L’impronta del lupo
Recensione di: Barbara Casavecchia
TRAMA:
Una metropoli ferita dalla violenza. Un poliziotto ostinato in cerca di risposte, anche su sé stesso. E un killer che si muove come uno spettro tra le maglie dell’America di oggi.
Minneapolis, 2016. Quando un mercante d’armi legato alle gang è vittima di un attentato, gli indizi sembrano puntare verso un suo vicino, Tomas Gomez, che però tutti descrivono come tranquillo e perbene. Eppure Tomas Gomez potrebbe essere il misterioso Lobo, un assassino prezzolato che negli anni Novanta aveva scosso il mondo della criminalità locale con la sua ferocia.
Adesso sembra tornato, deciso a regolare vecchi conti in sospeso. Bob Oz è un detective con un passato doloroso e un problema con l’alcol e le donne, che compensa la mancanza di talento non arrendendosi mai. Il caso Gomez lo affascina, suo malgrado. E indagando, contro tutto e tutti, capisce che Lobo – “il lupo” – non è in cerca di vendetta, ma di giustizia.
RECENSIONE:
L’impronta del lupo, edito da Einaudi, segna il ritorno di Jo Nesbø, artista eclettico e autore di numerosi libri.
Messe da parte, per una volta, le ambientazioni nordiche della serie di Harry Hole, Nesbø ci porta a Minneapolis, punto d’incontro tra due mondi: una città segnata da una forte presenza di discendenti norvegesi, dove la sensibilità scandinava può attecchire senza perdere autenticità, ma anche un luogo attraversato dalle contraddizioni più feroci della società statunitense.
La vicenda si svolge nel 2016, quando un trafficante d’armi viene ucciso da un cecchino. L’omicidio sembra ricondurre a Tomas Gomez, un uomo qualunque, il vicino di casa che tutti descrivono come irreprensibile, ma che potrebbe nascondere un passato da sicario. Forse è lui il leggendario “Lobo”, figura temuta negli anni Novanta, scomparso nel nulla e tornato per chiudere conti rimasti aperti. A indagare è Bob Oz, detective sospeso dal servizio, che affronta il caso con una tenacia più istintiva che razionale, muovendosi ai margini delle regole e scegliendo spesso soluzioni poco ortodosse.
Sei anni dopo, nel 2022, uno scrittore norvegese arriva a Minneapolis per ricostruire quei fatti e trasformarli in un romanzo di true crime.
Bob Oz è senza dubbio uno degli elementi più riusciti del romanzo. È un antieroe fragile, consumato da una vita di compromessi, errori e perdite che non ha mai davvero elaborato. Non è un modello, non è un “buono” nel senso classico del termine: è un uomo che sbaglia spesso, che agisce prima di pensare, che non rispetta le gerarchie e diffida dei protocolli. Ma proprio questa impulsività gli permette di vedere ciò che altri ignorano, di percepire le crepe, di riconoscere il pericolo prima che prenda forma. In questo ricorda da vicino Harry Hole, con cui condivide la tendenza all’autodistruzione, il rapporto problematico con l’alcol e il peso di un lutto irrisolto.
Accanto alla trama avvincente e all’ambientazione perfettamente calibrata, c’è un tema di fondo che attraversa “L’impronta del lupo” che Jo Nesbø affronta con grande lucidità: l’uso delle armi. L’autore mostra come la violenza non nasca da un singolo individuo, ma da un sistema che rende lo sparo possibile e, in qualche modo, inevitabile. Il mercato delle armi, legale e illegale, appare come un ecosistema in cui produttori, venditori, trafficanti e cittadini comuni partecipano a un circuito che modella anche la moralità di chi le usa. Ognuno contribuisce a un sistema che rende la violenza possibile e, proprio per questo, nessuno si sente davvero responsabile.
Uno degli aspetti più incisivi del romanzo è la capacità di mostrare come le armi diventino rifugi emotivi: paura, solitudine, senso di ingiustizia possono trasformarsi in un motivo per stringere un’arma, come se quel gesto potesse mettere ordine nel caos interiore. Ma l’arma non risolve il conflitto, piuttosto lo amplifica, lo rende visibile, lo espone.
In L’impronta del lupo, Jo Nesbø dimostra di saper reinventare il proprio universo narrativo senza tradirne l’anima.
Bob Oz, con le sue ombre e la sua umanità ferita, non è un semplice sostituto, ma è l’inizio di qualcosa di diverso.
Mentre cresce l’attesa per la serie Netflix dedicata a Harry Hole, questo libro offre l’occasione perfetta per scoprire un personaggio destinato a lasciare il segno. E chissà che proprio da qui non prenda forma una nuova saga, capace di affiancarsi, senza imitazioni, all’universo che ha reso Nesbø uno dei maestri indiscussi del noir contemporaneo.
Potete trovare le altre nostre recensioni su Jo Nesbø qui.
Traduzione: Eva Kampmann
Editore: Einaudi
Pagine: 416
Anno di pubblicazione: 5 febbraio 2026
AUTORE:
1960, Oslo – Cantante, chitarrista e scrittore, in patria e non solo è stato insignito di numerosi premi letterari. Prima di votarsi completamente alla scrittura, ha fatto il calciatore di Seria A, il giornalista free-lance e il broker di borsa. Il pettirosso è il suo primo libro, votato in Norvegia come migliore crime novel. Ha scritto una serie con protagonista il detective Harry Hole, che appare in numerosi romanzi tra cui citiamo Il pettirosso (Piemme, 2004), Nemesi (Piemme, 2007- finalista all’Edgar Award 2010), La stella del diavolo (Piemme, 2008), La ragazza senza volto (Piemme, 2010), L’uomo di neve (Piemme, 2010), Il leopardo (Einaudi, 2011), Lo spettro (Einaudi, 2012) e Polizia (Einaudi, 2013).
Oltre a questa serie, Nesbø ha scritto anche Il cacciatore di teste (Einaudi, 2013), Il confessore (Einaudi, 2014). Inoltre, ha dato alle stampe con Salani la serie per ragazzi Il dottor Prottor, che comprende, tra gli altri Il dottor Prottor e la superpolvere per petonauti (2009), Il dottor Prottor e la vasca del tempo (2011), Il dottor Prottor e la distruzione del mondo (2012) e Il dottor Prottor e il grande furto d’oro (2013). Altre sue pubblicazioni Einaudi sono: Scarafaggi, Sole di mezzanotte, Sete, L’uomo di neve, Macbeth, Il coltello, Gelosia, L’intruso e La casa delle tenebre.