Stephen King e le forze oscure

King e il soprannaturale

Stephen King e le forze oscure

Recensione di: Michelangela Barba, Emanuela Di Novo, Leda Giupponi, Roberto Franzetta

A cura di: Federica Salzano

Nelle opere di Stephen King il soprannaturale e le forze oscure non agiscono mai nel vuoto: si radicano nel tessuto quotidiano, sfruttano le crepe psicologiche dei personaggi e trasformano luoghi apparentemente normali in spazi di pura angoscia.

Oltre la paura: il soprannaturale, le forze oscure e il male quotidiano nell’opera di Stephen King

Definire Stephen King semplicemente come “il re dell’horror” è un’etichetta non solo riduttiva, ma profondamente ingiusta nei confronti di un autore che ha saputo ridefinire i confini della letteratura contemporanea. Certo, nelle sue storie ci sono mostri, entità ancestrali, vampiri e cimiteri maledetti. Ma il soprannaturale, in Stephen King, non è mai un semplice espediente per spaventare il lettore: è lo specchio deformante attraverso cui osservare le zone d’ombra della nostra umanità, il dolore represso, la colpa e la violenza che permeano il tessuto della vita di tutti i giorni.

La provincia e la normalità come terreno di cultura del male

Una delle costanti più potenti nell’immaginario kinghiano è l’ambientazione: la provincia americana, i piccoli centri immersi nei boschi del New England (come Derry o Jerusalem’s Lot), luoghi apparentemente idilliaci, rassicuranti e immutabili. È proprio qui che il soprannaturale trova il terreno ideale per attecchire, nutrendosi della cecità e dei segreti di comunità chiuse.

Le notti di Salem

Nel romanzo del 1975, il ritorno dello scrittore Ben Mears nella sua infanzia a Jerusalem’s Lot svela come il male non arrivi da un castello sperduto o da mondi lontani, ma si insinui silenziosamente nelle case dei vicini e nelle strade di tutti i giorni. I vampiri guidati da Kurt Barlow non fanno solo paura per la loro natura mostruosa, ma perché trasformano amici in nemici e parenti in minacce, mostrando la paura più profonda: l’incapacità di riconoscere il mondo in cui si vive. Stephen King dedica moltissimo spazio agli abitanti, alle loro abitudini, ai pettegolezzi, alle relazioni, ai piccoli problemi quotidiani. È una comunità normale, riconoscibile, e proprio per questo la sua progressiva trasformazione diventa inquietante. Stephen King non ha bisogno di mostrare continuamente il mostro. A volte è sufficiente sapere che qualcosa è là fuori, dietro una finestra, nella casa accanto, oppure dall’altra parte della strada. Quella sensazione di attesa, di qualcosa che sta per accadere, è una delle vere armi del romanzo. Le notti di Salem è un romanzo che parte dalla tradizione dei vampiri per costruire qualcosa di molto più ampio: il ritratto di una comunità che viene lentamente divorata dal male. Il romanzo è stato adattato più volte per il cinema e la televisione. L’adattamento più recente è il film del 2024 diretto da Gary Dauberman, con Lewis Pullman nel ruolo di Ben Mears. Il film riprende gli elementi fondamentali della storia, la Casa Marsten, Ben, Barlow e la trasformazione della città, ma non rende molto della complessa costruzione del romanzo.

Il marcio sommerso di Derry in It

Ridotto erroneamente a una semplice “storia di un clown assassino”, It è un mastodontico romanzo di formazione che scava nelle radici malate di una comunità. Derry è un organismo che dimentica, rimuove e lascia scorrere la violenza sotto una superficie di normalità apparente. Il mostro, Pennywise, assume la forma mutevole delle paure di ciascuno, ma prospera soprattutto nella “zona cieca” di una città disposta a tollerare il male purché resti abbastanza nascosto da non disturbare la quiete pubblica.

La memoria, con la sua elaborazione, diventa uno degli elementi centrali del libro. Crescere significa andare avanti ma andare avanti non significa essere liberi dal passato. I protagonisti devono tornare nei luoghi della propria infanzia, affrontare il mostro insieme a ciò che sono stati.

Probabilmente è questo il motivo per cui It continua a funzionare a decenni dalla pubblicazione: l’orrore soprannaturale convive con quello quotidiano della sopraffazione, della discriminazione, dell’incapacità degli adulti di vedere ciò che accade davanti ai loro occhi.

Il lutto, l’ossessione e il confine tra sacro e profano

Quando il soprannaturale tocca le corde intime del dolore e della perdita, l’orrore di Stephen King diventa insostenibile perché si spinge sul terreno della psicologia umana e dei legami familiari. Il luogo possiede la stessa forza che assumono spesso gli spazi nella narrativa di King. Come l’Overlook Hotel in Shining o, in maniera diversa, Derry in It, il bosco e il terreno oltre il Pet Sematary sembrano accumulare il male e restituirlo a chi vi entra.

Pet Sematary

Nato da un’esperienza reale vissuta dall’autore a Orrington, Pet Sematary: esplora il punto esatto in cui il dolore per la perdita di una persona cara diventa più forte della ragione. Pet Sematary: è una storia di resurrezioni, solo da un punto di vista malvagio e l’orrore nasce dalla promessa di poter cancellare ciò che dovrebbe essere irreversibile.

King racconta il lutto come una forza capace di deformare il pensiero.

La morte è presente fin dalle prime pagine, nascosta nella quotidianità, nella strada dei camion e nel cimitero degli animali. La figura del Wendigo amplifica questa dimensione ancestrale: qualcosa di antico abita quei luoghi, osserva, attende e soprattutto chiama. Il cimitero è uno spazio maledetto che esercita un’attrazione irresistibile sui personaggi. Louis Creed, uomo profondamente razionale, scivola progressivamente dalla speranza all’ossessione. Il romanzo si trasforma così in un inno alla resurrezione rovesciato, dove il confine tra sacro e profano viene distrutto e la domanda di fondo diventa agghiacciante: che cosa saremmo disposti a fare pur di riavere indietro qualcuno che abbiamo perso?

L’orrore siamo noi: la compassione e la colpa in Il miglio verde

Se in molte opere il male assume forme mostruose o soprannaturali, in Il miglio verde Stephen King compie un passo ulteriore, dimostrando come l’orrore più grande non arrivi da entità oscure o luoghi infestati, ma risieda nell’animo umano.

Ambientato nel 1932 nel braccio della morte del penitenziario di Cold Mountain, il romanzo segue le vicende delle guardie e dei condannati, concentrandosi sulla figura enigmatica di John Coffey, un gigante nero condannato ingiustamente per l’omicidio di due bambine. Il soprannaturale qui si manifesta sotto forma di un miracolo quasi evangelico: Coffey possiede il potere di assorbire il dolore e la sofferenza altrui, incarnando una bontà incompatibile con la crudeltà del mondo.

Tuttavia, la grandezza del romanzo non sta nel mistero della sua innocenza, quanto nell’impossibilità di salvare un innocente di fronte alla macchina spietata della giustizia umana e alla meschinità di aguzzini come Percy Wetmore. Alla fine, il “Miglio Verde” non è soltanto il corridoio che conduce alla sedia elettrica (Old Sparky), ma diventa la metafora della strada che tutti noi percorriamo, costringendoci a fare i conti con la colpa, la compassione e la responsabilità di essere giusti in un mondo ingiusto.

Quando nel 1999 Frank Darabont trasformò il romanzo nell’omonimo film, riuscì in qualcosa di altrettanto raro: realizzare un adattamento capace di vivere accanto al libro senza impoverirlo. Tom Hanks è un magnifico Paul Edgecomb, Michael Clarke Duncan consegna a John Coffey una fragilità indimenticabile e il cast è straordinario. E poi c’è Sam Rockwell, magnificamente disturbante nei panni di Wild Bill Wharton, capace di rendere il personaggio repellente e imprevedibile ogni volta che entra in scena.

Attraverso i suoi capolavori, Stephen King dimostra che il soprannaturale non serve a fuggire dalla realtà, ma a spiegarla. Che si tratti di un’entità mutaforma che si ciba dell’indifferenza di una cittadina (It), di un terreno maledetto che trasforma l’amore in mostruosità (Pet Sematary), di un antico vampiro che divora una comunità dall’interno (Le notti di Salem) o della dolorosa scoperta che il vero male abita l’uomo (Il miglio verde), le forze oscure di King ci restituiscono sempre la stessa, fondamentale verità: i mostri più spaventosi sono quelli che accettiamo di tollerare, di dimenticare o che custodiamo, silenziosamente, dentro di noi.

AUTORE:

Stephen King è autore di romanzi e racconti best seller che attingono ai filoni dell’orrore, del fantastico e della fantascienza, ed è considerato un maestro nel trasformare le normali situazioni conflittuali della vita – rivalità fra coetanei, tensioni e infedeltà coniugali – in momenti di terrore.

Quando è ancora piccolo, sua madre deve far fronte a grandi difficoltà, perché il padre uscito di casa per fare una passeggiata non fa più ritorno. Nel 1962 inizia a frequentare la Lisbon High School e comincia a spedire i suoi racconti a vari editori di riviste, senza però alcun successo concreto. Conclusi gli studi superiori entra all’Università del Maine ad Orono, dove gestisce per un paio d’anni una rubrica all’interno del giornale universitario.

Nel 1967 termina un primo racconto breve a cui fa seguito, qualche mese dopo, il romanzo La lunga marcia che riceve giudizi lusinghieri. Sottopone Carrie alla casa editrice Doubleday e ottiene un assegno di 2500 dollari come anticipo per la pubblicazione del romanzo.
A maggio arriva la notizia che la Doubleday ha venduto i diritti dell’opera alla New American Library per 400.000 dollari, metà dei quali spettano di diritto all’autore. Così, a ventisei anni, Stephen King lascia l’insegnamento per dedicarsi alla professione di scrittore. Da quel momento la sua carriera non avrà più interruzioni.

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