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Il vero nome di Rosamund Fischer di Simona Dolce

Il vero nome di Rosamund Fischer, copertina libro
“Eppure, c’era qualcosa che mi faceva spavento, come la natura imprevedibile degli animali. E di nuovo me ne vergognai all’istante. Mi ammonii. […] Andare a letto, chiudere gli occhi e farmi i fatti miei, avrei dovuto fare quello. Senza ombra di dubbio. Ma non potevo.”

Il vero nome di Rosamund Fischer

Recensione di Erika Giliberto

Rosamund Fischer ha ottant’anni e vive ad Arlington, in Virginia. Un giorno squilla il telefono e la voce di un uomo pronuncia il suo vero nome, Inge Brigitte. La donna si trova catapultata nel 1940: in Europa infuria la guerra, e Inge Brigitte e i suoi fratelli trascorrono un’infanzia idilliaca. Ma è davvero così perfetta? I bambini non sanno di vivere accanto a un campo di concentramento; non sanno che le domestiche, il giardiniere, le sarte, il barbiere sono tutti prigionieri; non sanno che il padre, Rudolf Höss, è in realtà il comandante di Auschwitz. All’età di diciassette anni, Inge Brigitte decide di scappare dal suo nome e dalle macerie della Germania postbellica; assume una nuova identità, quella di Rosamund Fischer, e si trasferisce a Madrid, dove diventa indossatrice per Cristóbal Balenciaga, il più grande couturier del mondo. Frequentando l’alta società, incontra l’uomo che sposerà e con cui si stabilirà negli Stati Uniti. Dopo tanti anni trascorsi a crearsi una vita diversa, lontana dai riflettori della storia, il passato bussa improvvisamente alla sua porta e lei decide di svelare, per la prima volta, la sua verità. Chi è nel profondo quella donna, è Rosamund o è ancora la piccola Inge Brigitte?

Recensione

“Ci può essere inganno anche dietro l’ammirazione? E dietro l’amore?

Il rapporto che si instaura tra un padre e una figlia è difficile da spiegare e lo si può capire soltanto se lo si vive in prima persona.

Inge Brigitte adora il suo Vati, questo è il nome affettuoso con cui lei chiama il suo papà.

È una bambina che segue inerme l’onda delle conseguenze della storia, che si accoda ai passi di papà, senza avere ovviamente nessun potere decisionale, e che assimila i suoi insegnamenti.

È costretta a prendersi le briciole, Inge Brigitte.

I frammenti di un padre troppo spesso impegnato, che le somministra col contagocce il suo affetto ma che, quando ci si mette, risulta il padre migliore che una bimba possa desiderare.

“A volte avevo l’impressione che mio padre non mi vedesse neppure. Capisce cosa intendo? Mi fissava, ma i suoi occhi erano spalancati da un’altra parte.

Non è l’unica figlia, ci sono anche due fratelli e una sorella più piccola con cui Inge Brigitte deve spartire l’affetto paterno.

Tutta la famiglia vive in una splendida villa circondata da un meraviglioso giardino pieno di fiori colorati che Mutzi, la mamma, cura con una tale scrupolosità al limite dell’ossessione.

Non è una donna severa, ma vuole che tutto sia perfetto, ama l’opulenza e desidera che ogni cosa sia eseguita secondo le sue specifiche direttive.

Istruzioni e ordini che Mutzi impartisce in maniera attenta e precisa agli individui che lavorano nella villa della famiglia Höss.

Inge Brigitte si chiede spesso chi siano queste persone strane, diverse, scolorite, ossute che girano per casa dandosi da fare e che, nonostante il loro aspetto spettrale, le sorridono ogni volta che la incrociano.

Ciò che la bambina ignora è che la villa ha una particolarità che la contraddistingue da tutte le altre: è stata costruita proprio accanto al campo di concentramento di Auschwitz.

A volte il cielo si imbratta di qualcosa di così impalpabile, sembra cenere…

Inge Brigitte è ignara del fatto che il forno crematorio brucia proprio a due passi da lei.

Ma davvero la bimba non capisce cosa stia succedendo?

Le domande si susseguono nella sua testa, rimbombano come i colpi di fucile che sente la notte, in lontananza e quando le pone al padre, lui dice che non sono affari che la riguardano.

“Le cose che accadevano di notte, non accadevano.

Perché si sentono queste continue urla?

Inge Brigitte è davvero chiusa nella sua bolla colorata, oppure, nonostante sia una bambina, inizia a capire che c’è qualcosa di grosso che ribolle appena fuori da casa sua?

Come mai Vati passa sempre meno tempo in casa?

“Chi era il mio Vati? L’uomo spaventoso che mi aveva rinchiuso in soffitta o il comandante dolce e gentile che mi insegnava come spegnere la paura?

C’è qualcosa là fuori che lo sta trattenendo?

Quel fuori Inge Brigitte lo scorge per un attimo: attraverso un tunnel in cucina trova una botola che la porta dritta in mezzo al caos.

Uomini fantasma che camminano trascinando gambe simili a rami spezzati, persone in uniforme che picchiano ombre vestite di righe con triangoli sul petto, occhi spalancati e infossati pieni ormai soltanto di vuoto e i rumori assordanti di carro armati e treni, il tremore dei forni, lo sbraitare dei soldati.

La bambina si spaventa così tanto che richiude la botola e scappa via, torna ai giochi con i suoi fratelli, alla piscina, al divertimento, convincendosi di aver fatto solo un brutto incubo.

Grazie ad una lunga, attenta ed accurata ricerca storica, Simona Dolce ci fa conoscere la vita di Rosamund Fischer, una donna ormai anziana che si ritrova a fare i conti con la storia della sua infanzia, quando il suo nome era Inge Brigitte.

Il vero nome di Rosamund Fischer è un romanzo raccontato in maniera magistrale, attraverso una scrittura autentica ed estremamente limpida.

I fatti sono narrati in prima persona dalla protagonista attraverso l’utilizzo della tecnica del flashback.

Si alternano così i capitoli in cui Rosamund parla con Pinter, il reporter che la sta intervistando, a quelli dove la piccola Inge Brigitte prende per mano il lettore e lo accompagna nella sua storia.

Mentre, pagina dopo pagina, la donna ricostruisce i suoi ricordi, iniziano a riaffiorare pensieri che erano stati sepolti, quasi a voler dimenticare un passato più che scomodo di cui non voleva avere consapevolezza.

Simona Dolce è un’autrice eccezionale che riesce a catapultare il lettore direttamente all’interno del romanzo, anche attraverso una minuziosa illustrazione dei luoghi in cui si svolge il racconto.

Ha la capacità di non annoiare mai, persino quando descrive un giardino, perché lo fa con delicatezza e dovizia di quei particolari così nitidi da proiettarne le immagini direttamente negli occhi del lettore.

La stessa cosa riesce a fare attraverso le descrizioni di tutti i personaggi che compaiono nel romanzo, sia ai tempi della guerra, sia dopo, quando Rosamund cresce e cambia vita, o almeno ci prova, diventando la modella preferita del famoso stilista spagnolo Cristòbal Balenciaga.

È evidente che questa autrice prima di scrivere Il vero nome di Rosamund Fischer ha studiato in abbondanza e si è documentata a lungo.

Leggendo Il vero nome di Rosamund Fischer è anche impossibile non commuoversi e, allo stesso tempo, arrabbiarsi, soprattutto nei tratti in cui l’autrice fa riferimento ai prigionieri di Auschwitz.

Simona Dolce con questo romanzo ha saputo portare alla luce i tratti di una famiglia all’apparenza perfetta che nascondeva invece delle enormi ambiguità, e la figura di Inge Brigitte è forse la maschera dietro cui si cela una delle più grandi tragedie della storia.

Editore: Mondadori
Pagine: 406
Anno pubblicazione: 2024

Simona Dolce è nata a Palermo il primo giugno 1984. Vive a Roma da molti anni.

Ha scritto Madonne nere (Nutrimenti, 2008) e vari romanzi per ragazzi, tra cui La mia vita all’ombra del mare (Raffaello ragazzi, 2017, premio Elsa Morante) e La battaglia delle bambine, pubblicato con Mondadori nel 2021, nella collana Oscar Junior.

Lavora anche come sceneggiatrice e fa parte della redazione della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”.

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