L’inverno della levatrice
Recensione di: Lorenza Lazzarini
TRAMA: Maine, villaggio di Hallowell, una notte d’inverno del 1789. Il fiume Kennebec è quasi completamente ghiacciato, invaso da micidiali lastroni che tagliano come cristallo. Prima di chiudersi nella loro gelida prigione, le acque restituiscono il corpo di Joshua Burgess, con gli abiti che ancora lo avvolgono come petali di un grande tulipano appassito. A esaminare quel cadavere gonfio e martoriato viene convocata Martha Ballard, la levatrice del villaggio, colei che facilita le nascite, che ascolta i corpi dei malati e se ne prende cura.
E il corpo di Joshua Burgess parla, e dice che la morte non è arrivata solo per acqua, ma anche per corda: qualcuno potrebbe aver impiccato Burgess, prima di gettarlo nel Kennebec. Anche se poi il dottore, dall’alto della sua competenza, esprime il suo parere contrario e senza appello: è stato un incidente. Burgess, tuttavia, non può essere morto per una banale imprudenza. Oltre a Martha, in tanti pensano che meritasse una punizione, soprattutto dopo l’oltraggiosa violenza ai danni della giovane Rebecca.
Martha aveva raccolto per prima quella terribile confidenza e l’aveva trascritta nel suo diario, come sempre fa con i racconti che le vengono affidati: perché non vadano perduti, perché le mura di casa non proteggono le madri, le sorelle, le figlie. Comincia così un’estenuante ricerca della verità per la levatrice Martha Ballard, armata solo delle sue parole contro i pregiudizi di una società che non intende ascoltarle. Con una prosa tesa e delicata, Ariel Lawhon racconta di una donna indomita e della sua instancabile battaglia per la giustizia. Un’eroina misconosciuta, mai finora celebrata, che ebbe l’ardire di levarsi in difesa dei più deboli, cambiando per sempre la storia di un’America che stava ancora muovendo i suoi primi passi.
RECENSIONE:
Con L’inverno della levatrice, Ariel Lawhon torna nelle librerie italiane con un romanzo storico di grande impatto, ispirato ai diari reali di Martha Ballard, levatrice americana vissuta alla fine del Settecento.
Proprio questi diari rappresentano il cuore pulsante dell’opera: Martha annotava ogni aspetto della vita quotidiana – nascite, morti, condizioni meteorologiche, eventi rilevanti – offrendo uno spaccato autentico e prezioso della sua epoca. In particolare, le registrazioni dei parti colpiscono per precisione e umanità: il sesso del neonato, l’andamento del travaglio, le condizioni della madre.
È da questa meticolosa testimonianza che prende forma il romanzo.
La vicenda si sviluppa a partire dall’inverno del 1789, in un piccolo villaggio del Michigan, dove il freddo rigido e il paesaggio ostile diventano parte integrante dell’atmosfera narrativa.
In questo contesto, una mattina viene rinvenuto un cadavere si tratta di Joshua Burgess. L’uomo è già noto in paese per aver fatto violenza nei confronti di una giovane donna.
Sarà la levatrice Martha Ballard a fare una prima analisi del corpo decretando che la morte è avvenuta per impiccagione e non come si pensava inizialmente per ipotermia.
Avendo raccolto la confidenza della vittima, Martha sa bene come è andata la vicenda e che con lui c’era anche un complice, un uomo potente che non esiterà ad accusare in tribunale con la sua testimonianza sfidando l’intero sistema.
Ariel Lawhon riesce a restituire con grande efficacia la durezza della stagione: il gelo sembra penetrare nelle case e nei corpi e rende tutto più difficile.
In questo contesto si muove Martha Ballard, figura centrale del romanzo, una donna straordinaria per il suo tempo. È infatti tra le poche a saper leggere e scrivere, e utilizza queste competenze non solo per documentare la realtà, ma anche per aiutare altre donne ad acquisirle e quindi a essere istruite. La sua esperienza come levatrice è impressionante: non ha mai perso una puerpera, un dato che testimonia competenza, determinazione e una profonda conoscenza del corpo femminile.
Accanto a lei troviamo il marito Ephraim, un uomo rispettoso e solidale, che rappresenta un raro esempio di supporto in una società fortemente patriarcale.
Tra i personaggi spicca anche Rebecca Foster, figura realmente esistita, la cui storia personale aggiunge ulteriore profondità al romanzo. Donna coraggiosa, segnata da una vicenda drammatica, Rebecca incarna il peso del giudizio sociale e la difficoltà di trovare giustizia in un contesto dominato da pregiudizi.
Sul versante opposto si colloca Joseph North, giudice influente e simbolo di un potere maschile arrogante e autoreferenziale. Il suo atteggiamento riflette perfettamente la mentalità dell’epoca: una visione del mondo in cui la forza e lo status sociale prevalgono sulla verità e sull’equità. Anche il Dottor Page, sebbene personaggio secondario, svolge un ruolo significativo nel mettere in luce la superiorità di un parere medico maschile, all’epoca solo gli uomini potevano diventare medici, e quello di una “semplice” levatrice.
Uno degli elementi più riusciti del romanzo è la costruzione narrativa su due filoni paralleli: da un lato la quotidianità di Martha, fatta di lavoro, famiglia e relazioni; dall’altro un’indagine che si sviluppa attorno a una morte sospetta.
Questa struttura contribuisce a mantenere alta l’attenzione del lettore, alternando momenti più intimi a passaggi carichi di tensione.
Le tematiche affrontate sono forti e attuali: il rischio costante legato al parto, vissuto come una possibile condanna a morte e la pressione sociale sulle donne, costrette a mettere al mondo figli – preferibilmente maschi – a costo della propria vita.
Altra tematica schiacciante è il peso della religione, spesso declinata in forme rigide e punitive; e, soprattutto, una società profondamente maschilista, in cui la responsabilità morale ricade quasi esclusivamente sulle donne.
Nonostante la lunghezza del romanzo, la scrittura di Ariel Lawhon si dimostra scorrevole e coinvolgente. La narrazione cattura fin dalle prime pagine e rende difficile interrompere la lettura: merito di uno stile efficace e della capacità dell’autrice di costruire personaggi vivi, con cui è facile entrare in sintonia.
Il finale offre una risoluzione soddisfacente della vicenda, ma ciò che resta davvero impresso è il percorso umano e sociale raccontato lungo tutto il romanzo. Sapere che la storia si basa su eventi reali aggiunge ulteriore valore alla lettura: pur concedendosi alcune licenze narrative, l’autrice rimane fedele allo spirito dei fatti storici.
Nelle note conclusive, Ariel Lawhon racconta di aver scoperto la figura di Martha Ballard quasi per caso, leggendo una rivista in una sala d’attesa. Da quel momento è nata una ricerca approfondita, che l’ha portata a studiare la biografia scritta da Laurel Thatcher Ulrich e ad analizzare i diari originali, non sempre facili da interpretare ma ricchissimi di dettagli.
L’inverno della levatrice è dunque un libro intenso e coinvolgente, consigliato a chi ama i romanzi storici e, in particolare, di donne forti, capaci di affermarsi in contesti ostili. Ma anche chi cerca una storia umana, commovente e reale.
Traduzione: Massimo Ortelio
Editore: Neri Pozza
Pagine: 496
Anno di pubblicazione: 2026
AUTORE:

Ariel Lawhon è un’autrice pluripremiata di romanzi storici. Le sue opere sono state tradotte in oltre trenta lingue e selezionate da Good Morning America, Library Reads e One Book, One County. Fra i suoi libri precedenti, Il mio nome era Anastasia (Piemme 2019) e Nome in codice Hélène (Piemme 2023). L’inverno della levatrice, ispirato alla vicenda reale di Martha Ballard, è stato un New York Times bestseller e libro dell’anno per NPR. Lawhon vive a Nashville, Tennessee.