadrato che coinvolgesse il passato e il presente. In questo senso l’omicida porta su di sé alcuni temi e aspetti della poetica del grande Hieronymus Bosch e della sua opera più celebre e spaventosa.
THRILLER LIFE: Nel romanzo ricorrono simboli e dettagli che sembrano avere più livelli di lettura. C’è un elemento nascosto — un’immagine, un riferimento, un gesto — che pensi i lettori più attenti potrebbero scoprire solo a una seconda lettura?
Mirko Zilahy: Ce ne sono diversi nascosti tra gli strati ed i livelli, reali e simbolici, del romanzo. Ma è così un po’ in tutte le mie storie. Qui esistono dei passaggi che sono meri riflessi dell’ombra che ho utilizzato per ottundere la vista dei lettori, ma certo non posso svelarli qui.
THRILLER LIFE: Nel romanzo si percepisce una sensibilità particolare verso ciò che è falso, nascosto, rimosso, non detto. C’è un’esperienza personale — un luogo, un incontro, un’immagine — che ha influenzato il modo in cui hai raccontato le “ombre” di questo libro?
Mirko Zilahy: Ogni romanzo che ho scritto (e scriverò) parte da un assunto: l’arte è menzogna. E la menzogna (letteraria) è il motivo principale per cui scrivo. Perché le possibilità della finzione (letteraria) sono molteplici rispetto a quelle della realtà (letteraria). È un po’ un gioco delle coppie manicheo che ha a che fare anche con il tema del ChiaroScuro legato al primo romanzo della serie,
La stanza delle ombre (2025). Ecco, io per formazione e “fede” sto sempre dalla parte dello scuro, del falso, del nero, del male (letterario) perché non mi interessa indagare le dinamiche sociali o criminali della nostra contemporaneità, soprattutto quella più recente. Scrivere thriller sull’arte mi aiuta nella possibilità di alterità, di astrazione, di assolutizzazione e di scavo nel cuore di personaggi che hanno le forme e le caratteristiche degli eroi, e dei mostri, antichi. Greci e latini. Sto insomma dalla parte dell’impossibile, dell’incredibile, della finzione pura. Sempre.
THRILLER LIFE: La chiusura del romanzo lascia intuire che il mondo di Nemo e Miriam non sia affatto esaurito. Pensi che torneranno ancora a immergersi nelle ombre di una nuova indagine? E questa loro dinamica — fatta di distanza, intuizioni condivise e una fiducia che cresce nel non detto — è destinata a trasformarsi ulteriormente?
Mirko Zilahy: Sì, ho immaginato una “Trilogia delle ombre” per indagare i temi, legati al rapporto dell’arte con il crimine, della giustizia, della realtà e dell’identità (ma sempre attraverso storie simboliche, non realistiche), che mi stanno a cuore sin dall’altra mia “Trilogia degli spettri”, quella del commissario Mancini. Per cui sono già sul terzo capitolo della storia, sul tema, sull’enigma che la anima e sul villan che lo incarna… Su Nemo e Miriam in realtà non ho orizzonti narrativi chiari, lascerò che facciano quello che vogliono man mano che l’indagine si svolge e le loro esistenze vengono messe alla prova.
THRILLER LIFE: Prima di salutarti e ringraziarti per il tempo che ci ha dedicato, puoi dare qualche consiglio di lettura ai lettori di Thrillerlife e svelarci qualcosa sul futuro?
Mirko Zilahy: Il mio consiglio per lettrici e lettori di genere (ma parlo del thriller) è ripescare il capolavoro di Shane Stevens pubblicato da Fazi editore “Io ti troverò” perché da lì è nato il mio mondo immaginario crime e se non vi fidate di me fidatevi di Stephen King che lo considera il più grande del suo tempo.
Per quanto riguarda il futuro… Oltre al terzo capitolo della saga di Nemo Sperati e Miriam Tiberi che uscirà l’estate prossima, nel 2027 (con l’anteprima nazionale a Perugia a 7 novembre 2026) partirà il tour de “Il riflesso dell’ombra. La vera storia di Dracula e Dorian Gray”, uno spettacolo-reading scritto e interpretato assieme al geniale professor Enrico Terrinoni. Perciò, vi aspetto in libreria e… a teatro!
La redazione di Thriller Life ringrazia Mirko Zilahy per la disponibilità.





